Ognuno di noi In viene lasciato indietro, su un mondo che prospera, senza povertà né ingiustizie. È davvero possibile? Siamo a metà strada verso la scadenza degi obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’Onu ed è tempo di fare i conti. 

di Giuseppe De Pietro

«Il contrasto alla crisi climatica rappresenta la base per realizzare tutti gli altri obiettivi: la finestra per limitare la temperatura globale si sta chiudendo» Parliamo dell’Egitto alla Corea del Sud, dalla Finlandia al Merssico, passando per Marocco. Poi India, Senegal, Roma, Irlanda del Nord. Negli ultimi anni io ed il fotografo Sergio Ferroni – all’interno del progetto #Qualefuturo lanciato da Suntime Magazine – abbiamo viaggiato più volte in tanti paesi per ritrarre altrettante storie, di cui vedete alcuni scatti in queste pagine, che rappresentano gli obiettivi di sviluppo dell’Onu:

«Continuo a credere nell’intelligenza e nella forza umana», sostengo, «dobbiamo capire che ogni azione, anche la più piccola, ha delle conseguenze e che tutti dobbiamo agire per cambiare le cose».

È uno stratagemma che adottiamo tutti. Abbiamo un piano ambizioso da realizzare, scriviamo un programma per punti, ci diamo una scadenza. È quello che hanno fatto le Nazioni Unite quando hanno steso gli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 (i cosiddetti SDGs, Sustainable Development Goals). Tante visioni per un mondo migliore da lasciare a chi verrà dopo di noi. Un piano con 169 target concreti suddivisi per obiettivi, sottoscritti nel 2015 da tutti gli Stati membri, che si impegnavano a eliminare fame, povertà e ingiustizie, a contrastare la crisi climatica e a tutelare la biodiversità.

Siamo a metà strada: a sette anni alla scadenza, il 18 e 19 settembre, si è tenuto a New York l’«SDG Summit», un incontro per capire a che punto siamo.

Non siamo nemmeno vicini al traguardo. Inutile cercare parole più morbide rispetto a quelle pronunciate dal segretario generale dell’Onu António Guterres. In vista del summit sono stati pubblicati due documenti di sintesi ed entrambi non contengono buone notizie. Rispetto a 140 target per cui sono disponibili dei dati, «solo il 12% circa è sulla buona strada; più della metà, pur mostrando qualche progresso, è moderatamente o gravemente fuori strada; e circa il 30% non ha registrato alcun movimento o è regredito al di sotto del valore di riferimento del 2015». In particolare, per quanto riguarda i primi due obiettivi – eliminare fame e povertà – nel 2030 ancora 575 milioni di persone vivranno in condizioni di estrema povertà e il mondo è tornato a livelli di fame che non si registravano dal 2005.

I report ricordano inoltre che l’obiettivo di contrasto alla crisi climatica, il numero 13, rappresenta la base per realizzare tutti gli altri: la finestra per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi si sta rapidamente chiudendo. A che serve allora il summit? Ad accelerare i tempi e le azioni, a condividere soluzioni e buone pratiche, a ritrovare speranza dopo le crisi che hanno rallentato il percorso, come il Covid-19, i conflitti ancora aperti, dall’Ucraina alla tragica situazione in Afghanistan. L’Italia, nel suo piccolo, come registrato da ASviS – Alleanza per lo sviluppo sostenibile, aveva compiuto diversi passi avanti nell’ultimo decennio, ma la pandemia ha bloccato questi progressi. In un confronto tra indicatori pre e post-pandemia: «Nel 2021 l’Italia ha mostrato miglioramenti soltanto per due obiettivi (7 e 8, Energia pulita e accessibile e Lavoro dignitoso), Per quasi tutti gli altri il livello registrato nel 2021 è al di sotto quello del 2019».

Uno sviluppo che soddisfa i bisogni di oggi senza compromettere quelli delle generazioni future. È questa la definizione di sviluppo sostenibile, dove è quindi centrale il rapporto tra generazioni che nemmeno si conoscono. Eppure noi, intrappolati col pensiero nel presente, abbiamo già colonizzato il futuro, trattandolo come fosse un «tempo di nessuno». Usiamo le risorse senza giudizio, come se quel tempo non avesse abitanti. È quello che penso!


Ambiente). In alcune società indigene, come quelle della confederazione degli Irochesi, le decisioni sono prese dal Consiglio tenendo conto della salute e del benessere fino alla settima generazione. Le società e i governi di oggi hanno ancora il privilegio di poter compiere delle scelte per arrivare – magari non esattamente nel 2030 – al mondo immaginato dagli obiettivi di sviluppo sostenibile.

Chi nasce dalla metà di questo secolo dovrà accontentarsi della strada già tracciata, perché le risorse naturali e il clima saranno ormai compromessi. Saremo ricordati come dei buoni antenati dalla settima generazione?