
Lepri variabili, buoi muschiati, denti di narvalo. Trentuno anni dopo, gli appunti di un reportage dalla terra degli Inuit, che oggi fa gola a Trump. Dove la natura parla più forte del negazionismo | Con le illustrazioni inedite dell’autore
di Sergio Ferroni
Da solo con la valigia. Eccomi nella “Terra Verde“, così era stata battezzata al tempo dei Vichinghi, da solo con una valigia, una telecamera professionale, un pesante cavalletto e una canna da pesca. Avevo appuntamenti sia a Kangerlussuaq, che a Nuuk, la capitale, che a Ilulissat, la cittadina famosa per avere al suo fianco sinistro il più grande ghiacciaio del mondo, il Kangia, 250 chilometri di lunghezza e un fronte sul mare, la bocca, di un chilometro e mezzo.

Così cadono le ultime frontiere dello sconosciuto, con un aeroporto in ogni dove, persino tra i ghiacci eterni che non sono più eterni, in Groenlandia. Il primo volo diretto dall’Europa è partito da Copenaghen e atterrato il 28 novembre a Nuuk, tra i passeggeri c’era anche il ministro degli esteri danese e all’arrivo hanno brindato con champagne. A Nuuk la nuova pista di 2.200 metri potrà gestire – per la prima volta – i voli diretti a lungo raggio, consentendo ai viaggiatori di non fare più scalo nella ex base militare di Kangerlussuaq. Il viaggio verso il Paese diventerà facile, e quando un viaggio è facile, il risultato è un arrivo turistico importante. Una creator locale, Qupanuk Olsen, ha applaudito l’arrivo dell’aereo con una bandierina in mano, ma non era sola a festeggiare: la fine dell’isolamento per chi vive in Groenlandia è stato salutato con felicità da molti.

Di Groenlandia si sente parlare sempre più spesso. Terra lontana e colonia, da sempre contesa per le sue risorse naturali. L’identità dell’isola, così precisamente definita dai suoi confini naturali, è il frutto di influenze imposte, talvolta imperialiste, che ne hanno riscritto usanze, tradizioni e abitudini. Ma siamo sicuri ci sia (solo) da festeggiare? Certo, la tradizione inuit, che dell’isolamento ha fatto cultura, è già stata messa a dura prova dall’ingresso del mondo occidentale nel Paese, ma il turismo di massa non porterà a un cambiamento ancora più radicale? Arriveranno migliaia di persone (per accogliere i turisti sono previste le aperture di altri due aeroporti a Qaqortoq e Ilulissat), inaugureranno locali e hotel, i tour operator porteranno i visitatori in territori incontaminati con un forte impatto sull’ecosistema. Inoltre, come succede sulla spinta del turismo, la realtà si trasformerà pian piano nella sua icona, ovvero in quello che le persone si aspettano di trovare: cercheranno quella «tradizione» che la loro stessa presenza contribuisce a distruggere. «In effetti inizia a vedersi nel paese un turismo di massa», commenta Robert Peroni che da anni vive nel paese dove è artefice del progetto di accoglienza The Red House, «La Groenlandia sembra enorme, ma le zone abitate ed abitabili sono molto limitate. I paesini e le pochissime città molto piccole. Gia quest’anno i cittadini di Ilullisat si sono opposti agli arrivi massicci delle navi crociere in estate».

Come si fa a salvare l’aspirazione di chi vuole scoprire lo sconosciuto e il rispetto delle culture? Sono le domande che è giusto porsi in epoca di overtourism cercando di mettersi nel ruolo del viaggiatore responsabile. Si può scegliere di non andare in un luogo per preservarlo? È bene esplorare luoghi ancora incontaminati o meglio desistere? Dai viaggi in Antartico ai i voli promossi come «viaggio verso l’Amazzonia sconosciuta» un esercito di turisti è pronto a inglobare le ultime culture «diverse» nel mondo. Perché il «semplice» atto di fare una foto tra i ghiacci incontaminati o con la tribù della jungla ha un effetto su chi ci vive, che andrebbe considerato.

Fuori, inizio ottobre, le lepri variabili cominciavano a diventare bianche, ma a macchie, anche se a terra non c’era ancora neve.Ero arrivato nella terra degli Inuit (chiamarli eschimesi a loro non è mai piaciuto) per un aggiornamento professionale. Aggiornamento, ero collaboratore della rivista “Tutto Turismo”, per me alla ricerca di dati, cifre, fatti e constatazioni dal vivo del problema cambiamenti climatici e scioglimento dei ghiacci. Seguivo i lavori dell’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) dell’Onu e quelli del Giss (Goddard Institute for Space studies) della Nasa dall’inizio delle loro ricerche e non ci sarebbe stato allora un luogo più perfetto della Groenlandia per toccare con mano i risultati del riscaldamento globale. Una realtà che oggi sempre più capi di Stato e di governo del Pianeta negano con altezzoso sproloquio, cioè senza fornire mai neppure un dato in alternativa a quelli di migliaia di climatologi collegati fra loro.

Primo impatto: i buoi muschiati, in realtà grandi pecore dalle corna ritorte come fossero mufloni, ricoperti da un mantello di pelliccia fittissimo e cascante. Mi accompagnò un ricercatore americano in un paesaggio ancora verde, senza alberi, ricchissimo di licheni con grandi ruscelli che scendevano dalle montagne. La Groenlandia ha vette rocciose che superano i tremila metri e grandi distese prive di ghiacci ma con una calotta polare spessa oltre tre chilometri che stringe l’interno in una morsa che già allora si andava crepando in più punti.

Secondo incontro: le volpi polari, a Nuuk l’appuntamento era fissato con una équipe di esploratori polari che facevano capo a Peter Wadhams, forse il massimo esperto di Artico al mondo autore di Addio ai Ghiacci. I dati in loro possesso erano inequivocabili: in 10 anni il 18 per cento dei ghiacciai erano svaniti nel nulla. La baia di Disko, un enorme bacino interno appena sul bordo del circolo polare artico, si sgelava anche in periodi invernali. Notare bene: oggi 2026 si parla di un 40 per cento di ghiacci scomparso. Secondo incontro: volpi polari. Anche loro macchiate di bianco, più piccole delle volpi rosse nostrane, all’epoca cacciate senza tregua d’inverno per accaparrarsi la pelliccia assolutamente candida e morbidissima.

Il dente del narvalo a Ilulissat l’appuntamento era con un tour operator italiano, ex cantante rock, che si faceva chiamare Silver. Era capitato per un concerto, si era innamorato di una Inuit e del suo paese, quello che oggi si chiama Kalaallit Nunaat. Con lui attraversai per ore un tratto di mare disseminato di iceberg di ogni grandezza e forma per arrivare all’Isola del Principe Ereditario. Fu sulla riva sassosa di questo contrafforte di roccia rossastra e levigatissima che trovai il dente di un narvalo, forse il mammifero marino più difficile da descrivere per quella sua “spada ritorta” con cui combatte per la conquista della femmina. Il dente lo dovetti lasciare sulla spiaggia perché pesante e intrasportabile. Ma un Inuit di nome Inuk Nuak mi regalò un minuscolo frammento d’osso da lui inciso.

Non ho ancora parlato dei cani da slitta. Cani felici di correre, sono ovunque e per tutto il periodo in cui non c’è neve sono tenuti legati a catena, gruppo per gruppo, e nutriti con pesce secco o congelato. Solo a Ilulissat sono cinquemila a fronte di una popolazione di 4.500 e passa anime. Ma quando inizia il periodo perfetto impazziscono di felicità per trainare qualsiasi cosa e correre lungo piste tracciate che portano da un villaggio all’altro per centinaia di chilometri.

A Ilulissat andai a vedere il Kangia, l’enorme mare di ghiaccio. È una passeggiata entusiasmante perché un sentiero lo costeggia dall’alto fino ad arrivare in cima a una collina da dove si domina uno strepitoso paesaggio, accecante quando il sole sta per tramontare. Mi raccontarono allora che fu proprio dal Kangia che si staccò l’iceberg che affondò il Titanic. Vero o falso che sia la storia, sta di fatto che quando fu proiettato il film di James Cameron del 1997 con Leonardo DiCaprio e Kate Winslet (tutto il villaggio di Ilulissat era stipato nella piazza principale) al momento dell’impatto con il transatlantico ci fu un applauso fragoroso dei pescatori e di tutte le famiglie. La pesca infatti, fino ad ora, è la risorsa più importante, insieme a un turismo in crescita, dei groenlandesi. Le specie di maggior interesse sono il merluzzo ma soprattutto l’halibut, quello che noi chiamiamo ippoglosso, una specie di enorme sogliola che può raggiungere anche duecento chili.

Fiori d’estate. Il primo viaggio finì senza che avessi potuto vedere l’orso polare. Presente nelle zone più interne e più a nord quasi a toccare il Polo. Insieme a questo plantigrado che rischia oggi l’estinzione è possibile vedere cinque specie di balene e le foche che gli Inuit hanno il permesso di cacciare con un numero controllato di quote. Ci fu un secondo viaggio estivo: un panorama completamente diverso per la varietà esplosiva di fiori coloratissimi: azalee e salici nani, una strepitosa varietà di funghi e di coloratissimi licheni. Ma di contro una massa sterminata di zanzare da rischiare lo shock anafilattico.

Una notte a Nuuk si interroga sulla costruzione dell’identità di mezzo e allarga le sue maglie alla queerness, in una nazione che conta quasi 57.000 abitanti. Un ritratto magnetico, alle volte straniante, ma sempre piacevolissimo da leggere proprio perché la curiosità per mondi così distanti dal nostro solletica lo sguardo occidentale. E forse è anche questo parte del problema: poter sbirciare in punta di piedi e pregiudizi un luogo che cerca di autodeterminarsi e di costruirsi.

Ma la sua è un’identità strappata, negata, alla costante riproposizione di un mancato senso di appartenenza, all’estenuante ricerca della risposta a una domanda: «Perché sono groenlandese?» Inuk si interroga: perché non è danese? Se fosse stato tra i colonizzatori sarebbe stato tutto più facile, senza scissioni e risentimenti. Il ragazzo disprezza tutto ciò che ha a che fare con la sua terra natale, con i suoi «figli marci». Parte del problema è da ricercarsi anche – e soprattutto – nell’accettazione della sessualità e nella percezione che essa ha nella mente di Inuk. Fino a quando la sua madrepatria non riconoscerà la comunità queer, non potrà perdonarsi per il suo orientamento perché «nell’isola della rabbia», come la chiama lui, si covano un risentimento e una doppiezza che hanno molto a che fare con l’omofobia e la repressione del sé.

Il percorso di emancipazione della persona, quindi, è lungo e tortuoso e riflette quello della comunità queer. Le periferie diventano indipendenti dal centro colonizzatore – che inevitabilmente le influenza – e cercano nuove strade per accettare e accogliere le loro diversità. Il diritto all’esistenza delle persone groenlandesi diviene una rivendicazione delle proprie peculiarità, in un cammino slegato da quello imposto dalle colonie. Proprio come nella storia di Ivinnquag, che si autodetermina e finalmente nasce «per la seconda volta» come Ivik quando capisce di essere transgender.

La narrazione è spezzata – ciascuna delle storie può essere letta come un racconto a sé stante – ma simultaneamente interconnessa: i piani temporali delle storie di ciascun personaggio si intersecano attraverso salti avanti e indietro nel tempo, prospettive e punti di vista diversi. Le scelte compositive di Korneliussen si riflettono in un andamento frammentato, incompleto, che non lascia spazio all’empatia. Il lettore percepisce un senso di distacco con i protagonisti, che è incolmabile soprattutto in virtù di un’incompiutezza delle loro identità – ma anche di una scrittura piana e senza lirismi, che si articola in uno stile asciutto e ruvido.

Questa durezza a cui non siamo così abituati nasconde in realtà una tendenza verso un amore totalizzante, giovanile, a volte acerbo e immaturo, a volte più sofferto, ma sempre veritiero. L’ambizione che muove i cinque protagonisti è una sola: la ricerca di un amore che riesca ad essere accolto con la stessa intensità di quello che si prova. In questo senso, l’accettazione della propria sessualità diventa universale e si scopre più ottimistica rispetto all’assenza di una comunità strutturata. Come trapela dalle parole di Sara: «La bambina mi ha dato così tanto amore che me ne rimane una scorta da donare agli altri. Distribuisco amore perché ne ho il cuore stracolmo». E per viverlo, questo amore, non ci resta che donarlo. Agli altri, la sola responsabilità di accettarlo o meno. Forse, banalmente, si costruisce così una comunità nelle periferie: senza imposizioni esterne, ma con il cuore colmo della forza primigenia che ci avvicina all’altro.

Il sottosuolo groenlandese nasconde un tesoro dal valore inestimabile: enormi giacimenti di terre rare, elementi chimici cruciali per l’industria tecnologica avanzata, dalla produzione di microchip ai componenti per smartphone, dalle batterie alle tecnologie verdi. Un patrimonio minerario che sta diventando sempre più accessibile grazie al progressivo scioglimento della calotta glaciale che ricopre l’81% del territorio, innescando una vera e propria corsa all’oro del XXI secolo tra le maggiori potenze mondiali. A preoccupare sia gli americani e che gli europei è soprattutto il crescente interesse della Cina, che già controlla il 95% della produzione mondiale di terre rare e che ora guarda con particolare attenzione all’isola artica. Inoltre, nel 2017 la scoperta di nuovi giacimenti di rubini nel sud-ovest dell’isola ha dato vita a una fiorente industria mineraria capace di attrarre investimenti internazionali.

Non c’è dubbio che il riscaldamento globale stia mutando profondamente l’economia groenlandese. Si pensi che dal 1990 il paese ha registrato un deficit commerciale costante, con un’economia fortemente dipendente dalla pesca, che rappresenta oltre il 90% delle esportazioni totali. Ma il progressivo scioglimento dei ghiacci ha cambiato le carte in tavola: l’isola, che si trova strategicamente tra l’Oceano Artico a nord, il Mar di Groenlandia a est, l’Oceano Atlantico a sudest e la Baia di Baffin a ovest, vede aprirsi nuove possibilità commerciali sia attraverso le rotte marittime che grazie ai giacimenti minerari. Tra questi, spicca anche uno dei più grandi giacimenti di uranio al mondo. A Kvanefjeld, vicino alla cittadina di Narsaq, si trova un deposito di uranio che ha attirato l’attenzione internazionale: scoperto nel 1957, vietato all’estrazione fino al 2013, oggi è al centro di un progetto minerario da 60 milioni di sterline della società australiana Gme.

La corsa alle risorse minerarie si scontra però con una forte sensibilità ambientale. In una decisione storica del luglio 2021, il governo groenlandese ha sbarrato la strada a nuove esplorazioni petrolifere e di gas nel proprio territorio, dichiarando che “il prezzo ambientale dell’estrazione petrolifera è troppo alto”. Una scelta che riflette la direzione green del paese, dove già il 67% dell’elettricità proviene da fonti rinnovabili, principalmente dall’energia idroelettrica.
