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Link lettura del libro, “Nicotera una volta”:
C’è una Calabria fatta di antichi scorci storici baciati dal sole e ravvivati dalla brezza del mare. Una Calabria ricca di tesori, storia e cultura, resa ancor più magica dall’inconfondibile calore della sua gente, da sapori, colori e tradizioni che la rendono unica ed indimenticabile. Una Calabria che in diversi periodi dell’anno riceve visitatori da ogni parte per le feste religiose, folklore, arte, eno-gastronomia, itinerari turistici, tutto questo avviene a Nicotera.
Turisti, residenti, e gente del luogo, e nicoteresi residenti all’estero si incontrano in Piazza S. Caterina, davanti il Castello Ruffo, o nei bar, animando conversazioni destinate a rimanere impresse in luoghi già pervasi di storia e di memoria, ma anche nel cuore e nei ricordi di tantissimi visitatori e nicoterese che ritornano per rivedere i loro familiari.

Nicotera è uno dei luoghi da non perdere. Situata in provincia di Vibo Valentia, sulle alture a picco sulla meravigliosa Costa degli Dei fa parte dei Borghi più belli d’Italia. Nel centro storico del borgo sono da visitare il Castello Ruffo, la Cattedrale di Santa Maria Assunta, in stile barocco, l’antico quartiere ebraico della Giudecca, il vicino quartiere Baglio e la Porta Palmentieri. Da vedere anche gli antichi mulini. Dall’alto del borgo, davanti il Castello la vista sul Mar Tirreno spazia fino alle Isole Eolie e allo lo Stretto di Messina. Mentre sotto il paese, sulla costa, si trova Nicotera Marina, con la sua lunga spiaggia sabbiosa, affacciata sul mare blu. Nicotera è anche la Città della Dieta Mediterranea per la qualità del suo cibo.

Giuseppe De Pietro, intende versare un fiume d’inchiostro sui ricordi della Nicotera degli anni cinquanta, con il suo libro “Nicotera, una volta” baciato dal calore del sole e dal profumo del mare, davanti al quale non resta che leggerlo, andando nel sito web calameo.com/books/001251194863cfaa04977
LETTURA: “Nicotera, una volta”
Giuseppe De Pietro
Nicotera, una volta… Vita, emozioni, incontri
Sentimenti per Nicotera
Giuseppe De Pietro è nato a Catanzaro nel 1943 da padre e madre contadi- ni. Dopo gli anni ’50 si trasferisce con i suoi a Buenos Aires, dove vive i suoi migliori anni di gioventù, legge, studia, s’innamora, lavora. Fa fotografie, trascorre il tempo libero tra attori e personaggi noti in tutto il mondo e gente comune di ogni genere.
Questo suo primo racconto, “Nicotera, una volta”, è ricco di amore, di dolore, di gioia, di passione, di quel tempo che attinge significato dalle origini, dalle radici dell’uomo. È un tempo ricco di fantasia, di vitalità, di libertà, nella dimenticanza di quell’urgenza del fare, che uccide l’uomo.
L’uso del linguaggio è la difesa di una dimensione umana e creativa che oggi si tende a disperdere, quasi le parole d’origine fossero spurie, sparse nella mente dell’uomo. De Pietro raccoglie questi elementi primordiali, dando vita a una prosa ricca della spiritualità che risiede nel quotidiano, nell’espe- rienza di una sua vita vissuta in altri tempi.
Sono brevi capitoli che intrecciano le sequenze della realtà, vista attraverso la percezione di un oltre che dà significato alla vita. “Nicotera, una volta” contribuisce a conservare la memoria di un importante periodo storico nei vari aspetti sociali del paese (il lavoro nelle molteplici forme degli anni ’50 e la vita contadina, soprattutto, che caratterizzò le campagne).
Diceva mio padre, come un inno al paesaggio, alla natura e alla sua an- tica bellezza: “Saluta e dai la strada agli alberi. Del resto, abbiamo bisogno non solo di scrittori, ma di gente che ama gli alberi, e riconosce il vento, di contadini, di donne che sanno fare il pane”. In effetti, più che conoscere Ni- cotera, “nelle quattro stagioni”, Nicotera avrebbe bisogno di attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore. Ai ragazzi che crescono con una scarsa educazione morale e culturale, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. “Nell’uomo c’è un modo giusto per fare ogni cosa.” Dare valore alla fragilità, al silenzio, alla luce, all’amore.
ch’egli fra i corregionali calabresi, esso è proposto adesso, a poco più di ot- tant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, per ricordare agli anziani le vicende della loro età giovanile, ai quali molti parteciparono, e per fornire ai giovani la memoria storica e fotografica di avvenimenti che fanno parte non indifferente del patrimonio, sociale e culturale dei cittadini nicoteresi.
Rosario Sprovieri
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Nicotera, una volta…
Un quaderno nascosto dietro a un armadio in casa, pagine ingiallite dal tempo in cui rivivono le speranze e i sogni di una Nicotera che non c’è più, cari all’adolescenza.
Dalla lettura di queste pagine ritrovate emergono ricordi dell’adolescenza, storie appassionanti, miti e leggende, in particolare quella di una campagna solitaria che un giorno per l’incedere degli eventi, partendo per terre lontane, l’ho portata come un segreto nel cuore.
“Quest’opera propone aspetti, voci, colori, ricordi, emozioni, che Nicotera mi ha suscitato, e le emozioni che continua tutt’ora a darmi. Un viaggio po- etico che instaura un’intesa fra la natura fisica e umana del mio paese. Amo Nicotera, amo quella parte che odora di dignità, di schiena dritta, di testa alta, di fierezza.”
In tutte le società, gli anziani familiari sono i narratori per eccellenza, quel- li che ricordano storie di vita personale e storie della tradizione popolare: sono i custodi di un patrimonio familiare orale collettivo, che ancor oggi si trasmette in gran parte da nonna a nipote, di padre in figlio.
Lo spirito di questa iniziativa vuol essere quello di una opportunità alle giovani generazioni per narrare possibilità di rendere concreti i pensieri sug- geriti dal cuore di mia madre, che in questo caso, diventano cronaca e storia della società che forse oggi abbiamo quasi dimenticato.
Sono storie di vita vissuta, ambientate negli anni ’50 o dopo la guerra, ma sono anche leggende e tradizioni locali, raccontate con un linguaggio diretto, vivace e semplice, che trasmette emozioni.
Ogni paese ha le sue leggende; in ogni tempo e a qualsiasi latitudine l’uo- mo ha sempre avvertito il bisogno di raccontare a sé e storie a metà tra il fantastico e il reale. Spesso le leggende si ricollegano a vicende realmente accadute o comunque esprimono esigenze e problemi reali del popolo che le ha elaborate.
Attraverso le sue leggende Nicotera esprime i caratteri della sua cultura, i problemi che l’hanno afflitta, le fobie e le fantasie che hanno popolato e forse continuano a popolare l’immaginario collettivo. In questa prospettiva leggeremo le storie del paese, cercando di capirne il significato e le emozioni che esprimono. L’uomo e il suo passato, e quello nostro e della nostra regione, ritorneranno idealmente anche grazie alle leggende che esso ci ha lasciato in eredità. Immaginiamo che sia una mamma a raccontarle, una mamma quasi ottantenne di tanti, tanti anni fa, la cui voce giunge fino a noi.
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Introduzione Nicotera e le sue stagioni
Questo libro si distingue, nell’ambito della letteratura su Nicotera, per un merito specifico: introdurre il lettore nel corpo vivente della vita nicoterese, una narrazione scorrevole con tutto il pathos e l’amore che il sottoscritto porta per il suo paese. Come autore mi prefiggo di cogliere questa occasio- ne per arricchire con un contributo letterario le conoscenze della vita, delle usanze del mondo paesano.
Credo che questi racconti possano valorizzare Nicotera al di là della bellez- za della Marina, dei prodotti della sua terra e della dolcezza della sua natura. Le storie di queste pagine sollecitano la mente e parlano al cuore. Sono una specie di canto, una melodia che arriva dal tempo trascorso di una comunità di un paese a ridosso del mare, immersa completamente nel viola delle acque, sotto quello del cielo.
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La vita paesana, il suo sapore, i colori, l’architettura, il susseguirsi delle stagioni incidono la mente degli uomini, ne determinano comportamenti e le somiglianze alla natura. Il mio è un invito a riflettere e dar risalto a quella che ieri era vita, “diversa”, ma una bellissima vita.
Le stagioni a Nicotera sono identiche alle stagioni di qualsiasi altro luogo?
Conoscendo Nicotera, forse no. Perché a Nicotera le stagioni sono assai più che eventi climatici, sono sensazioni, anzi emozioni. È la storia evocata, descritta attraverso gli odori, i profumi, gli effluvi, i vapori di questa cittadi- na. L’artista migliore, il disegnatore per eccellenza di questo lembo di terra al bordo del mare, è il vento, il suo eterno spirare, il suo fischio costante, il suo impeto irrefrenabile e inafferrabile che ha il suo punto di splendore nella stagione invernale. Forse sono tra i pochi che conoscono tutto il fascino di questa terra calabra, non comune. Nicotera è un posto dell’anima, un luogo idilliaco per chi è alla ricerca di fascino, per chi vuole nello stesso tempo rela- zionarsi con la genuinità della gente comune.
Mi rendo conto dei rischi e della facilità, parlando del mio amato paese, di scivolare nel lirismo di maniera, nelle frasi fatte di sole parole. Vi assicuro che è difficile resistere a tutte queste tentazioni, a fronte d’eventi che solo in un paese di questo straordinario Sud sembrano accadere e che comunque, qui a Nicotera assumono quasi i contorni di una “rappresentazione teatrale” con un susseguirsi di scene diverse da qualsiasi altra parte.
E come raccontarla Nicotera attraverso le sensazioni, le emozioni che colgono sia chi viene a visitarla, ma anche e soprattutto chi vi abita?
Nicotera è una contraddizione vivente, di un certo carattere nicoterese, si coniuga con la forza seduttrice del luogo, dove per “luogo” non può inten- dersi solo il complesso delle cose che madre natura ha autorevolmente fuso e confezionato. Nicotera è una città in posizione scomoda per il turista, ma non lo è invece per il viaggiatore, per l’uomo di cultura che ha nel cuore ancora le pagine dei grandi autori del “Gran Tour”.
Al contrario, essa è per l’uomo che abita e che quotidianamente si muove fra gli scenari del paese “terra madre”, che lo ha plasmato a propria immagine nel bene e nel male.
Difatti, uomini dal carattere forte, un popolo che s’oppose strenuamente ai Saraceni “mi ha raccontato uno studioso del posto” di quella Nicotera che sin dal IX secolo si era opposta a difesa delle incursioni saracene, che furono una costante della sua storia: Quando gli artati, giungevano dalla vicinissi-
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ma Sicilia e devastarono le coste nicoteresi, attratti dal fatto che “il posto” era strategico e che da qui si potevano controllare le acque di unione fra le due regioni. Uomini che hanno somatizzato “atteggiamenti e caratteri” dif- ficilmente disposti a cambiare, frutto e tributo all’eredità della storia. Voglio dire, anche se mi riesce difficile esprimerlo compiutamente, che venendo a Nicotera dovrete comprendere e accettare anche cose apparentemente oggi inaccettabili, perché sono retaggio importante della storia passata. Il paese nasce dai greci, Nicotera era un’acropoli dedicata a Pallade, dove si festeg- giavano le “Nikoterie”, le festività care alla divinità, sino all’arrivo dei primi coloni locresi, che decisero di fondare in tale posto una città chiamata Medma o Medama.
A Nicotera era nato anche Filippo l’astronomo, discepolo di Platone. I Romani portarono qui la via Popilia che già attraversava Cosenza che qui divenne la “statio” più importante.
Goti, Vandali, Bizantini poi Turchi, Saraceni, Normanni, Svevi, Francesi, Aragonesi, e Spagnoli sino al Principe Ruffo attraversarono nei secoli le terre di Nicotera.
La storia e gli eventi ne hanno determinato il carattere; qui il popolo ha conosciuto il caos, l’anarchia, le forze naturali e quelle degli uomini. Un mix esplosivo che, all’eterno frangersi delle onde del mare sulla risacca, alla fecondità della terra, al verde della campagna, alla compattezza e alla mobilità delle forme ha plasmato i nicoteresi, che per questo possono apparire diversi almeno a prima vista.
Sono generosi ed egoisti “esibizionisti” e riservati, malleabili e duri, fiduciosi e guardinghi, severi e allegri e, soprattutto, contraddittori e polemici. E quale migliore occasione per cogliere, dalla lettura di questi brani, il carattere e la vita della gente di Nicotera?
Uomo e paese, paese e comunità, comunità ed universalità, universo e natura attraverso questo modo di narrare che vorrei presentare la mia Nicotera, anche se procederò per frammenti, per sensazioni, per emozioni che non riesco a controllare, con questi ingredienti i lettori potranno assaporare ed avere un’immagine più nitida di questa amata cittadina, che risulterà per tutti diversa, nella misura di come ciascuno di noi vorrà leggerla.
A dar pregio e completezza al libro contribuiscono le foto di quel periodo che hanno un ruolo importante sia per la ricostruzione della cultura mate- riale sia per la storia della mentalità, ossia dell’evoluzione delle credenze e
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delle abitudini proprie della collettività. Soprattutto le immagini fotografiche private e non sempre del luogo, opportunamente inserite nel contesto sto- rico, assumono un indubbio valore di fonti informative e di testimonianza sulla vita quotidiana, sulla cultura popolare nicoterese, sugli atteggiamenti mentali, individuali e collettivi che sfuggono o sono impossibili da ricavare dalla documentazione scritta disponibile.
Giuseppe De Pietro, Nicotera, 15 agosto 1993
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La Stazione
“La vista era travolgente: comprendeva entrambi i mari ed un verde pae- saggio fluttuante di colline e valli che si estendevano verso sud fino alle mon- tagne boscose dell’Aspromonte; qua e là una località, tra cui forse l’antica Mileto. Questo miscuglio di contrafforti dell’Appennino, di valli, gole, fiumi improvvisi, città, paesi, case coloniche ed isolate, giaceva ai miei piedi come un enorme rilievo. In nessun punto si trovavano alture spoglie a interrom- pere il rigoglioso verde primaverile; le montagne sembravano ricoperte fin
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sulla cima da boscaglie o alberi da frutto e nelle valli si estendevano campi di grano. Eppure io presumo che, nonostante queste descrizioni, il lettore non possa avere la benché minima idea di questo meraviglioso panorama. Per me lo splendore dell’impressione era rafforzato dal silenzio e dalla solitudine che mi circondavano. Solo su di un lontano pendio un uomo arava un campo con i suoi buoi bianchi”.
Il brano rende bene le suggestioni che il paesaggio, profondamente intriso di natura e di cultura come quello che circonda il capoluogo della provincia di Vibo Valentia, offre al viaggiatore. Slanciato su uno dei mari più belli d’I- talia, tra i golfi di Sant’Eufemia e di Gioia Tauro, dalle mille sfumature del blu cobalto, con sabbie bianchissime e suggestive scogliere, battezzata per que- sto “Costa degli Dèi” e abbracciata da foreste millenarie, la provincia di Vibo Valentia conserva il fascino di una natura sempre diversa e unica, offrendo al visitatore una grande varietà di luci e colori, di panorami, di profumi e di sapori. Uscendo dalla galleria, prima di arrivare alla stazione di Nicotera, mi assalgono il profumo di finocchio selvatico e strane sensazioni di tristezza alternati ad allegria.
Un viaggio in treno lungo un’eternità mi avrebbe portato per anni nel- la terra d’origine, ma soprattutto dai miei con la valigia di pelle e storie da raccontare come quella della mia “inimmaginabile” attività di fotoreporter, vissuta in terra d’Argentina, oltre ad aver visitato luoghi di mezzo mondo.
I miei mi aspettavano… so che ogni tanto sbirciavano se la macchina che mi portava dalla stazione si fermasse davanti a casa loro.
C’era molto fermento ogni volta che i miei sapevano del mio arrivo, anche i vicini lo sapevano. Mia madre metteva la casa a lucido. Se c’era da comperare qualche prelibatezza, già lo faceva qualche giorno prima; come lo “stoc- cafisso” o i “trippicegi” che si vendevano solo di mercoledì, che trovavo in cu- cina già in ammollo. Li preparava con cipolla, patate, peperoni e pomodori, cotte sulla brace. Altre volte, nel periodo invernale, mi preparava le “polpette di neonata”. La domenica poi si dilettava a farmi i “taghiarini” con il sugo di spuntatura di maiale.
A maggio mi raccoglieva i gelsi nella nostra campagna a San Francesco. Aspettavo un anno per la raccolta dei gelsi bianchi, anche se preferivo anda- re a mangiarmeli direttamente dalla pianta che si trovava dietro la “casetta” dove c’era il pollaio. Cadendo dall’albero, quindi, la maggior parte dei gelsi bianchi, possiamo dire, la mangiavano le galline del pollaio sottostante.
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Come si viveva una volta
Nicotera negli anni ’50 aveva l’aspetto di un borgo antico, oggi in parte scomparso. Le donne anziane vestite quasi sempre di nero. Le contadine che trasportavano viveri e merce con cesti posti sulla testa. Le ragazze sugli usci delle porte che ricamavano o lavoravano al telaio. I bambini che gioca- vano. E ancora, il bestiame al pascolo, gli animali presenti anche in paese nelle strade, davanti alle abitazioni. I braccianti agricoli. I paesaggi rurali di Nicotera oramai fatiscenti e imbruttiti dalle continue costruzioni in cemento.
Come si viveva una volta
Anche se, in quei primi anni della fine della guerra, ciò che accomunava la gente nicoterese erano la povertà e la disoccupazione: una miseria fiera, perché capace di gesti di solidarietà e di indignazione di chi lavorava dura-
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mente nei campi dieci-dodici ore al giorno per assicurare la sopravvivenza della famiglia, in un mondo comunque duro. I viottoli e le mulattiere, percorse da muli e asini, erano le uniche vie di comunicazione tra la campagna e il paese. Di quegli anni permangono i segni drammatici della contrapposizione, gli operai contro la borghesia, che era la classe dominante, l’arretratezza femminile, col diritto di famiglia legato al primato del marito, le morti per parto, lo sfruttamento salariale. Per conoscere meglio la vita di quel periodo è opportuno sapere che negli anni ’50 l’Italia aveva poco meno di 35 milioni di abitanti, il pane costava 0,45 £/kg, la pasta 0,56 £/kg, la farina di grano 0,43 £/kg, la carne 1,30 £/kg, il latte 0,26 £/l, lo zucchero 1,54 £/kg, dieci sigarette 0,18 £, un giornale 0,05 £ (un soldo), un operaio guadagnava 1,5÷2 £ al giorno ed una donna 0,80÷1 £ al giorno per giornate lavorative di undici-dodici ore e settimana di sei giorni. Il salario di un contadino era sulle 0,60 £ al giorno.
Nicotera non era un luogo inerte. Il paese non era morto, c’erano solo malati, perché aveva sempre meno abitanti. Spesso c’era desolazione. Prima c’era la miseria, c’era la comunità dei poveri, degli umili.
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Andavamo all’acqua
Nei miei ricordi infantili, l’acqua si apriva ad una infinità di varchi, non dipendeva soltanto dalla mia nostalgia e dalla mia melanconia. La mia infan- zia, a piedi nudi nei solchi dell’orto a San Francesco. No, l’acqua apparteneva all’infanzia dei miei coetanei, dei miei cugini, alla vita degli uomini e delle don- ne di tutto il paese, l’esistenza stessa era legata all’acqua. Tutti noi eravamo stati segnati da questo rapporto costante, le persone che lavoravano nei campi e quelle che restavano in paese sono state segnate da un rapporto costante, ricco, scontato e sfuggente con la “sorella acqua” di francescana memoria. Un rapporto di cui forse, neanche allora, ci si rendeva conto, tanto apparteneva all’ordine naturale delle cose. I giochi con le acque probabilmen- te nascondevano il desiderio di conoscere altri luoghi. La voglia di andare via, al di là dell’aldilà. Cosa che poi inesorabilmente sarebbe avvenuto.
A mezz’ora a piedi da Nicotera, c’è una zona, la più antica, come racconta- no gli anziani, detta “Tuccina” e lì, nel periodo della mia infanzia, si andava a prendere l’acqua con le bombole di creta che si portavano in testa. Spesso le ragazzine avevano questo ruolo, mentre le mamme rimanevano a cucinare, oppure occupate in altre faccende domestiche.
La pendenza e l’abbondanza delle acque del paese sollecitavano le nostre fantasie più indicibili, sino a immaginare che un giorno o l’altro il paese sa- rebbe sprofondato o avrebbe cambiato la posizione in cui si trovava. Lo scenario apocalittico era quello delle piogge invernali quando l’impeto delle acque trasformava i vicoli in fiumi trascinando via tutto.
E qualche volta le case, i mulini, “i trappiti” e i loro oggetti se ne scendevano a valle, ma il paese fortunatamente rimaneva miracolosamente in piedi.
Il fiume poi, che era decisivo per l’economia del paese, era la speranza e il sostentamento degli orti e lungo il suo corso si svolgevano le più importanti attività agricole e di trasformazione dei prodotti della terra.
Fino ai primi anni ’50, la “Fontana dei monaci” in Corso Umberto I era anche un luogo di ritrovo quotidiano e di accese discussioni, almeno fino a quando molti dei protagonisti non sono scomparsi per via dell’emigrazione.
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La fontana, potrei dire, era anche il posto della “conciliazione”. Qui infatti giungevano in tanti, anche gli abitanti dei due nuclei storici del paese, che erano separati non solo territorialmente, ma anche da antiche diversità reli- giose, sociali e culturali.
Gli anziani solevano ripetere che l’acqua non era più la stessa, il paese non era più lo stesso, gli uomini e il mondo non erano più gli stessi. Come se la nuova acqua avesse distrutto l’antica identità del paese, ne avesse alterato la diversità. La nuova acqua è il segno dell’omologazione della vita di un paese, che un tempo viveva di contrapposizioni e di separazioni.
In prossimità dell’abitato, in periferia, esistevano altre fontane. Ne ricordo cinque, tutte affollate fino a tarda sera. La scelta della fontana era determina- ta da comodità e vicinanza, spesso anche da abitudini e tradizioni, identità familiare e di gruppo, altre volte rispondeva a strategie di uso del tempo, a calcoli d’incontri e di rapporti.
«Non abbiamo più acqua»; «È finita l’acqua»; «Dobbiamo andare ad ac- qua»: così dicevano le voci rumorose delle donne dalla mattina presto al tra- monto, e anche la notte. Le donne andavano ad acqua con brocche, recipien- ti di creta, barili, che tenevano in mille modi, sulla testa, sopra i fianchi, con mille mani, con agilità e grazia antiche.
Accompagnavano le donne i bambini, che portavano “u bumbuleju”, una piccola brocca, o una bottiglia.
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Il “massaro” in campagna
Le campagne nicoteresi intorno ai primi del ’900 erano frequentate da gente dedita alle più svariate attività agricole e alla pastorizia. Una delle figure principali era quella del “massaro”. Il mondo campagnolo aveva alla base di questa gerarchia i piccoli contadini, comprendendo in essi una casistica molto ampia di definizioni e competenze individuali, comune- mente però si trattava di contadini che possedevano “forse” solo minu- scoli fazzoletti di terra, non sufficienti a trarre sostentamento e quindi costretti a integrare il reddito familiare prestando la propria forza lavoro presso altri.
I “massari” di campo invece svolgevano un ruolo di cerniera tra i gros- si proprietari terrieri, ma esercitavano solo la funzione passiva di prendere quasi tutti i frutti, dopo il lavoro, che era delegato agli altri di condizione più misera. Erano i latifondisti che incaricavano i “massari”, li investivano d’im- portanti responsabilità sia della conduzione dei propri appezzamenti agrari che del reclutamento dei contadini o degli artigiani, di cui la masseria in affi- damento necessitava per il suo buon funzionamento. Alle volte i “massari” più intraprendenti, con un gruzzoletto di lire iniziali, riuscivano ad agire per proprio conto come degli autonomi imprenditori agrari.
I “massari” di pecore si dedicavano all’allevamento e alle attività con- nesse: produzione di lana, latte, formaggi. Anche tra questi vi erano diverse posizioni economiche, dal semplice “massaro” per conto terzi, costretto a lavorare anche la terra per integrare il proprio reddito, al
“massaro” in proprio, che già disponeva di un gregge numeroso di sua proprietà. L’intreccio tra pastorizia e la conduzione di un piccolo vigneto o un oliveto erano un fattore indicativo di quella insufficiente disponibi- lità di capitali propria dell’epoca e della conseguente difficoltà di reperi- mento di danaro.
Nel processo di affermazione socioeconomica della categoria dei “massari” dei campi e degli allevamenti delle pecore e degli altri animali, hanno giocato un ruolo determinante i componenti delle famiglie nicoteresi che erano inseriti a vario titolo nella chiesa locale. La garanzia di un parente prete o di un canonico poteva assicurare la concessione di mutui a condizioni meno onerose soprattutto quando erogati da enti ecclesiastici.
I “massari” dotati di particolare intraprendenza e avidità svolsero un ruolo centrale nella Nicotera, all’epoca, a prevalente vocazione cerealicolo pastorale, tanto da riuscire, nell’arco di alcune generazioni, a collocarsi pre- potentemente ai vertici della piramide sociale.
I “massari” più scaltri erano riusciti a sviluppare una rete prospera di pub- bliche relazioni, costituite dalle conoscenze e da vicendevoli scambi di favori che si sviluppavano all’interno della comunità d’appartenenza. Un aspetto cruciale del loro successo, che ha garantito l’ascesa sociale ad alcuni dei più ricchi “massacri” dell’epoca.
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Questa mattina il postale non arriva
L’insistenza con cui soffia il vento dal mare non lascia presagire migliora- menti. Il giorno s’è levato sotto il tiro insistente del vento. Il paese, stanco del tormento notturno, fatica a mettersi in moto. Sono i ragazzi delle scuole a scuotere dal sonno le case, passando rumorosi per le strade. Il cielo grigio sembra guardare imbambolato il mare, e il Castello lì dietro sembra che corra a gambe levate! Il paese attende a piè, a fermarsi dell’inclemenza, senza ap- parente reazione. Passano, ammantati nei cappotti di lana scura, sciami di ragazzi vocianti in una scia di vivace allegrezza.
Affacciandosi dalla balconata dietro il Castello, in lontananza, ecco i pe- scatori forzatamente a riposo, come i contadini del resto, in attesa di un tempo più mite.
Nella pescheria si commentano le condizioni meteorologiche, si fanno previsioni, c si punzecchia a vicenda, tiene banco il bonario pescivendolo sornione e amico. Peppino – il venditore di pesce – li continua a prendere in giro e, di volta in volta, sceglie le più opportune alleanze compiacenti e gli
“spalleggianti” più idonei.
Il Corso è deserto. Il vento rende monotono il giorno e lo destina a trascor-
rerlo nel letargo invernale, dove i movimenti si diradano e la gente sceglie di stare al caldo attorno al braciere che profuma di arancio.
C’è movimento giù in piazza all’arrivo del postale. I più solleciti vogliono comunque farsi vedere, e per quel vecchio vizio del “dolce far niente” ognuno si vuole tenere informato su chi viene e chi va alla stazione.
Abituati ad essere avvolti dalla quotidiana dinamicità degli eventi, si avvi- cinano al postale per vedere volti vecchi e nuovi di amici e di forestieri.
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La potatura degli alberi
Pota compare “Salvatore” con maestria fine. Passano veloci le mani tra i tralci e, non appena assaporano la carezza, i rami subiscono il trauma della recisione.
Piange la pianta, e la goccia di umore bagna la ferita. A cicatrizzare il ve- getale dolore. L’uomo allontana il ramo destinato a legna da ardere in cuci- na. Poi, piano sussurra dentro il cuore: “Che il sole ne sostenga l’impegno della fruttificazione”. Lo lega in più punti alla rete di canne. Le mani sapienti dell’uomo hanno terminato il lavoro.
La pianta si solleva nitida dalla zona pulita. Le ferite dei tralci adesso pa- iono accennati sorrisi al sole, all’aria del mattino. Le rughe solcano il viso dell’uomo e le sue mani callose e sporche riescono d’essere tanto crudeli ma anche tanto amiche.
Potare consisteva nell’eliminare una certa quantità di rami e branche secondarie. L’altezza ed il diametro della chioma dell’albero restavano co- munque immutati alla fine dell’intervento. La potatura di selezione aveva lo scopo di diradare la chioma ed eliminare getti poco vigorosi ed in competi- zione tra loro, far penetrare maggiormente la luce all’interno ed aumentare la resistenza al vento, operando in maniera tale da ottenere una distribuzione quanto più possibile regolare delle branche e dei rami rimanenti, senza lascia- re parti di chioma troppo fitte o troppo rade. Andavano inoltre asportati i rami destinati ad essere eliminati dalla pianta stessa o rami e branche mal inseriti o che si intersecavano tra loro, quelli troppo vicini e che occupavano il medesimo spazio vitale, quelli orientati verso il centro della chioma e quelli inseriti con angolo troppo stretto sulla branca portante. Nella potatura di selezione venivano anche eliminati in maniera corretta tutti i germogli pre- senti al di sotto dell’impalcatura principale della pianta,
facilitando così l’ingresso dei raggi solari all’interno della chioma e dimi- nuendo l’umidità relativa presente nella zona interessata.
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La mia casa
Un tempo, affacciandosi davanti alla balconata, di fianco al Castello Ruffo, si vedevano solo orti, il mulino di mio cugino, “Cicciu u mulinaru”, la chiesa di San Francesco, le campagne e il mare.
Accanto alla chiesa, vi era il nostro orto con una casetta contadina fatta di fango e paglia che mio padre fece costruire un paio d’anni dopo la mia nascita, che utilizzavamo per starci durante il giorno. In paese vivevamo non lontano dalla balconata di via Castello, in una casa dai muri di pietra, alla quale si accedeva da una scala all’esterno; ancora ricordo che la porta si apriva con una chiave grossa e lunga di quasi quindici centimetri.
All’interno, accanto alla cucina avevamo la cantina, dove tenevamo le botti di vino e le giare dell’olio, la soppressata appesa e il formaggio nella credenza, tutto ad uso familiare. A pianterreno mio padre aveva la stalla, dove ci teneva l’asina ed alcuni attrezzi da lavoro.
Per lavare la biancheria o per la cucina, per prendere l’acqua da bere mia madre doveva andare alla fontana dei Monaci, anche d’inverno. Quando la temperatura scendeva, il più delle volte lei mandava me.
La casa dove abitavo, simile a molte altre del paese di Nicotera, con lastri- cato di cotto, era rivolta ad ovest verso la Marina di Nicotera. Era addossata alla casa del barbiere Montefusco.
Dalla camera da letto si accedeva ad un unico ambiente che fungeva da ingresso, cucina, sala da pranzo, stanza per gli ospiti e dove io facevo i com- piti. Questa stanza aveva un piccolo focolare che era l’unica fonte di riscal- damento di tutta la casa, ma nelle notti più fredde utilizzavamo il braciere di rame che serviva anche per produrre i tizzoni che, mischiati al carbone, si adoperavano per cucinare.
I letti erano nella stanza che affacciava verso il mare, molto spartana come il resto della casa. L’oggetto più inusuale che si poteva trovare in camera era il lavamano, una bacinella poggiata su un supporto in ferro battuto più o meno lavorato e decorato in cui era inserito il ripiano per la brocca dell’acqua con ai lati il porta-asciugamani. Il lavamano era un oggetto indispensabile per l’igiene, perché il bagno così come si intende oggi non c’era e comunque non era vicino alle camere, e quindi era indispensabile per potersi lavare. In occasione delle visite del dottore venivano tirati fuori gli asciugamani di lino più belli, quelli che mia madre aveva ricamato per il suo corredo e saltava fuori anche qualche saponetta Palmolive più profumata delle abituali. I materassi dei letti erano di lana, quella vera di pecora, a gran- di ciuffi insaccati nei gusci di cotone a strisce marroni.
L’arredamento della cucina era molto essenziale e comprendeva: l’acquaio in pietra o in graniglia, poggiato su due muretti e chiuso sotto da una tendi- na scorrevole, lo scolapiatti in legno sopra l’acquaio, un grande tavolo con le sedie (nella mia famiglia eravamo in tre, ma ce ne erano di più numerose!), e la madia dove veniva preparato l’impasto per il pane. Accanto alla cucina c’era la cantina dove veniva riposto un po’ di tutto e… niente altro. Non c’e- ra la radio che a partire dal dopoguerra cominciò ad aprire al mondo famiglie e popoli che fino ad allora avevano vissuto in ambiti molto ristretti. La luce elettrica era arrivata nel dopoguerra e gli impianti nelle case del paese erano ridotti all’osso: una lampada e una presa elettrica per ogni stanza. I fili erano esterni ed erano intrecciati e fissati con isolatori in ceramica.
Per conservare pietanze e cibi senza che venissero assaliti dalle mosche, c’era un piccolo armadietto chiuso con una retina molto fitta. Però rende bene l’idea della funzione che questo armadietto doveva svolgere, dal mo- mento che non avevamo nemmeno la ghiaccia e in qualche modo i cibi dove- vano essere conservati almeno un paio di giorni, al riparo dagli insetti e dalla temperatura.
Il forno a legna era attaccato alla “casetta” in campagna, e ci serviva per cuocere il pane per un’intera settimana. La sera poi si ritornava in paese.
Il rito del pane iniziava la sera dopo cena, quando mia madre, preparava nella madia l’impasto per formare cinque-sei pagnotte che venivano lasciate a lievitare su un apposito tavolone in cucina, per tutta la notte. La mattina prestissimo, verso le cinque, mia madre si alzava per andare in campagna, accendeva il fuoco dentro il forno e lo manteneva finché non era ben caldo; a quel punto infornava un paio di schiacciate belle grandi che servivano per te- stare la temperatura. La schiacciata appena sfornata era una delizia, aggiun- gendo olio e peperoncino, e veniva mangiata in vari momenti della giornata. Il giorno seguente, se ne era avanzata, si inzuppava nel latte, che portava il pecoraro ogni mattina passando davanti a casa con le sue due-tre pecore.
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Per le festività, come il Natale e la Pasqua, oppure per qualche altra ricor- renza, nel forno venivano cotti anche dei biscotti. In quel periodo era di rigore cuocere il pane dolce, grandi pagnotte profumate di anice e con l’uvetta e uova intere ai lati; in autunno venivano cotte le schiacciate dolci con l’uva che in quattro e quattr’otto venivano fatte fuori.
La mia casa di una volta 29
La famiglia in campagna
La famiglia del contadino nicoterese, così come quella del pescatore della Marina, penso sia inquadrabile in uno stato più o meno sensibile di matriar- cato. La donna chiama il marito con un termine che quasi sembra voglia indicare in lui il simbolo della maschilità e null’altro: “igiu”, egli.
Lei non chiama mai il suo uomo “marito”, cioè quasi mai lo riconosce come amministratore e padrone. L’assenza dell’uomo dalla casa per tutto il giorno rappresenta per la donna una sorta di investitura di potere su questo bene, piccolo che sia, miserabile che sia. La casa è per la donna e della donna, come la campagna è per l’uomo.
Per la donna avvicinarsi al lavoro della terra è come un rinunciare al pos- sesso della casa. Certo, ora, lavorare la terra è un compito talmente faticoso, con l’aggiunta del lungo percorso dal paese alla campagna, che da tutti è considerato come una condanna, e le donne si impongono di non subirla e i ragazzi sognano di fare i pastori piuttosto.
Nella scuola mi è capitato di soffermarmi in un’aula ed ho chiesto ad un ragazzo contadino quale mestiere gli piacerebbe fare da grande. “Il pasto- re” mi rispose, “perché così non mi affatico a zappare, vendo i formaggi e guadagno soldi, e passo il giorno a far niente”. Le ragazze si sposano sui diciott’anni; e si dice: “Filomena ha diciott’anni, maritala!”. Se i parenti degli sposi non sono d’accordo ad acconsentire, si mette di mezzo il padrino, e se proprio le ragioni e gli interessi non sono conciliabili, e i ragazzi si vogliono sposare ugualmente, allora fanno la cosiddetta “fuitina”. La ragazza viene
“rapita” dal giovanotto, portata in un altro paese, e dopo alcuni giorni i pa- renti avvertono i carabinieri per farli ritornare al paese, e allora si fanno le nozze, ma segretamente, senza invitati e con poca spesa.
Nella vicendevole scelta degli sposi si tiene moltissimo conto della posizio- ne che occupa la loro famiglia nella scala sociale agricola. Si hanno i “massari”, contadini proprietari di terra, piccoli proprietari che con l’emigrazione hanno potuto comperarsi qualche pezzo di terreno, i mezzadri, i borghesi o gli affittuari.
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Pranzo in campagna con la famiglia
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Così un “jurnataru”, che lavora sulla terra, è più apprezzato di uno che si occupa dei muli, e questi d’uno che va dietro alle pecore, e questi d’uno che fa il capraro, e questi d’uno che attende ai porci. Sicché il figlio d’un contadino proprietario di terra indebitato e misero non sposerebbe mai la figlia di un proprietario di pecore sebbene ricco. E la figlia di un “jurnataru” che lavora dietro il suo asino non andrebbe a nozze col figlio di un “jurnataru” pecoraio o capraro o porcaro.
Non è la ricchezza effettiva che crea distinzione, ma la ricchezza per così dire morale e questo mi sembra dimostri una preziosa qualità di questa gente. Il contadino ha un grande amore per i suoi animali e dicono che la perdita d’u- no di questi lo addolori quanto quella d’un figlio; egli dorme nella stalla anche perché a volte non ha altro posto, ma anche perché durante la notte vuole sentirsi a guardia delle sue amate bestie e pronto a difenderle e a soccorrerle.
Dopo anni, il contadino ha l’impressione che la stalla che ha ricevuto, pur essendo contigua alla casa, risultasse già troppo lontana per non essere essa stessa una sempre visibile stanza della sua abitazione. E si capisce la radice di questo amore: i suoi muli sono per lui i suoi grandi compagni, quelli che non solo gli danno la possibilità di fare i lavori, ma quelli che lo portano in campagna per decine di chilometri e a casa alla sera quando è stanco e infreddolito.
Altro grande amore è quello per la sua casa, povera che sia, una casa che sia sua. Poter avere una casa propria è per lui segno di libertà più del posse- dere una terra. Non è veramente esatto così, ma è che essere proprietario di una terra riesce assai più difficile.
Il contadino nicoterese non è dedito al giuoco né si ubriaca. In paese ci sono solo due caffè, ma non sono frequentati da lui nei giorni di festa; si radu- nano, invece, i contadini nella piazza Garibaldi o dietro il Castello dove fanno circolo ritti in piedi per ore e ore a chiacchierare sull’andamento della stagione.
Il sentimento religioso del contadino è principalmente rivolto al santo protettore del paese, San Giuseppe. Gente resistente, educata ad un lavoro della terra faticoso più di ogni altra regione; allenati a salire e scendere con- tinuamente in questa terra montana, abituati a resistere alla sete e a nutrir- si spartanamente, costituiscono l’elemento più solido delle nostre fanterie. Questi contadini nicoteresi cominciano ora, dopo la guerra, raramente a far uso della bicicletta, ma in genere le loro gambe sono la sola loro forza motri- ce pura e semplice per lunghi percorsi.
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Il pane è la base sacra del loro pasto e lo chiamano la grazia di Dio, per esso hanno un rispetto sommo, se cade per terra lo baciano e guai metterlo sulla tavola a rovescio; prima di fare l’infornata con la spatola fanno il segno della Croce pronunciando le parole: “In nome du Patri, du Figghiu e du Spiri- tu Santu”. E questo pane nicoterese è buono ebenedetto, saporito fin nella mollica, trattazione sublime di questo aureo e asciutto grano scaturito da questa terra temprata dai venti africani e da quelli del nord. Ma verrà il giorno che questo pane avrà altro sapore, un sapore felice, dato dalla gioia di averlo prodotto con minore fatica e con più serenità d’animo, gustato tutti seduti alla stessa tavola due volte al giorno, uomini e donne, ritornando nella nuo- va casa dai campi vicini.
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Il forgiaro
Il fabbro rappresenta un artigiano che aveva molta considerazione nei di- versi territori. Infatti, a Nicotera, paese a vocazione agricola, non si poteva fare a meno di questo professionista lavoratore dei metalli. Con l’incudine, le pinze e le tenaglie, i martelli e le mazze, il fabbro modellava le barre di ferro incandescenti, che cedevano sotto i suoi colpi vigorosi, diventando zappe, vanghe, mannaie, accette, falci, picconi, roncole ferri di cavallo e brocche.
La materia prima del fabbro era costituita da barre di ferro di varie di- mensioni. Le sue macchine e i suoi attrezzi principali erano la fucina, nella quale era acceso il fuoco di carboni tenuto sempre vivo con un mantice o un soffietto per le operazioni di minore entità, l’incudine, tanti martelli di varie dimensioni, le tenaglie, lo stagno e il piccolo martelletto per l’applicazione.
Il ferro veniva riscaldato sul carbone acceso a una temperatura compresa tra 650 e 900° C, chiamata la “calda al rosso-bianco”.
A temperature inferiori, chi lavora il ferro sa bene che sotto martellata questo tende a “creparsi”; oltre i 900° C si ha la calda al “rosso carico”, per la tempra di acciai dolci; la calda “bianca o sudante”, a 1300-1500° C, è la più alta che il ferro possa sopportare.
Servivano poi le tenaglie da forgiatore, con manici lunghissimi che per- mettevano di manovrare il ferro senza bruciarsi.
I principali lavori di forgiatura sono: la stiratura, con cui si allungano i pezzi incidendoli trasversalmente con la penna del martello; la spianatura, ottenuta con la testa del martello a completamento dell’opera precedente; la ricalcatura, che crea nella barra un rigonfiamento “di testa per punte a lancia” o al centro per “piegature ad angolo retto”. Il ferro ammorbidito si può anche tagliare, con martelli speciali o con il tagliolo inserito nell’incudine, e model- lare con stampi e controstampi.
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Il maniscalco
Il “maniscalco” di Via Foschea era un personaggio importante, soprat- tutto per il particolare ruolo che rivestiva all’epoca, essendoci molti asini in circolazione adibiti ai lavori contadini. Era l’unico maniscalco del paese, e i padroni degli asini si rivolgevano a lui per “ferrare” gli zoccoli dell’animale.
A Nicotera la figura del maniscalco acquisì sempre più importanza fino agli anni ’50. L’arte della ferratura, o “maniscalcu”, risale probabilmente all’e- poca dell’addomesticamento dell’asino, poiché fino ad allora l’uomo cercò il mezzo per rendere meno sensibile gli effetti del consumo dell’unghia stessa. Non si sa quale uso se ne facesse, certo è che non poteva rappresentare una soluzione definitiva perché un asino così calzato non poteva marciare lun- gamente e tantomeno poteva passare ad andature veloci.
Occorsero ancora molti anni di prove e tentativi, prima di trovare delle so- luzioni razionali che affermassero la ferratura quale protezione dello zoccolo senza alterarne le sue funzioni naturali. Il “forgiaro” era anche maniscalco ferrava asini, cavalli e buoi. La procedura era abbastanza laboriosa. Dopo aver immobilizzato l’animale, il maniscalco schiodava il ferro da sostituire; tranciava le punte dei chiodi uscenti estraendole da sotto con delle tenaglie. L’unghia era limata e rifinita con scalpello e coltello. Quindi, ne veniva valu- tata la grandezza e la forma. Poi si forgiava un ferro nuovo o, in alternativa, se era della misura giusta, se ne sceglieva uno fra quelli già preparati. Infine, era provato sotto l’unghia e si modificava affinché aderisse con precisione.
Una volta c’erano numerose botteghe di maniscalchi nei dintorni di Nicote- ra artigiani che ferravano gli asini e costruiva attrezzi da lavoro. Mi raccon- tava mio padre che per cambiare i ferri alla sua mula, il maniscalco per prima cosa toglieva i ferri vecchi e poi tagliava le unghie che avanzavano, le spiana- va e, quindi, applicava il ferro nuovo, che inchiodava con precisione per evita- re che i chiodi, oltrepassando lo strato dell’unghia, andassero a ferire la parte viva dello zoccolo. In tal caso, il rischio era quello di azzoppare la bestia.
Dopo, con la tenaglia, tagliava le punte dei chiodi che venivano fuori e il resto veniva ripiegato sullo zoccolo stesso.
Quando la bestia era calma, tutto procedeva bene, non c’erano problemi.
Al contrario, se strepitava, al labbro superiore veniva attorcigliata un pezzo di corda sottile, attaccato a un manico di legno, che serviva a calmar- la. Più la bestia si muoveva e più si attorcigliava l’attrezzo per distrarla e far- le sentire male. Nel caso in cui la bestia tirava calci, gli si legavano le zampe
Un sogno
Sta seduta fuori, insieme alla nipotina e con altri vicini, su una piccola seggiola lavorata con la paglia, di quelle comperate al mercato della domeni- ca. Si protegge dal sole alto, con un fazzoletto scuro sui capelli e sporgente a coprire gli occhi.
Ha una cesta sulle ginocchia e da essa trae gomitoli di lana, fa la calza per l’inverno Donna Filomena. Un’altra contiene gambi di origano, dai quali stacca le foglioline secche, gettando lo stelo.
La luce riverberata della strada del rione Giudecca la illumina e la colloca fuori dal tempo. E invece lei domina lo spazio intorno, con orecchie attente e gli occhi vivi. Si alza poco dopo e con passi gravi va all’orto, dove cresce il basilico che sarà destinato al pomodoro in bottiglia, vi toglie le erbe, fa spazio alle piantine, lo irriga e poi ritorna alla sedia.
Maggio profuma l’aria, che incoraggia la lite fra l’onda e la dura casta.
La donna a capo chino sente la dolcezza del momento. Ora le gambe sono bruciate dal braciere di rame dell’inverno.
Non corrono più leggere come un tempo. Quando fioriva il sorriso sulle gote imbellite del pudore.
E visi ed emozioni, progetti, delusioni, umori… sono passati.
Anche l’avvenire è passato, come un sogno. Bello nella realtà e nel ricordo. E maggio lo infioretta di voli di farfalle e di ronzii di mosche ed api.
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Donna Filomena e sua nipote
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Freddo di dicembre
Sempre gli stessi visi! Rinsecchiti dal freddo e solcati dal sole, seminasco- sti nei cappotti, appaiono e scompaiono nelle mattinate in cui la burrasca imperversa sulla terra e sul mare. Visi scuri, con i solchi incisi e scavati, ammantati della solitudine, con gli occhi rimpiccioliti dall’orizzonte sociale.
Un saluto, un cenno del corpo e via, le raffiche di vento sospingono in avan- ti, raffreddano il canto, che lega per un momento chi vive lo stesso destino.
Inverno negli animi, calato come una dura scorza, che chiude l’individuo nella sua magra pelle. Talora l’aria di bonaccia marina, sotto un’alba rosea, annuncia una pausa, nella furia della stagione, ma quei visi accigliati aveva- no ancora l’inverno nel cuore e non si scioglievano più.
Fuori il vento s’irrobustiva al pari della sera che avvolgeva tutto di nero. Nelle stradine il sibilo del vento, il fastidio di scansare le carte e la polvere, turbinanti sempre alla ricerca di un angolo morto. Un’anziana signora con il ventaglio di vimini ritira il braciere di rame davanti alla sua porta.
Tante volte restavamo seduti intorno al braciere, quando venivano i no- stri vicini. Io, ancora bambino, ascoltavo i discorsi degli adulti. Mi piaceva conoscere i racconti e gli episodi della loro vita, mi appassionavo ai fatti e a quelle vicende di altre epoche, alle storie di malocchio, di fatture, di stre- gonerie, figlie di quella complessa tradizione popolare che viene dai latini e dall’antica Grecia.
Mi piaceva anche sentire le narrazioni e i ricordi che gli uomini anziani avevano della Prima, della Seconda guerra mondiale e del periodo dell’occu- pazione. Ero affascinato, avevo gli occhi sgranati pieni di meraviglia. Ogni tanto rivolgevo qualche domanda, col massimo rispetto, dando sempre del lei sia a mio padre sia a mia madre e prendevo le loro risposte come verità assoluta.
Anche quando fuori infuriava il vento o la pioggia, intorno al braciere si provava un senso di calore, di protezione, di serenità, di pace.
Dentro, il calduccio timido di pochi tizzoni appannati di cenere e il profu- mo delle bucce d’arancio accostate alla brace. La ruota di legno conteneva
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il braciere, e lei stava attorno con i piedi poggiati sulla ruota, in mezzo alla cucina. Per i nicoteresi, la cucina è vissuta come un soggiorno. Il braciere era presente in ogni casa e, con gli anni – ricordo – si diventava tutti più freddolosi.
L’inverno si consumava a rilento, come le castagne sul fuoco. Odoroso come lo zucchero bruciato, silenzioso come un sentimento custodito nel cuore. Nessun inverno ha mai sopravanzato la fisicità per divenire una con- dizione dell’animo.
Il braciere costituiva la fonte di calore necessaria per la nostra sopravvi- venza. Era un bel recipiente circolare, di rame, con il bordo di ottone cromato e due manici cesellati; esso faceva bella vista al centro della stanza, dove la famiglia si riuniva per lo più di pomeriggio: i ragazzi per studiare, le donne per cucire o fare la maglia, fumare il sigaro oppure, semplicemente, per conversare.
Noi spesso posavamo i piedi gelati proprio sul supporto ligneo in cerca di calore e d’intimità, stando attenti a non accostare troppo le scarpe. Ogni tanto una palettina di ferro, guidata da mani esperte, “sbracava”, rimestava la carbonella che si ravvivava e mandava per un attimo un guizzo luminoso, poi la cenere accarezzava di nuovo gli anellini di fuoco e li ricopriva per farli durare più a lungo. Una scorzetta di arancia o di mandarino, messa tra i carboncini, emetteva un sottile filo di fumo e un odore particolare che aro- matizzava l’aria della stanza e dava un senso di fresco e di pulito.
Dopo aver donato al braciere tutto il suo carico di carbonella, messa ap- positamente in abbondanza per ardere e riscaldare, la sera veniva utilizzato anche per cucinare una minestra o i fagioli in un paiolo di rame o anche per raccogliere la famiglia riunita nella cucina.
La stanza dove era collocato il braciere era la cosiddetta “stanza da pran- zo”, con arredi essenziali: un tavolo col centrino ricamato sopra, alcune sedie, una credenza ai cui sportelli di vetro erano infilate le fotografie di fa- miglia, il figlio militare o emigrato nelle lontane Americhe, una cartolina di Napoli col pennacchio fumante sul Vesuvio.
In bell’ordine, tazze, tazzine e bicchieri di quelli buoni, una zuccheriera e qualche brocca. Erano opera delle donne e della loro sapienza nell’ordire trame e ricami, un’attività tramandata da generazioni, il risultato era stra- ordinario, pezzi unici. In un angolo della stanza, a quei tempi, negli anni ’50, a casa di chi poteva averla, troneggiava una radio appoggiata alla credenza, che solitamente veniva accesa di pomeriggio, o un po’ di sera.
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Le cugine Rosaria e Domenica al braciere 42
“U pirrocciulu”
Chi non ha mai giocato “cu u pirrocciulu isa a manu”! Io ci ho giocato ma con scarsi risultati, eppure un nostro amico di famiglia che vendeva i giocattoli nelle fiere ha più volte tentato di insegnarmi. “U pirrocciulu” è una trottola, un gioco praticato fin dall’antichità, dalla Mesopotamia a Troia, a Pompei, famosissimo presso i Greci e i Romani.
Nei testi romani, da Plinio a Virgilio, chiamavano la trottola “turbo”, Cato- ne il Censore consigliava ai genitori il gioco della trottola, perché lo riteneva molto più adatto ai bambini di quanto lo fossero i dadi.
In altre parti d’Italia, poi, era un gioco nazionale: ogni parrocchia pos- sedeva la propria trottola e, nelle mie zone, era tradizione che s’iniziasse a giocare con “u pirrocciulu” già il Martedì Grasso. Ne salterellavano parecchi sulle strade di Nicotera, in ogni rione c’erano le gare con le trottole.
Nei nostri paesi, ancora oggi, esistono artigiani che continuano a forgiare e a vendere le trottole in occasione delle fiere. Restano ancora tracce di con- tinuità con il passato, grazie a giochi come questo, e qualcuno ancora ne continua a insegnare l’arte del lancio e della durata ai bambini di oggi.
Come si gioca: attorno alla trottola è avvolta una corda, in modo da for- mare una spirale, che va dalla punta (in metallo) sino alla sommità della pancia (di legno) alla parte più alta e larga. La corda permette, attraverso un abile lancio, di far ruotare la trottola in un turbinio di giri sul perno metallico.
Vinceva chi riusciva a far girare la trottola per un tempo maggiore degli altri. I ragazzi facevano vere e proprie competizioni.
Alcuni ragazzi erano molto invidiati perché avevano un’abilità eccezio- nale, la loro trottola, una volta lanciata, riusciva a girare sulle mani, sulle ginocchia, sulle punte delle scarpe.
La domenica molto spesso, nelle prime ore del pomeriggio, prima della dottrina, ci si dava appuntamento sui sagrati delle chiese parrocchiali, per assistere alle esibizioni dei giocatori più bravi. Quanti ricordi e quante corse per recuperare quelle trottole fatte di legno da mani capaci di artigiani del posto.
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“U pirrocciulu”
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Carnevale
Nicotera viveva una dimensione carnevalesca del tutto particolare, che aveva come motivo caratterizzante la rivisitazione di luoghi e angoli del pa- ese e dei rioni, considerati come cornice unica per eventi di divertimento e di animazione. L’obiettivo era di creare occasioni inedite piene di sorprese, per l’incontro e scambio fra le varie realtà sociali che componevano il tessuto umano nicoterese, offrendo così la possibilità di vivere momenti insoliti ne- gli spazi della quotidianità.
Ogni anno il tema del carnevale nicoterese cambiava; erano esaltate ed evidenziate prospettive diverse, articolate in spettacoli, c’era inoltre qualche bancarella con dolciumi tipici proprio del periodo carnevalesco, che aveva inizio dal Giovedì al Martedì Grasso, il momento culmine della festa.
Il dolce tipico del carnevale era la “pignorata” con il miele o il “vino cotto”. La tradizione credo che risalisse a secoli prima, almeno ai primi del ’600, da allora tutti gli anni, a parte il periodo delle guerre, il Carnevale si svolgeva a Nicotera ed era rinomato. Poi, con il tempo, sono mutate le sue caratteristi- che ed espressioni.
Negli anni ’50 aveva perso tono, salvo per alcuni costumi fatti in casa. Si ritiene che, in tempi antichissimi, il carnevale nicoterese abbia avuto origine spontaneamente, come libera espressione popolare. La gente voleva ridere e scherzare, dando luogo a saturnali in maschera, anche per beffeggiare i potenti di allora. Era il modo di poter stare un po’ in allegria.
Così si salutava il carnevale, si cominciava preparando dolcetti e poi, nel- la mattinata, si apriva con una sfilata per le vie del paese, con tutti i perso- naggi mascherati.
Era anche il modo del susseguirsi delle stagioni, Carnevale era la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera, un rituale di fecondità e prosperità per il nuovo anno. Si facevano i dispetti, si chiudeva con personaggi mascherati nella domenica grassa.
Protagonista era “U Pagliacciu”, che portava con sé un bastone alla cui sommità era legato un gallo: questo e altri personaggi si divertivano a spa-
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ventare i paesani e a far scherzi, soprattutto alle ragazze, vere destinatarie della festa. Dopo balli, schiamazzi e finte morti, si giungeva al momento culminante della rappresentazione: “U Pagliacciu”, tagliando la testa al gallo (che nel frattempo era stato appeso ad un albero), ammazzava se stesso, de- cretando la morte del Carnevale, la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera, in un rituale di fecondità e prosperità per il nuovo anno.
I giovani attendevano con ansia le poche scadenze annuali per fare un po’ di allegria. Altre occasioni di allegria per i giovani erano le feste patronali, i mercati, le fiere e festeggiare la chiamata alla leva alla classe di appartenenza, al raggiungimento della maggiore età con balli e sbornie.
Carnevale 46
“A pezza ’o casu”
Durante le feste d’inverno, generalmente di pomeriggio, a Nicotera ci dedi- cavamo ad un gioco oggi quasi del tutto scomparso, che liberava le abilità di ogni singolo, scatenava la competizione fra i partecipanti e al tempo stesso educava all’osservazione delle regole: la Ruzzola, una pratica dalle antichis- sime origini. Il gioco consisteva nel lancio di una forma di formaggio peco- rino stagionato, che in origine i pastori si divertivano a far rotolare lungo pendii e tratturi.
La competizione nicoterese richiamava molti spettatori. Intorno alla gara s’intrattenevano gli astanti nel gioco delle carte, bevendo vino, chiacchieran- do e scherzando. Uno dei protagonisti mi raccontava che, mentre giocavano, un notabile del paese, dopo essersi arrampicato su di un cocuzzolo di terra, si divertiva a tirare fichi d’india contro i passanti.
In dialetto nicoterese, il gioco veniva chiamato “a pezza ‘o casu”, una for- ma di formaggio pecorino locale (dai 10 ai 12 chilogrammi con uno spessore di 10-12 centimetri e con un diametro intorno ai 35 centimetri) che si lancia- va con una corda di 3-3,50 metri avvinta lungo la circonferenza. La corda era fatta con lo spago da calzolaio, piegata e torta in otto capi, ed impeciata, per meglio aderire alla circonferenza.
Già nell’antichità, come detto, si soleva fare questo gioco popolare, ne ho trovato traccia agli inizi del 1600, epoca in cui la strada cominciò a essere bat- tuta. A Nicotera, a quei tempi, si praticava ancora con tanto entusiasmo e tanta partecipazione, seguendo le solite, vecchie regole che governavano il gioco.
Era un gioco di abilità, ma soprattutto di fortuna, tramandato ai posteri dagli “antichi” per la naturale continuazione.
Il gioco consisteva nel lanciare la “a pezza ‘o casu”, facendo leva sul piede di appoggio fermo (“pedi fermu”) sul punto segnato, senza alcuna rincorsa, lungo il percorso che andava dalla Loggia di via Castello al traguardo fissato alla fine della balconata. In caso di un’eventuale appendice, dovuta al gioco, si proseguiva come da tradizione, per la stradina che portava un tempo ai mulini del Rione Corte.
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“A Pezza o casu” 48
Indicati dai capitani i primi due giocatori, si faceva la conta (“u toccu”) per stabilire chi doveva iniziare. Di seguito, i secondi giocatori delle rispettive squadre, si alternavano, partendo dal punto in cui la forma si era arrestata.
La squadra era composta da due o tre tiratori, se il suo ultimo giocatore raggiungeva, oltrepassava e andava più lontano da “sarva” dell’altro, a pari- tà di colpi (“lanci”), era dichiarato vincitore e aveva diritto al possesso della posta in palio: “A pezza ‘o casu”.
Il gioco si svolgeva nel periodo carnascialesco.
Ai margini della strada, teatro e ribalta del gioco, dopo mezzogiorno, si assiepava tanta folla che, tra l’altro, conoscendo le doti di ogni giocatore-ti- ratore, ne evidenziava i pregi e i difetti, pronosticando pro o contro il possi- bile vincitore.
Si viveva un’atmosfera di esultanza e di esaltazione, di emulazione e riva- lità, di confronti e preferenze, di previsioni e pronostici, mentre, nel brusio della gente, partigiana di una o l’altra parte, si ascoltavano voci che invita- vano a prestare attenzione all’imminente lancio e si ridestavano i ricordi re- lativi a lanci “famosi” di giocatori che hanno fatto la storia del “gioco”. Come se si sfogliasse un vocabolario antico, si pronunciavano, durante il gioco, parole di lingue diverse. Si ascoltavano termini e accenti arcaici, che non si ripetevano durante l’anno, ma soltanto in occasione della sagra invernale nicoterese che si svolgeva generalmente nel periodo di Carnevale.
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Processione di San Giuseppe
Eravamo appoggiati al muretto davanti alla piccola chiesa di San Giusep- pe alla discesa del Borgo. L’interno era adorno di fiori e di luci. L’avevano addobbata al mattino le donne del vicinato. Donna Carmela metteva la to- vaglia ricamata sul tavolo, “Mastru Micu” i vasi di vetro per i fiori, Zia Rosa i garofani e le rose, Ciccio allacciava la corrente elettrica al telaio con le lunette, e il piccolo altare era pronto.
Processione di S. Giuseppe
Ai ragazzi affidavano l’incarico di ritagliare la carta facendo le sagome di mille bandiere, alle quali l’infaticabile Ciccio incollava le asticelle. Erano fissa- te tutt’intorno, come festoni colorati.
Poi, al cadere della sera, ci si radunava per la processione. Le mamme col rosario in mano, così come le bambine. Le donne portavano con sé anche le seggiole. I ragazzi erano sparsi lì, davanti, tra le bancarelle dei “mastazzola”
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intorno alla chiesa, sotto il tiro vigile dell’occhio materno. Una vecchietta ini- ziava a sgranare il rosario. Si rispondeva. Poi veniva il canto di una preghie- ra mariana. Era questo il momento più atteso. Perché il canto liturgico aveva l’andamento strascicato del dialetto nicoterese. Era un sinuoso, sommesso dialogo cantato. Come fra la gente che si conosce. Pregava tutto il vicolo il suo canto e le voci s’intridevano con la sera, realizzando un’atmosfera inti- ma di chiesa in comune.
Un bivacco di gente d’altri tempi, di gente del paese. Irreale nella disloca- zione e nella motivazione. Così dovevano giudicarci quei pochi forestieri che osservavano.
La processione metteva un’emozione vivace e vera. Era una preghiera re- ale, che partiva dalla vita e saliva direttamente, senza intermediazioni eccle- siastiche, da quel quadro stinto dalla pioggia.
Le madri imploravano la grazia nel segreto del proprio cuore, affidavano alla preghiera le angosce più dolorose.
I ragazzi di allora, proprio così, fra un dispetto e una burla, alzavano gli occhi al cielo, e imparavano a costituirsi la propria fede, con un muto dialo- go con la coscienza.
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Tuoni di marzo
Tutto il giorno è stato un alternarsi di pioggia e di sereno. Nel pomeriggio, mentre grossi nuvoloni passano veloci oscurando il cielo, ecco che rapida- mente s’apre al chiaro un altro, prolungato, minaccioso tuono. L’aria inde- cisa adesso rompe l’incertezza. Tremando nella potenza del suono, secco.
Trema l’atmosfera lacerata e il mugugno sordido del tuono si perde lontano. Non si fa a tempo a soppesare la minaccia che si oscura intorno e una pioggerella insistente scende copiosa dal cielo. Subito dopo filtra il sole e dà risalto al bagnato. Ride la natura di marzo, al brillio delle goccioline imperla
la campagna.
Durante il giorno stavamo con mia madre in campagna, ella mi anticipava
sempre. Andava avanti con una lunga canna, battendo l’erba. Era il gesto propiziatorio che ci doveva mettere al sicuro dagli incontri con le timorose ma innocue serpi nere.
“I trona i marzu”, le sveglia. Così risoluto e potente, le rimuove del letargo e le invoglia a uscire per la campagna. Incontro indesiderato e talora anche terrificante, per esorcizzare il quale mi si induceva al gesto tribale.
Nel mese di marzo a Nicotera l’instabilità del clima faceva alternare giorna- te di sole a violenti temporali prima dell’avvicinarsi della primavera.
Durante il mese c’era sempre un tuono fortissimo che scuoteva ogni casa, spesso capitava di notte, e ancora più spesso “andava via la luce” come so- litamente si diceva in quegli anni. Questo era il segnale che risvegliava dal letargo gli animali, annunciando l’arrivo della primavera. Questa credenza popolare era confermata da molti proverbi, diffusi in Calabria, che parlano di un tuono di marzo che faceva risvegliare le serpi e le faceva uscire dalle tane. All’orto di San Francesco spesso le vedevo, e mia madre per questo andava in giro con una canna! E quando durante l’anno capitava di sentire un tuono particolarmente fragoroso si sentiva esclamare: “I trona i marzu!”, mi diceva mia madre. Attenzione, dunque, in questo mese a un tuono più forte degli altri, la primavera è in arrivo!
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Venerdì Santo
Così, in silenzio ha luogo il Venerdì Santo, come incolpando gli uomini della morte di Cristo. Le preghiere sospingono avanti la processione nella strada, a cui partecipano tutti i cittadini, un po’ per devozione e un po’ per mostrarsi. Attraversa le strade di Nicotera, mostrando alla Pietà il corpo di Gesù nel fere- tro. Un brivido di colpa corre per la schiena al nero passaggio, e un imbarazzo sottile prende l’animo. Nelle case si accendono, allora, le luci. Il nero lutto della processione, con l’avanzare si fa ancora più cupo. Si libra intorno un’atmo- sfera drammatica. La fiammella dei lumi del feretro tremola, i canti straziano, tuona penitenza il monito del canonico, guizza cenere dalle fiamme. Quando ci si guarda intorno per riprendere il filo dell’avvenimento, la processione è lontana e così il turbamento si avvia verso casa mia, in via Foschea.
Dio e l’uomo si sono incontrati nella coscienza degli avvenimenti del Ve- nerdì Santo.
A quel tempo, nella settimana santa, si respirava un’aria quasi sacra: era come se il tutto partecipasse al pathos religioso della Passione, per esplodere infine nella gioia della Resurrezione di nostro Signore.
Allora s’iniziava con la domenica, quando abilissimi artigiani intreccia- vano e vendevano le tenere foglie delle palme, con un colore di un bel giallo insolito, fatte con un procedimento che per me è rimasto sempre un mistero. E tutti a farsi benedire le palme e i rametti di ulivo, che se non fossero stati benedetti, non sarebbero serviti a niente; e poi tornati a casa, si sostituivano nelle immagini sacre quelli dell’anno precedente: le vecchie palme rinsecchite erano bruciate e le loro ceneri erano sparpagliate nei quattro angoli della casa.
Passata la domenica, si entrava nella settimana di Passione, e via via che passavano i giorni l’atmosfera s’ingrigiva e culminava nei giorni del giovedì, giornata dedicata ai sepolcri, e del venerdì, dedicata alla Via Crucis.
Il giovedì ogni chiesa addobbava l’altare con una fantasmagorica quanti- tà di colori. Quello che colpiva in particolare erano dei piatti preparati dalle famiglie con del grano o dell’orzo, fatto germogliare al buio, sicché la colora- zione assunta era di un colore giallo paglierino.
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Venerdì Santo
La partecipazione all’addobbo di un altare era tanta, e fra le famiglie na- sceva una certa concorrenza per la preparazione di questi piatti, che spes- so prendevano forme artisticamente richiamanti i simboli della religione cristiana. Poi il pomeriggio, fino a sera inoltrata, si faceva il famoso “giro dei sepolcri”: se ne dovevano visitare un numero dispari; serviva anche a stabilire un confronto fra i fedeli delle varie parrocchie, almeno quella era la tradizione.
Non ricordo che nella giornata del venerdì ci fosse mai stato il sole, anche se si era quasi all’inizio della primavera; come se anche il tempo con la sua cappa grigia volesse partecipare al dolore per la morte di Gesù. In tutte le chiese si ricoprivano le immagini sacre con teli di colore viola; le campane erano legate, perché non suonassero; il paese era avvolto in una cappa ir- reale, dove l’unico rumore a volte percepito, a mezzogiorno, era quello della
“troccola”, che produceva un ligneo suono cadenzato, dolente colonna sono- ra di quei giorni silenziosi.
Anche noi ragazzi osservavamo l’atmosfera sacra: si parlava a bassa voce, non si cantava, non si giocava a carte e poi al pomeriggio del venerdì si andava a vedere le “varette” in Cattedrale. Era una processione lunghissi-
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ma, che si apriva con l’Ultima Cena. Seguivano le rappresentazioni, molto ben modellate, delle varie stazioni della Via Crucis.
Di solito, era molto suggestivo vederle sfilare dopo l’imbrunire, quan- do si accendevano i lumi che conferivano alle “varette” una sorta di alta drammaticità.
Intanto parallelamente ferveva l’attività di preparazione del cibo pasquale. Le massaie, come si diceva, preparavano il cibo; la forma più eseguita era il pane con dentro le uova sode chiamato “curugia”. La disputa era di solito se l’uovo dovesse essere messo con la buccia oppure senza!
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Vento
Vento imperante, vento invadente, dilagante. Vento che tutto sommuove e rimuove. Vento del mare, che compare inaspettato, infuriato, vento ine- guale, che di sera sale, apre le finestre, tentenna le porte, tormenta le canne e fischia, e fischia veloce.
Vento che appanna la vista, insiste e stordisce, vento nostrano che carez- za e scuote le terre nicoteresi.
Ci si sente soli col vento. Turbina fra le case serrate, alza la polvere nelle strade ciottolate, inonda la Marina di salmastro.
Nel cavo dei vicoli prende voce e agghiaccia, avanza la paura, strappa i panni stesi e desola le vie. Le luci sembrano tremare nella furia che attana- glia le case e le sbalza. Il vento è padrone assoluto, quando imperversa non conosce ostacoli. Spazza, scaraventa, ribalta. All’individuo toglie anche il supporto sociale, lo vanifica.
Ansimante, l’animo cerca agganci per resistergli. Ci si rinserra nell’intimo, ma le bordate a raffica agitano la mente. Gli stessi rumori divengono nemici. Ci s’impaura.
È il vento con il suo alzarsi tutto incalza. Non c’è tempo: il cielo si abbas- sa nero, le piante gridano, il mare mugola ringhioso. Nelle case oscilla una triste lampada ad olio. In giro nessuno lambisce le onde tuonanti contro gli scogli affioranti. Nella notte minacciosa bussa ai vetri delle case basse, dove le madri vegliano sui giochi dei bambini. Gli unici che non si curano del vento.
Qualcuno – una volta – si accorse che qualcosa non andava, dov’era il vento? Era il suo soffio che portava le parole dei nicoteresi. Per strada, chie- se a chiunque incontrasse, ma nessuno seppe rispondere. Non si erano nem- meno accorti di lui, troppo occupati a correre più che a pensare. “Per arrivare dove, signore, dov’è che vai?”. L’uomo buono prese coraggio e chiese spie- gazioni al vento. Prima, il signore del “soffio” non aveva alcuna intenzione di rispondere, poi attraversato la bontà dell’anima dell’omino disse: “Sono stanco! Voi volete essere felici ma la felicità va meritata, non solo cercata. Volete amore ma siete egoisti. Volete la pace ma vi armate di odio e vendetta.
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Vento
Qualcuno, già molti anni fa, ha detto di amarvi e rispettarvi. Vi ha donato il mondo pulito, ma lo avete sporcato. Forse è passato troppo tempo e la memoria ha cancellato tutto. Tornerò a soffiare gioioso riportando suoni e
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canti di pace, nenie di paesi lontani; tornerò a carezzarvi il viso solo quando rivedrò generosità e sorriso. L’amore e il rispetto per la natura che vi ha dato asilo. Ricordatevi delle stagioni della vita, alla gioventù seguirà la vecchiaia. Se amore avrete donato, amore avrete al mio ritorno, se invece avete odiato, avrete la furia della ventosa”.
Chi chiese al vento, è ancora lì ad aspettare. Forse nessuno si è guardato dentro, perché non ha mai ascoltato il vento parlare.
“Domani mi vedranno correre ancora, ad alcuni impedirò il respiro, altri sospingerò divertiti, avrete il mio sibilo antico ancora nelle strettoie, solle- verò le gonne, gonfierò i cappotti”.
Al mattino il vento si affina. Attenua la foga. Gironzola gaudente fra le rovine. L’animo riprende coraggio e il sorriso, e le gote tornano a brillare sul viso.
Estenuati dallo scoramento patito, tutto riprende, l’uomo ritorna padro- ne di sé. Egli sa che finché si rimarrà qui sulla marina a uno soltanto occorre portare rispetto: al vento.
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Scena di madre al Borgo
Braccia di madre che acquietano il disagio. Avvolgenti e calde come il ripo- so attendono. Braccia mai stanche. La bimba le richiede con insistenza, ed esse si protendono, l’accolgono. Il corpicino china il capo, si adagia comodo nell’angolo che conosce e abbassa le palpebre.
Prima un frignare petulante e ora un visino d’angelo abbandonato fra le braccia a culla della madre. Due fonti d’amore racchiudono un’esistenza con segno indelebile.
Braccia di madre che creano e accudiscono sempre quell’esserino stanco. La donna guarda quel viso che si placa e gode nel suono di un’antica nenia dell’amore della mamma, e si appaga.
Questi atteggiamenti sono stati uno dei segni prevalenti di quel tempo lon- tano. Intanto il tempo passava e si andò sempre più diffondendo l’usanza dell’allattamento affidato alla balia, soprattutto come sinonimo di prestigio e distinzione sociale.
Dalle nostre parti l’allattamento al seno materno s’intreccia, purtroppo inevitabilmente e sciaguratamente, con l’infelice idea di far ricorso alla balia, una specie di moda – poi in favore del latte in polvere – che contribuì a creare non pochi problemi alle madri.
Bambini prima allontanati dalle braccia della madre e, subito dopo, appe- na possibile, mandati in campagna dopo disagevoli e lunghi viaggi, sottopo- sti a condizioni igieniche precarie, allevati con incuria, costretti alle sofferen- ze della denutrizione.
I bambini delle famiglie povere, invece, erano abbandonati nei brefotrofi. I medici e gli uomini di lettere non si stancavano mai di elogiare il latte mater- no, perché erano convinti che ciò fosse una cosa unica e straordinaria, uno strumento reale per forgiare il bambino e per rendere ancora più solido il legame affettivo tra madre e figlio.
La medicina cominciava a interrogarsi sui modi dell’allattamento, sulla durata della poppata, sulla quantità del latte assunto dal lattante, anche se la gestione del problema era delegata all’esperienza e alle pratiche quotidiane
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della gente comune, che seguiva insegnamenti e consuetudini interpretate e tramandate da generazioni.
L’allattamento al seno rappresentava per i contadini a Nicotera il modo più naturale di nutrire i propri neonati. Tuttavia ha suscitato in ogni epoca e cultura varie credenze, rituali, atteggiamenti e convinzioni che ne hanno condizionato l’effettiva diffusione. Nonostante il latte materno sia stato sempre riconosciu- to come l’alimento migliore in assoluto, solo poche donne allattano in modo esclusivo per periodi sufficientemente prolungati soprattutto dopo gli anni ’50. Ancora meno sono le donne che proseguono ad allattare in affiancamento agli alimenti tradizionali. Nella maggioranza dei casi le madri abbandonano l’allat- tamento al seno nel corso delle prime settimane di vita del bambino, passando ad una alimentazione a base di latte di mucca o capra.
In quel periodo l’allattamento al seno era più diffuso tra le donne appar- tenenti ai ceti sociali contadini. Quando mancava il latte materno o di altra donna, all’epoca si ricorreva al latte animale, addirittura ponendo il lattante direttamente sotto le mammelle della mucca o di una capra a disposizione. Si faceva ricorso anche quando il fenomeno degli abbandoni nei brefotrofi divenne di così grandi proporzioni, che le balie assoldate dagli ospedali non erano più in numero sufficiente a sfamare i tanti neonati che arrivavano.
Mamma allattando il bambino 61
“U pani i casa”
Allora era molto diffusa a Nicotera l’usanza di fare il pane in casa con forni a legna, e anche i fornai tradizionali sfornavano il cosiddetto “pani i casa” che si sa, col fuoco della legna, ha tutt’altro sapore. Da noi, chi non aveva il forno poteva contare sulla generosità dei vicini che ne avevano uno in qualche angolo dell’orto. Mia madre lo concedeva volentieri a parenti e amici che ricambiavano il favore regalando una bella pagnotta calda e l’eventuale aiuto per qualche servigio.
Per il pane si utilizzava farina di grano duro. Il pane era fatto con l’im- pasto classico di farina, acqua, sale, lievito. Da noi la farina bianca, quasi impalpabile come borotalco, la chiamiamo “farina urta” che non aveva nem- meno un granello di crusca (“canijia”). Quella di mais (“mijiu”) serviva a fare un pane più saporito, più consistente e soprattutto per i tradizionali panini di San Giuseppe, “pizzatejia”.
Nel giorno stabilito per impastare il pane tutto doveva essere pronto: frasche in abbondanza “per fare” il forno, tovaglie o lenzuola pulite, madia (“majijia”), acqua calda, ecc. Il pane s’impastava nella “majijia” aggiungendo alla farina setacciata con “u crivu” (il setaccio), il lievito sciolto in acqua tiepi- da, piano, piano, fino a creare un impasto appiccicoso. Si scioglieva anche il sale con l’acqua tiepida e si aggiungeva continuando a impastare. Di solito la quantità di farina era tanta perché si usava fare pane in abbondanza e quindi, anche per impastare, c’era spesso bisogno di aiuto.
Quando anche noi eravamo chiamati a dare un aiuto lo facevamo, io ero contento di aiutare mia mamma a girare la pasta, sbattendola, e poi ricordo che mi piaceva da matti dare un sacco di pugni con forza alla mas- sa informe della pasta per far amalgamare bene il lievito e far in modo che l’aria penetrasse in fondo, per renderla più leggera, (in effetti, lo facevo più per giocare, che come aiuto vero). Quando tutto era ben amalgamato e di consistenza omogenea, la pasta era pronta da tagliare in forme. Mia ma- dre tagliava a tocchetti e sul piano infarinato in abbondanza della madia, velocemente creava le pagnotte che venivano allineate – come un drappel- lo di soldati – su un grande ripiano, tutte ben distanziate.
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A questo punto si copriva tutto per bene con un lenzuolo, tenuto apposta, o una tovaglia e se fosse stato inverno si sarebbero messe sopra più coperte per meglio mantenere il caldo e far lievitare l’impasto più velocemente. Dopo un’oretta, mia madre incideva il pane col coltello e soppesandolo capiva se fosse lievitato o no, era lei che decideva se lasciarlo ancora un po’.
Nel frattempo, si era già badato a preparare il forno, di solito con frasche di ulivi, che nella nostra zona abbondavano perché ne avevamo tante piante. Il forno si riscaldava e l’aria calda si diffondeva nell’ambiente circostante. Se capitava d’inverno, a quell’ora del primo mattino, faceva molto piacere godere di quel calduccio.
Quando il pane era ben lievitato e il forno pronto, si capiva dai mattoni della cupola imbiancata. La mia mamma tirava in avanti la brace e la copri- va con una vecchia tegola (“ceramica”), per non scottarsi e poi puliva bene tutto il forno dalla cenere residua, con un attrezzo inventato, “una specie di lungo palo”, con all’estremità dei cenci ben attaccati con fil di ferro.
L’attrezzo era costantemente bagnato in un secchio tenuto vicino e, con movimenti veloci, in un attimo il piano del forno era completamente pulito.
Dopo, s’infarinava per bene una pala di legno col manico lungo e sopra erano adagiate le pagnotte (“panetti”) e le ciambelle (“curuja”), a una a una, e infilate nel forno dalla maestria della mamma che sapeva come metterle per farcele entrare tutte.
Quando il forno era quasi pieno, davanti metteva delle pagnotte stese e allargate con le mani perché non gonfiassero tanto e cuocessero subito (le “pitte”). Una prelibatezza unica e singolare della panificazione tradizionale
della terra calabra.
Quando tutto il pane era infornato, chiudeva la bocca del forno con la
chiusura di ferro per trattenere ed espandere dentro tutto il calore. Il pane cuoceva per una buona ora, sorvegliato a vista dalla mamma perché non bruciasse, ma non nella prima mezz’ora, per non interrompere la lievitazio- ne e farlo sgonfiare. Le prime a cuocersi erano naturalmente le “pitte” che venivano di solito tagliate, con l’aiuto di uno spago (per farne delle frese croccanti), in due parti e rimesse alla fine dentro per diventare pane biscotta- to. Qualcuna veniva anche lasciata da mangiare imbottita con le prelibatezze che si possedevano in casa (di solito i ciccioli del maiale) o con semplice olio e origano. Inutile dire che ormai il buon profumo di pane caldo aveva già pervaso tutta l’aria del vicinato, una volta cotto era tolto dal forno e scelto,
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nel senso che qualche pagnotta si lasciava per i giorni a venire, visto che si manteneva morbida a lungo, mentre qualcun’altra doveva essere regalata a parenti e amici, oltre che naturalmente alla padrona del forno insieme ad una
“pitta”, come voleva l’usanza.
“U pani i casa” 64
Rughe
Mi parla seduta sulla sedia, nell’aria accecante. Ha ottantacinque anni, è magra e si muove con passi lenti. Veste abiti senza pretese. È lì, dietro al ve- tro della porta della casa bassa, vede qualche passante, saluta qualche vicino, ogni tanto, di rado qualcuno la va trovare.
Ha una tristezza interiore. Aspetta sempre che arrivi qualcuno per farle compagnia. Il figlio le ha scritto oggi, abita nella Capitale, probabilmente an- che lunedì le scriverà ancora. Non ha più il marito con cui dialogare. È morto tanti anni fa.
Una volta passavano insieme l’intera giornata in campagna, ma ora non ha più neanche quella. E lei passa il tempo così. E ricorda. Ha una figura minuta e cadente. Sul viso qualche ruga. Come una rete cifrata di segni, che il tempo pas- sato vi ha tessuto. Due occhi attenti in un viso scuro. Cotto dal sole e dalla terra. Ricorda, accenna appena le sofferenze patite, qualche volta soltanto si soffer- ma sui momenti di gioia. A sentir lei la miseria del passato non c’è mai stata.
La campagna che possedeva dava ortaggi, legumi, olive e agrumi. E le provviste erano insaporite dal sole. In autunno l’uva dava il vino quanto bastava per le necessità proprie.
Pendevano i fichi d’india, le trecce di cipolle rosse e le sorbe… ah, le sorbe! Accanto si appendeva qualche salsiccia.
Il mare era generoso di pesci. Merluzzi e “surici”, soglioline e sarde, stoc- cafisso, tonno e neonata.
Erano conservati e consumati quando il maltempo avrebbe proibito ogni sortita fuori di casa. E il sole saviamente conserva alici, melanzane, pepero- ni e la salsa di pomodoro.
La guardo. Le rughe non sono tante. Quell’ordine di solchi ha dispiegato un significato vivo che ora comprendo. Non è il tempo che vi segna il passa- to. Esso è nella cosciente memoria tuttora presente.
Quando s’incontrava con donne più giovani di lei, diceva sempre che con le rughe bisogna misurarsi a viso aperto, senza vederlo come un fatto ne- gativo. Diceva: “Quando quaranta inverni assedieranno la tua fronte e nel
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campo della tua bellezza scaveranno trincee profonde”. Il cambiamento c’è, ed è molto forte, tanto da creare perfino imbarazzo nelle donne anziane, per fortuna una minoranza.
Rughe 66
La Judecca
A Nicotera vi era una comunità ebraica, situata accanto al borgo cittadino digradante verso la piana di Rosarno. Fu un feudo dei Sanseverino di Mileto, dei De Gennaro e di altri.
Nei registri delle collette fiscali di Nicotera già a metà del Cinquecento e prima figurano anche i giudei.
Nel 1276 i giudei contribuirono alla tassazione generale con 23 tarì e 8 grani ed i cristiani con 148 once, 29 tarì e 8 grani. I primi parteciparono nello stesso anno anche alla tassa per la distribuzione della nuova moneta coniata dalla zecca di Brindisi e nel 1277 il loro contributo alla tassazio- ne generale scese a 20 tarì, mentre quello dei cristiani rimase invariato. Nel 1278 la loro partecipazione per metà all’annuale sovvenzione fu, invece, di 27 tarì e 19 grani.
Più tardi gli ebrei di Nicotera ricorsero presso Carlo I d’Angiò contro il Giustiziere della provincia perché questi aveva loro imposto di eleggersi un correligionario quale giudice, mentre essi si erano sempre rivolti ai giudici cristiani per avere giustizia. Il re accolse il ricorso e ordinò all’ufficiale di non inquietare gli ebrei con la sua iniziativa e di lasciare che seguissero la loro consuetudine. Degli israeliti locali nel periodo angioino è noto Abramunt de Abramunt, che nel 1377 esportò vino rosso, insieme ad Antonio di Luciano, a Capri ed a Cagliari. Sono questi gli anni in cui il comparto del vino si fa largo nel nicoterese.
La presenza ebraica a Nicotera continuò sotto gli Aragonesi. Nel 1453 la comunità invocò il regio intervento per non essere obbligata al pagamento delle collette che erano state di recente imposte ai cristiani.
Agli inizi del viceregno spagnolo la città fu tassata per 300 fuochi, quat- tro dei quali erano di ebrei, i cui contributi fiscali dovevano essere esatti sepa- ratamente dai cristiani e, per il donativo di 450 ducati imposto nel 1507 dal Viceré ai giudei di Calabria, la Giudecca di Nicotera fu tassata per un ducato, che pagò l’11 agosto 1508 per mano di Michele Isac.
Della presenza ebraica rimane memoria a Nicotera nel quartiere della Giu- 67
La Judecca 68
decca sito vicino al castello e alla cattedrale, tra l’attuale Corso Medameo e Via Duomo.
Nel quartiere Judecca a Nicotera un tempo vi era la comunità ebraica, nelle vicinanze del borgo cittadino verso la discesa della piana di Rosarno.
L’avvento degli Angioini arrestò quel progresso inaugurato sotto gli Sve- vi e Nicotera si trovò ad assistere al nuovo assetto. I baroni ebbero mano libera ed il borgo fu affidato a Pietro II dei Ruffo. Sono gli anni in cui la guerra del Vespro ebbe ripercussioni anche a Nicotera.
Oggi nei cognomi nicoteresi possiamo trovare solo alcune tracce: sareb- bero di sicura origine ebraica quei cognomi che portano il nome di una città (es. Reggio, Roma, ecc). In merito ai “cristiani novelli” – gli ebrei freschi di conversione, anch’essi soggetti all’espulsione – fu loro consentito di restare solo nel caso in cui avessero contratto matrimonio con donne di provata fede cristiana.
A Nicotera gli ebrei vennero accolti nel quartiere che dalla loro presenza prese il nome di Giudecca. «Erano in tutto quattordici le comunità ebraiche calabresi, come si può leggere nel Regesto angioino del 1270». Le Giudecche rappresentavano degli autentici volani di sviluppo dell’economia locale di al- lora, caratterizzata dall’allevamento del baco da seta. La presenza degli ebrei significò lo sviluppo della coltura del gelso e della produzione “tussah”, una qualità di seta poco fine e di colore scuro e della “bissah”, filatura candida.
Gli ebrei di Nicotera vivevano liberamente nella Giudecca caratterizzata da strade strette, con case a due piani addossate l’una alle altre. La vita si svolgeva nei bassi, a piano terra c’erano le botteghe artigiane, mentre al pia- no superiore vivevano le famiglie. Grandi scalinate e larghi protetti dai “cafi”, tipici passaggi coperti, che ancora oggi, conferiscono al quartiere un fascino inalterato.
Partirono anche i “giudei” nicoteresi. I superstiti finirono col fondersi con il resto della popolazione e, a ricordo della loro presenza, rimangono alcuni cognomi e tracce nella toponomastica del luogo.
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Il gattino e la bambina
Quando avevo solo sei anni, dopo la guerra, la possibilità di avere giocat- toli era molto scarsa. Nonostante le situazioni difficili, possedevo un unico giocattolo, una tromba di latta, colorata di rosso, con la quale mi divertivo a strombazzare qua e là appresso alle galline. Un altro gioco era dare da mangiare agli uccelli. Quando giocavo all’aperto in uno spazio di terreno incolto, preferivo il gioco della palla (fatta di tanti stracci legati insieme) op- pure giocavo con le biglie di vetro. Si seguivano le regole del biliardo, con la differenza che si facevano scorrere sul terreno spingendole con le dita.
Assieme ai miei cugini andavo nella vallata adiacente al terreno e alla casa di fango e paglia utilizzata durante il periodo che si stava in campagna. Ac- chiappavamo le lucertole che appendevamo a dei lacci fatti con del filo, la- sciandole sulla soglia di casa ancora vive; chiamavo le cugine, che abitavano qualche ventina di metri più in là, e ci nascondevamo nelle vicinanze in attesa della loro reazione di paura per riderne e prenderci gioco di loro. Da sem- pre era nostra cugina che ci veniva incontro, una vera curiosona. Quando apriva la porta si trovava innanzi le nostre lucertole, legate strette, e noi ci divertivamo un mondo. Eravamo proprio dei monelli!
Un giorno, invece, successe un fatto con un nostro vicino, che aveva i gatti. La moglie teneva una gattina bianca e lui non la poteva sopportare, ma per non farla arrabbiare era costretto a tenerla.
Questa gatta partoriva spesso dei gattini, che lui faceva sempre sparire. Quel giorno dalla nostra finestra di casa, vidi l’uomo che sbatteva con rabbia per terra qualcosa.
Mi avvicinai e vidi che erano gattini appena nati e ne aveva già ucciso uno, gridai di smetterla e, appena mi vide, cominciò a urlare intimandomi di andarmene, e fece l’atto di prendere un altro gattino per poi sbatterlo con violenza per terra. In quel mentre, sentì i passi della moglie che si stava av- vicinando per vedere cosa fosse successo, allora l’uomo mi disse di prendere i gattini e di portarli via. Non sapevo che fare, avevo timore che potesse ucciderli: allora raccattai i gattini e mi allontanai verso casa. Erano quattro
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palline di pelo soffici che miagolavano piano piano. Erano nati da poco e facevano una gran tenerezza. Pensai subito di portarli nella casa di paglia e fango, ma sapevo che era impossibile tenerli poiché avevamo già le galline, le caprette, il maialino, e i miei più volte avevano fatto intendere che non volevano altri animali.
Portai i gattini fuori del pollaio, dove c’era un gabinetto fatto alla buona in quei tempi, e poi andai a chiamare i miei cugini. Con noi vennero anche le loro sorelle.
Quando videro i gattini, si resero conto anche loro che sarebbe stato diffi- cile farli accettare in casa nostra, però non potevamo neppure abbandonarli nelle mani del nostro vicino. A me venne un’idea. Vicino al piccolo corso d’acqua, nel dirupo, dove andavamo sempre a giocare, c’era un grande mas- so che formava una piccola grotta: decidemmo di sistemarli in quel riparo provvisorio. Mia cugina portò del latte, l’altra sorella andò a prendere degli stracci per fare un morbido giaciglio al riparo dal freddo. Sistemati per bene i gattini, tornammo a casa contenti.
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Il gattino e la bambina 72
Si ode il canto del mare
In Marina non sempre si ode la voce del mare. Essa è talmente compe- netrata del luogo, che per ascoltarla occorre discernerla nel suono della natura.
Allora, arriva ancora indistinta, come un sordo rumore ritmato. Poi l’at- tenzione ne capta il timbro sonoro ed essa si palesa. Voce grave e solenne dapprima, monotona. Giunge dalla spiaggia indolente, e l’aria intorno ne amplifica il tremore.
Si aguzza l’orecchio e discerne il contorno: dopo l’onda s’ode anche lo scivolìo del ritorno, sommesso fra i granuli. Onda dopo onda.
È musica ormai. Il ritmo perde di costanza, ansima irregolare, come un respiro. Sulla scogliera ruglia.
C’è il dirompere agitato e poco dopo il frangersi delle asperità. Ricade l’ac- qua strapazzata, gocciola dai fossati e lungo le pareti, e di nuovo l’onda sospinge e la scaraventa. Sprizza lontano, tonfa e sbatte.
Sono suoni che distinguono bene un crescendo ad inizio partitura, che il sentire delle menti più inclini riesce a decifrare. Trova eco nella coscienza e la soggioga, eccoci esposti all’ipnosi dell’ansia. È allora che il mare dispiega i suoi accordi segreti e le sue intime melodie.
Suscita voluttà quando si adagia placido sulla battigia. Vellutato è il canto e dimesso è il tono. Sembra un invito, partecipa anche la luna, galeotta, sulla spiaggia occhieggiante ora vivida e lustra, ora lucida, ora ritrosa e opaca.
Martello ossessivo d’inverno, inverno alto e rabbioso. Non permette ripo- so. Come un animale ferito a morte e lancinante, il suo grido spande minacce, che la spiaggia e i dirupi a picco della scogliera aggrediscono.
Altro è il motivo che dispiega nel tiepido maggio. Vicino gli scogli sciaborda appena, cantando con i suoni teneri. Carezza la costa, lievemente giocando.
Voce del mare che suprema s’insidia nel cuore del nicoterese. Vi trova con sentimento. Acquista parola. E dice cosa è solitudine, scoramento, come può l’uomo dipendere dal vento e dalla pioggia, come dolcemente lusinga la lunga e larga spiaggia. È voce antica che riporta alla vita, dimensione dell’e-
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sistenza. Da qui accarezza la terra, recando il messaggio di chi nel mare crede e pericolosamente vi cede.
Il canto del mare, luogo di misteri in segreti fondali, dai suoni assorbiti in conchiglie solcate, approdate sulla battigia di spiagge, come destini nella vita. Dorata la pelle e i capelli neri, lunghi, sinuosi, leggeri. Accecante il sole, ardente come la sabbia. E imponente, il fragore delle onde sbatte sulla batti- gia. Siamo in Marina di Nicotera in compagnia di mia madre, che divenne leg- genda del luogo, perché sapeva interpretare il canto del mare, tradurre l’eco delle onde foriere del destino dell’umanità, custodito nelle conchiglie. Quelle conchiglie dal guscio duro, bianco e levigato, che la marea consegnava al bambino, perché scoprisse il loro segreto molle, trasparente, informe. Un segreto che smetteva di essere amorfo, quando il bambino ne traduceva le parole con l’ausilio di un alfabeto antico.
Gli stessi sentimenti, che albergano nei luoghi dell’anima, sono la cifra del destino, anonimo fin quando non abbia trovato il guscio che lo porti in vita. Allo stesso modo del corpo che racchiude l’anima.
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Il canto del mare 75
Una donna color passione
Se ne sta seduto sulla soglia di casa al Borgo “cumpare” Peppe; immobile, lo sguardo che vaga nell’aria, forse a cercare terre estreme e ormai irraggiun- gibili.
Tutti i giorni incollato alla seggiola, pronto a reagire, sgarbato, contro chi lo invita a buttare l’avanzo del sigaro che tiene stretto fra il pollice e l’indice; il sigaro è suo, da anni se lo incarta da solo con tabacco di trinciato forte e guai a portarglielo via! È il segno della sua identità rilasciatogli dal Padreter- no in persona.
Appare stanco, a volte anche un poco confuso, tuttavia non si arrende. La vita lui l’ha sempre governata con la medesima grinta con cui governava le bestie e la terra: volontà e passione, questa la sua ricetta, e non ha mai smesso di crederci.
“Bisogna sentirsela scorrere dentro la forza di volontà: dai piedi deve salire al cuore e arrivare alla testa” ripete, mentre si accarezza la fronte.
Poi alza gli occhi a cercare il sole, il sole caldo di metà settembre. Sicuro di sé e della sua capacità di resistere sia alla nostalgia dei ricordi sia all’im- prevedibilità di un futuro che ormai fatica a vedere, aspira forte, forte col naso.
È vecchio cumpari Peppe, ma l’età avanzata non gli impedisce di ricono- scere l’odore più pregnante della sua vita. E allora si addolcisce di colpo.
L’odore dell’uva, appena raccolta dai figli che hanno vendemmiato, usciti di buon mattino con i cesti, e che adesso si apprestano a caricarla sugli asini, per portarla al palmento, dove sarà versata in grandi vasche e approntata per la pigiatura. Anche io lo facevo, era un gioco, anzi un premio che gli adulti concedevano, soprattutto la sera, quando l’odore vellutato e asprigno dell’uva attraversava per intero il paese e si fermava a mezz’aria davanti al Castello Ruffo, prima di entrare nelle cantine. Cantine! Ce n’erano due nel paese, ma lui frequentava quella di suo cognato Salvatore Scardamaglia, al Borgo, e già alla discesa si sentiva l’odore di vino buono, genuino, con tanti gradi “il vino degli dèi”, così lo chiamavano.
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Una donna color passione
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Là si sentiva in comunanza con gli altri; non importa se amici o rivali, con loro condivideva il quartino e, secondo com’era andata l’annata in conside- razione dei danni arrecati alle vigne dai parassiti, egli ne esternava l’umore. Proprio lì, assieme a Seva e ad altri amici, si riunivano, con l’unico scopo di stare insieme e darsi una mano per il lavoro dei campi e per il periodo della vendemmia. Cumpari Peppe si ringalluzzisce orgoglioso, e si stringe forte le mani, in onore, forse, della poderosa stretta di mano che dominava sancen- do i rapporti tra quel gruppetto di amici.
Ed ecco che dal sollevamento di un nuvolone di polvere d’aria e di caldo, dalla curva in fondo alla strada fa capolino qualcuno in groppa ad un cavallo. Cumpari Peppe guarda con curiosità e si domanda chi è e dove è diretto,
dal momento che a quell’ora è difficile andare in giro.
Il cavallo, nel frattempo, si è fermato a pochi passi da lui; neppure il tem-
po di aguzzare la vista ed ecco una donna mora, un vestito di lino chiaro, i capelli lunghi, pettinati dietro le orecchie e grandi occhi da gatta grigioverdi, spruzzati di blu.
Ora è in piedi, impacciata, perde tempo con la borsa, sembra lì lì per par- lare ma non riesce ad aprire la bocca.
«Cumpari Peppe?» chiede alla fine.
«Per servirla» risponde lui, a cui gli anni hanno tolto la forza ma non il piacere della conquista. La donna apre la borsa ed estrae una lettera in busta via aerea con il bordo bianco e celeste.
«Sono Sara, nipote di Alfonso Corso. Mio nonno, morto il mese scorso, le lascia questo in eredità.»
Cumpari Peppe s’incupisce di colpo. Guarda la donna, la sua mano esile, le dita magre e inanellate, poi guarda la busta… non dice nulla… vorrebbe non prenderla, teme in cuor suo di dover raccogliere un segreto.
«Cos’è?» chiede sottovoce. Sara non risponde.
“Non doveva arrivare” pensa ancora cumpari Peppe. Ma Sara è lì davanti e lui, suo malgrado, è costretto ad aprirla.
«Vengo dalla fine del mondo, abitavo nella Pampa in Argentina» dichiara orgogliosa. Ma la sua terra è umida e paludosa, così ha messo in una valigia di cuoio le sue quattro cose e si è trasferita in Italia.
È molto bella Sara. Soda di carne e piena di vita, il tipo di donna che piace a cumpari Peppe, il quale, invece, ha sposato Maria, asciutta e sbrigativa, sia nel corpo sia nel carattere.
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Sara è una cosa mai vista, una botte di vino in fermento, un gorgoglio di eccitazione e pensieri.
«Che c’è, cumpari Peppe? Non si sente bene?» chiede Sara, giacché cumpari Peppe è diventato rosso e ha smesso di vedere cosa c’è dentro quella busta.
«No, no… sto bene!» risponde Cumpari Peppe. «È che non me lo aspetta- vo… Io conoscevo bene suo nonno Corso e sapere che è morto così… anche sua nonna la conoscevo bene.»
Sara sorride, fa un cenno col capo e con la mano lo invita ad aprirla. Cum- pari Peppe china la testa nuovamente, impacciato; non vuole farlo, ha paura di ciò che troverà in quella busta.
È una storia vecchia di tanti anni fa, sperava di averla dimenticata, so- prattutto sperava che a dimenticare fosse stato il Corso, ma se Sara è lì.
«Pensavo» dice Compare Peppe «che ci sono momenti in cui i bisogni della carne sono così forti e impellenti, che anche se vuoi non puoi fermarti… for- se servono per superare le ristrettezze che la vita ci impone!» Sara sgrana gli occhi, come chi non capisce. O non vuole capire.
Cumpari Peppe si zittisce, ma in silenzio continua a rievocare, sente che è arrivato il momento di fare pace con la propria memoria!
Succede, e come se succede!
Quella sera era successo così all’improvviso. Erano tutti un po’ ebbri, ave- vano vendemmiato ore e ore, sotto il sole settembrino, felici per l’abbondan- te raccolto e per la qualità dell’uva. Vino da re sarebbe uscito dai tini! Vino da re e da regina.
Sara fu invitata l’indomani ad andare alla vigna, correva qua e là come una vera regina, ancheggiando sui morbidi fianchi, e levandosi di tanto in tanto il fazzoletto racchiuso nei seni; impossibile non vederne la soffice attaccatura! Cumpari Peppe la guardava e la divorava con gli occhi, era un fiore da cogliere, un grappolo zuccherino da assaporare acino dopo acino, e più la guardava più sentiva dentro un fermento, un gorgoglio, così che a furia di immaginare e sognare, senza rendersi neppure conto di ciò che stava facendo, quando lei era scesa in cantina lui l’aveva seguita.
Ebbro di uva e di Sara! Il resto è un ricordo, dolcissimo e insieme doloroso perché Sara sul momento aveva detto di no, poi si erano in parte addolciti e forse si sarebbe lasciata sedurre, se non fosse stato che sul più bello si era udi- to un tonfo come di un arnese caduto e subito dietro un ticchettio di passi ve- loci; Sara, ricomponendosi di colpo, ed era fuggita tremante con il suo cavallo.
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L’Asilo Scardamaglia
Da qualche giorno l’aria si era fatta più tiepida. Mi ero alzato presto, mi preparavo a raggiungere l’Asilo in Via Casolare. Ero in terza elementare, e mi attendeva un compito arduo quel giorno: la maestra aveva solennemen- te annunciato che avrebbero interrogato nientemeno che sulle frazioni. No, non mi piacevano. Preferivo mille volte la lettura, che mi schiudeva orizzonti sconosciuti e che m’induceva a fantasticare.
In quei giorni avevo sentito le rondini: strepitavano, intente alla ricerca dei rispettivi nidi, lasciati prima della migrazione. La mamma aveva rispo- sto alla sua domanda: «È proprio così, significa che è tornata la primavera». E papà aveva aggiunto: «Osserva le piante, i vasi sui davanzali, e anche il prato qui sotto: ci sono migliaia di germogli e di boccioletti teneri, appena accennati. E i vecchi platani si coprono di foglioline novelle…».
Quella mattina decisi di arrivare fin dietro al Castello; vi era attorno un profumo appena accennato, come se arrivasse dal mare un persistente can- to d’instancabili uccelletti.
Di solito, a quell’ora, all’affaccio, era attraversato solamente da bambini che, un po’ affannati, a volte di corsa, si dirigevano al loro quotidiano impe- gno. Qualcuno era accompagnato da un genitore, da un fratello più grande. Io ero un po’ in ritardo, del resto, abitavo a pochi passi dall’asilo, mentre la maggior parte dei miei compagni l’aveva già raggiunto. Allungai il passo, e fui alla soglia del grande, severo edificio scolastico. La campanella, segnale d’inizio delle lezioni, aveva già finito di squillare: c’era calma, silenzio, all’in- gresso. Mi avviai quasi in punta di piedi lungo il corridoio: mi fermai fuo- ri dall’aula. Mi tolsi il giubbetto, lo appesi. Infine, aprii la cartella, ne tolsi un piccolo involucro, schizzai lungo il corridoio, andai tra alberi e prati del giardino dell’asilo, mi fermai, raccolsi una margherita, poi due, ne feci un mazzetto.
«Sono per lei» dissi alla suora che mi fissava incredula, muta.
Presese i fiori, le feci cenno di sedersi. «Grazie…» riuscì infine a pronuncia-
re, quasi in un soffio. La voce mi tremava un poco, ma mi sorrideva. 80
Bambini all’asilo
Proviamo ad immaginare in che condizioni andavano a scuola i bambini di quel tempo. Le famiglie nicoteresi, pur ritenendo i loro figli braccia per il lavoro nei campi, erano convinte dell’utilità dell’istruzione. Molti bambini risultavano iscritti alla scuola ma poi, di fatto, la frequentavano solo quando non aveva- no incombenze lavorative o altre mansioni famigliari. L’economia famigliare, infatti, dipendeva molto dal lavoro minorile, allora legale: in pratica il bambi- no iniziava a lavorare appena poteva tenere in mano un attrezzo.
La scuola? I ragazzini vi arrivavano a scuola, da tante frazioni, con il bello e il cattivo tempo, con i più grandi. In ogni casa si acquistava un unico sussi-
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diario che raccoglieva elementi di grammatica, aritmetica, geografia e storia e veniva poi passato ai numerosi fratelli più piccoli. Gli strumenti dello scolaro, oltre il sussidiario, erano la scatolina di legno che serviva da astuccio e che conteneva anche la matita, la gomma, la cannetta ed il pennino da intingere nell’inchiostro sul banco e il quaderno con copertina nera.
Non mancavano calci e schiaffi agli scolari disattenti o monelli e, la puni- zione più umiliante per un bambino, il cappello d’asino in testa. Non man- cava anche quella dietro alla lavagna in ginocchio su sassolini. Lo scolaro malmenato non s’azzardava mai a lagnarsi con i genitori perché, altrimenti, a casa, avrebbe ricevuto il doppio delle botte. Come in tutte le scuole il corpo degli alunni era formato da intelligenti, meno intelligenti, diligenti, svogliati e da veri somari.
L’abbigliamento era assai misero: un berretto, una giacca, un paio di cal- zoni di fustagno a mezza gamba magari con rattoppi sulle ginocchia e sul di dietro, zoccoli di legno; le calze erano di lana filata in casa.
Le ragazze indossavano una gonnella lunga fino alle caviglie e d’inverno portavano sulle spalle uno scialle di lana. In generale il vitto giornaliero era, prima della scuola, una scodella di latte con dentro il pane.
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Ritratti
Dagli sguardi di una volta nascevano idee che coniugavano le esigenze di farsi fotografare con il proposito di far emergere le tante trame intrecciate della nostra vita quotidiana. Nel nostro paese, ogni volta che passava “u Tin- giutu”, il fotografo con la sua macchina di legno, l’immaginazione si nutriva di emozioni. In quell’epoca per questa convinzione si decideva di far fotogra- fare solo i bambini perché, o per pudore o per mancanza di mezzi economici, non lo si faceva quasi mai.
La palese attitudine al rapporto umano, unita a una chiara passione per l’immagine in ogni sua espressione, spinge nel tempo a scrivere questo libro, dove si ricerca, fotografa e sperimenta senza tregua, sia attraverso le foto che la scrittura. L’interesse per l’immagine nasce dunque come mezzo per ap- profondire quella che un giorno sarebbe stata la mia attività di autore, ed è da considerarsi elemento di base per lo sviluppo dei temi legati a Nicotera, terra dove fui cresciuto e vissi l’adolescenza, improntati su una lettura intimista della vita rurale di fine anni ’50.
Nel 1950 mio padre conosceva il fotografo del paese, a cui era legato da una stretta amicizia, e lui diceva sempre a mio padre: «Se non andrete in Italia, Pino lo terrò con me come assistente».
Una veduta panoramica di Nicotera – ingiallita ma ancora efficace – ripor- ta sul retro il timbro del fotografo. Pregevoli ritratti eseguiti dal cosiddetto “Tingiutu”, l’unico fotografo presente a Nicotera già dalla fine degli anni ’40 in poi. Quale fu, dunque, il pensiero di Pino che giustifica un così trionfale
imporsi sulla scena della fotografia e della scrittura?
La grammatica stilistica adottata fin da principio da questo fotografo,
con precise intenzioni professionali, fu del tutto originale, e in seguito si do- cumentò tra i parenti su molte foto di quell’epoca custodite in qualche baule. Di contro al perdurante gusto pittoresco, alla volontà “interpretativa” dei soggetti ripresi, alcuni fotografi dell’epoca adottarono un costante e severo
criterio di “oggettività” che, rispettando l’opera d’arte (primo, se non unico, loro interesse come fotografi) ne restituisse la reale immagine. A questa pro-
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lificità tecnica corrispose un’altrettanto vasta ed eclettica scelta di soggetti che comprendeva ritratti, paesaggi, avvenimenti, immagini d’arte, vita e co- stume, animali.
Fu così che Pino decise di imparare il mestiere di fotografo.
«Potrà insieme a me conoscere gente, esplorare il nostro paese, immorta- lando negli scatti momenti di vita che andranno a fare la magia di Nicotera». Non è dato sapere perché all’epoca “u Tingiutu” abbia aperto il suo studio- lo; probabilmente come tanti altri fotografi che in quegli anni s’improvvi-
savano, deve avere reputato conveniente aprire uno studio in una Nicotera fotograficamente ancora sguarnita, dedicandosi alle vedute ed ai tanto ri- chiesti ritratti, comunioni e matrimoni.
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Fotografo
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Marina di Nicotera
In primavera, la Marina biancheggia, così come usci, muretti e facciate. Le piogge hanno spento la luce sulla calce, velandola con una leggera coltre di verde. Oltraggio al sole che dovrà esaltarsi e accecare. Quando il sole è alto, il vicolo acquista il volto della bella stagione. Le case non appaiono timorosa- mente addossate, come a ripararsi a vicenda. Ora i tetti rilucenti sono protesi verso il sole, e le case sono fiere di mostrarsi, impettite nei colori.
Gareggiano a chi prima cattura i raggi per lumeggiare. E si asciuga l’umi- do salmastro nei muri impregnati, e si aprono le imposte perché l’aria tutto rinnovi.
Nicotera Marina si accende di riverberi. Nel generale luccichio tutto risalta. Le viuzze prendono evidenza, il verde dei gerani si nota sopra i balconi e fuori le porte, le ringhiere e le persiane variopinte, il bucato appeso alle corde.
Il paese appare una macchia multicolore con prevalenza dei toni marroni e rossicci, adagiata sul verde.
Con i contorni netti sin dalla linea del mare che, azzurra, segna la nostra costa. Case bianche e colorate, sospiri di donne, l’inalare che sa di sudore, l’orgoglio della povera gente. Fonte d’indolente chiacchiericcio, d’attese do- lenti, di sguardi, d’ammiccamenti. Umanità che si veste di nuovo e che ades- so profuma di calce.
In Marina negli anni ’50 arrivavano i primi bagnanti, venivano dall’en- troterra, da Serre, Rombiolo, Limbadi, Melicucco, Galatro, ma anche da Ro- sarno e Gioia Tauro. Si concentrava in Marina gente che non aveva grandi attese, poveri loro e poveri erano i “marinoti”. Erano gli anni in cui si affit- tavano le camere.
Si decideva di trascorrere un po’ di giorni al mare per la salute, come se l’ac- qua cristallina dello specchio di mare dinanzi a Nicotera fosse quasi terapeutica, o semplicemente per villeggiatura, a godere del mare e del paesaggio.
I bagnanti, chiamati così dalla popolazione locale, arrivavano provvisti di tutto. A luglio, che era bassa stagione, l’affitto si barattava anche con pro- dotti locali dell’entroterra calabrese (formaggi, salumi, conserve); insomma
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quasi senza rendercene conto Marina di Nicotera attirava anche forestieri che avrebbero potuto renderla ben frequentata. Il turismo si stava ampliando con il passaparola e la gente veniva!
Per quella “mesata”, nei giorni di agosto, si era pronti a ogni sacrificio. Si dormiva ammassati pur di avere al mare i “bagnanti”, e i “marinoti” erano capaci di lasciare le proprie case pur di accogliergli, un’usanza di origine gre- ca ancora in essere sulle isole della terra di Ulisse. Altri tempi, altra Nicotera! Un periodo ancora lontano dalla moda mare dei periodi odierni, il bagno si faceva in mutande e poi quando si era più grandi, il costume se lo si faceva prestare dai fratelli. L’arenile nicoterese era davvero meraviglioso, sabbia d’oro e otto chilometri di costa ampia e spaziosa.
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“Preicciola”
Qui gli scogli prossimi alla spiaggia sono secchi e muti, lì, piccoli sorsi trattengono l’onda e si confidano; sugli spigoli taglienti l’acqua è sfuggente, sul liscio si abbandona a carezze, in quell’angolo sfugge sprezzante, a vor- tice, e lì s’infuria un poco spumeggiando; nella ghiaiata calda e accogliente trova riposo. Parlotta l’onda con l’anima in ascolto. La scogliera, “preicciola” come la chiamavamo noi a Nicotera Marina, era uno dei posti più belli ed emozionanti della nostra costa. Mi ricordo, la spettacolare zona frastagliata, che faceva da contorno a uno specchio d’acqua che sembrava una laguna incantata.
L’estate stava ormai arrivando, il caldo imperversava e già si vedevano sparuti gruppetti di paesani che si avventuravano nei duri percorsi del no- stro paesaggio, arrivando con l’asino o con il postale. Il fascino incantevole della natura, con la consapevolezza totale degli uomini di amare il proprio territorio. La Marina di Nicotera di allora era uno dei posti più affascinanti sia per il mare che per il paesaggio.
Le pietre, in alcuni anfratti, hanno formato delle piccole lagune, in cui nell’acqua azzurrissima si specchiano le pietre secolari e le nuvole del cielo. Uno spettacolo unico, luogo prediletto di innamorati in cerca di romantici- smo. La scogliera rappresenta un bene paesaggistico naturalistico, virtù di un paesaggio suggestivo e bellissimo, una delle tante bellezze di Nicotera.
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Innamorato della stessa ragazza
Da novembre, quando la luce spariva dietro una fitta coltre di nuvole bas- se e la notte si faceva buia come la pece, davanti alla stalla, illuminati da una fioca luce proveniente da una lucerna, c’era ben poco da fare. Anche se non più giovani, ci si incontrava per scambiarsi due baci con la mia vicina, nel mio orto. Ognuno portava la propria lucerna, sperando che nessuno ci vedesse.
In lontananza si sentiva il vocio di uomini che giocavano a carte, le donne chiacchieravano filando la lana, i giovani, sotto l’occhio vigile dei genitori, approfittavano di questa promiscuità per parlare d’amore. Ma chi si diverti- va di più erano i bambini che, liberi come fringuelli, saltavano a perdifiato sul fieno, oppure giocavano con le ombre prodotte dai lumi e, una volta presi dalla stanchezza, ascoltavano le favole narrate da qualcuno che conosceva l’arte del racconto e li faceva rimanere a bocca aperta parlando di lupi, stre- ghe, ecc. Alcune di queste vicende erano l’argomento principale durante le veglie invernali in un ambiente permeato di superstizione, fatto di esseri in qualche modo magici, come streghe e fantasmi, ma anche spiriti dispettosi. In contrapposizione agli spiriti maligni, i vecchi raccontavano degli spiriti che vagavano di notte per le vie di Nicotera, ove le leggiadre creature aveva- no il loro luogo di ritrovo per sottrarsi alla curiosità degli umani.
Sottraendomi agli sguardi degli estranei, guardavo le mie gambe, oggi. La pelle avvizzita, i segni di mille lavori in campagna, la magrezza. Erano gambe di contadino, un po’ il mio vanto, sebbene grassottello. Lo dicevano tutti in paese. Poi le braccia, anch’esse forti un dì, ora la pelle, mille pieghe. Ma non vi è assolutamente tristezza in tutto ciò, ho avuto una vita, tutto sommato sacrificata, dinamica e bella.
Sono caduto, mi sono rialzato. Ho commesso errori, e lo ammetto, molti avrei potuto evitarli. Ma si sa, il sapere del poi… Ciò che mi resta è una ricchezza enorme, che credo pochi possano avere: essere innamorato della stessa “ragazza” di cinquant’anni fa. Ma la vera stupenda fortuna è l’essere ricambiato. Piccolo neo, siamo sposati clandestinamente. Ma non
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tra noi. Potrebbe sembrare ridicolo, assurdo per alcuni, parlare d’amore a settant’anni e passa. Io lo trovo ancora inebriante. Certo, le farfalle nello stomaco si sono tramutate in gastrite, le ginocchia non si piegano per l’e- mozione, ma per l’artrosi. Non si usa più carta e penna, molto romantica.
Appartengo a quella generazione che voleva cambiare il mondo, e che oggi – nonni e nonne di ventenni – parlano (loro) con malinconia di quei giorni.
Molte cose sono cambiate però, veramente, ma sembra che abbiamo ru- bato il futuro ai nostri nipoti. Dirompente come un tifone è tornato l’amore, azzurro come gli occhi di lei, con i segni del tempo anche per lei, che le ador- nano il viso come una splendida corona di donna innamorata. Unica cosa che posso lasciar loro in eredità e augurio. Che amare a settant’anni e passa non è cosa strana, ridicola, e non segnate a dito due anziani che si baciano, perché l’amore è per tutti.
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Amori di sempre 92
La ginestra dalle nostre parti
Si dirada quella pioggerella che da stamani infastidiva, annullando i colori in un grigiastro indolente. Le nuvolette trapassano veloci lo specchio del cielo. Appare il sole. Un po’ annebbiato, evanescente. Poi corposo. Prende vigore la policromia.
Si distingue allora sui pendii una macchia di colore. Fino a ieri non appari- va, e oggi è giallo ginestra. Ubriacante di questi profumi che il sole irrobusti- sce e il vento leggero spande ovunque.
Le ginestre, nella macchia selvatica, oggi vivono di gloria solare. Coprono le peltate dei colli, i dirupi scoscesi, avvolte a picco sul mare della “preicciola”. Hanno assistito gaudiose per le fioriture già in aprile, al chinarsi dei fiori e
delle cime ancora senza profumo. Ne hanno atteso la caduta e ora al sole di maggio, e alla sua dolce calura, s’infittiscono, dischiudendo un mare di petali gialli. Giallo ginestra, intenso come un suono di festa, denso come sapone di Marsiglia.
La fioritura della ginestra qui da noi avviene nel periodo primaverile e si prolunga fino all’estate con produzioni abbondanti anche quando fa molto caldo. Infatti, generalmente va da maggio ad agosto, ma la durata della fio- ritura dipende molto dal clima in cui cresce la pianta.
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La ginestra dalle nostre parti
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Il matrimonio a Nicotera
La richiesta di matrimonio, in passato, era una cerimonia molto seguita e questo accomunava quasi tutte le classi sociali della popolazione. Solo i poveri non si ponevano il problema con chi doveva sposarsi la figlia tanto, peggiore della loro posizione, non poteva avere!
Poiché nel passato il matrimonio determinava la posizione civile di una per- sona, esso poteva generare una caduta verso un grado più basso. Ecco perché era combattuto il matrimonio d’amore che sbocciava tra due giovani di diversa provenienza sociale. Se si fosse nati poveri, sarebbe stato difficile arricchirsi con il matrimonio: solo una ragazza particolarmente bella, i cui genitori sa- pevano giocarsi bene questa carta preservando la sua integrità fisica, poteva sperare di farcela, altrimenti rischiava di diventare solo una concubina.
Negli anni ’50 come avveniva la proposta di matrimonio quando i genitori erano consenzienti? Le vecchie tradizioni gettarono le basi per creare le società nel dopoguerra. È bene non perderle, ma portarle avanti nel tempo, se non nei fatti, ma almeno nel ricordo. Tradizioni e curiosità di un periodo che non è poi molto lontano da noi e che ha visto come protagonisti anche i miei nonni!
Attraverso quanto avevo potuto apprendere da mia madre e dagli altri anziani del paese, ero riuscito a raccogliere aneddoti per capire le tradizioni di un tempo. Il fidanzamento e il matrimonio combinato ad esempio. L’unio- ne tra un ragazzo e una ragazza era spesso vincolata da motivazioni ben diverse dall’amore e i genitori costringevano spesso i propri figli a fidanzarsi e a sposarsi per interessi economici o sociali. Le ragazze promesse in matri- monio non potevano assolutamente opporsi alla volontà familiare ed erano quindi costrette a sposare l’uomo non amato.
Normalmente il matrimonio combinato avveniva quando la madre dello sposo sceglieva la ragazza per il proprio figlio, chiamando “l’ambasciatore del paese” e invitandolo a casa della ragazza per fare al padre la richiesta della mano della figlia. Il padre, esaminata la proposta, dava la risposta e, dopo aver preso la decisione, la comunicava alla propria figlia. Da quel momento in poi, lei avrebbe dovuto mantenere atteggiamenti riservati in pubblico e a casa.
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Il matrimonio anni ’50
Ai giovani promessi sposi era vietato vestire abiti succinti e uscire di casa da soli, ma dovevano essere sempre accompagnati da qualcuno. Conobbi la “bella del paese” lavorando nella sua campagna e dopo qualche tempo le chiesi di sposarci. All’epoca pur avendo le campagne, i vigneti, l’agrumeto, l’uliveto e l’orto ci saremmo trovati in difficoltà. Allora sua madre vendette i suoi dieci maiali, cinque maialini ed alcune capre e con il ricavato fece la dote: due paia di lenzuola, un copriletto e una coperta di lana e quant’altro.
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Per sposarsi, però, mancava anche il vestito. Così sua sorella le prestò il suo, mentre mio padre Salvatore, non ebbe difficoltà a farmi un completo nuovo, da un sarto del paese. Il giorno del matrimonio con il suo bel vestito
“da festa” e ai piedi un paio di scarpe di mia cognata si avviò, dove mi aveva fissato appuntamento Salvatore.
Erano le dieci e trenta e insieme ci avviammo verso la Cattedrale dove all’ingresso ci aspettava il sacerdote. Per il pranzo di nozze, invece, suo pa- dre le diede 800 lire. La cerimonia fu molto semplice e sua madre le comprò con i propri risparmi la fede nuziale. All’inizio andammo a vivere con i suoi genitori, solo dopo un anno trovammo una casa in via Castello, costituita da quattro camere, e in basso la stalla per l’asina.
Comunque un tetto l’aveva, nella stanza in fondo si tenevano le botti del vino, e nelle camere ammobiliate, una camera, una cameretta per i ragazzi, un salottino, la cucina e il bagno.
Si prepararono per la notte e andarono a letto, ma a un tratto, il letto iniziò a cingolare, I vicini, si svegliarono, la Montefusco, sentendo questo fracasso, maliziosamente chiedeva: «Cosa combinano gli sposini?»
Poi al mattino, ancora buio, venne a vedere cosa fosse successo con una candela in mano. Insomma, una scenetta comica. La notte dopo rimediò in qualche modo!
Erano situazioni difficili, non tanto per noi, si mangiava di tutto in casa mia: con cinque chili di farina mia madre riusciva a fare il pane per tutta la settimana e ne avanzava per qualche vicino, più bisognoso.
A mio padre Salvatore, quando andava al vigneto a Santo Pietro, mia madre preparava due fette di pane, capocollo, formaggio e un litro di vino per pranzo. A cena cucinava “fagiola” con la bieta, oppure la pasta con le polpette o stoccafisso con le patate.
Sono cose che a raccontarle adesso si fa fatica a crederci: solo chi le ha vissute realmente si rende conto di quanto siano vere.
Il matrimonio è sempre stato considerato, specie per la tradizione nicotere- se, un avvenimento di grande rilievo non solo per chi doveva pronunciare il fa- tidico “sì”, ma per parenti e amici che partecipavano con estremo entusiasmo e calore a questo evento. Molto spesso il giorno delle nozze si passava all’in- terno dei confini domestici, con i parenti più prossimi e con un certo numero di usanze e rituali che, a grandi linee, sono state sempre presenti nelle varie real- tà di Nicotera e che stanno ora diventando tradizioni sempre più sconosciute.
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Innanzi tutto, i promessi sposi s’incontravano solitamente la sera dopo cena davanti casa, ma comunque sempre vicino a genitori, parenti e cono- scenti.
Solamente la domenica ci si poteva vedere liberamente, se di libertà si può parlare, davanti alla Cattedrale prima o dopo la messa, oppure dietro al Ca- stello. Se un ragazzo e una ragazza “si parlavano” significava che tra di loro vi erano serie intenzioni. Quando si riteneva che i due fidanzati fossero pre- parati per intraprendere la vita matrimoniale, il padre, o entrambi i genitori dello sposo, si recavano a casa della futura nuora per chiederne ufficialmente la mano. Spesso in quell’occasione, oltre a fissare la data del matrimonio, si parlava anche dei vari compiti delle due famiglie o dei novelli sposi, come ad esempio la preparazione del corredo. La sposa portava, infatti, solitamente in dote un corredo confezionato da lei, sotto le direttive della madre, che in genere comprendeva due lenzuola, due federe e qualche asciugamano. Nella maggior parte dei casi, la sposa doveva andare in casa, cioè andare a coabi- tare con la famiglia dello sposo, dove era previsto che la suocera comandas- se in tutto e per tutto.
La sposa vestiva solitamente un abito molto semplice, bianco, e poteva indossare un velo in testa; l’abito dello sposo, il più delle volte, era scuro e molto spesso, conclusa la cerimonia, rimaneva per tutta la vita l’unico abito elegante.
Il mattino delle nozze, lo sposo, accompagnato dai suoi parenti, si recava in corteo a casa della sposa dove era offerto il bicchierino. All’ora prestabi- lita ci si avviava verso la chiesa. Il corteo procedeva in quest’ordine: sposa e padre, sposo e madre, madre della prima e padre del secondo, testimoni, parenti e amici in coppia. In tempi più antichi il corteo procedeva con la spo- sa accompagnata da un fratello o da uno zio, seguito dallo sposo anch’egli accompagnato da un fratello o da uno zio.
Dopo la cerimonia, la sposa era accompagnata a casa dallo sposo. La suo- cera accoglieva la sposa consegnandole il mestolo in segno di benvenuto.
Il giorno più bello della vita, come abbiamo visto, era trascorso dai nostri antenati con estrema semplicità e allegria.
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“Mastru Cosmianu” con i suoi cesti
Costruiva i cesti con il vimine lasciato intero, completo cioè di corteccia o con rami di salice che erano stati scortecciati. C’era il momento più opportuno per raccogliere i salici da scortecciare ed era quando la pianta, in primavera, cominciava a mettere le gemme. Si tagliavano in quel periodo perché la cortec- cia era molto più morbida e il ramo era pulito, più facilmente.
Cosmianu adoperava un attrezzo che era formato da una base di legno sulla quale erano fissati due fermi divaricati in cima; in questa fessura si fa- ceva passare un ramoscello per volta in modo che la corteccia rimanesse staccata dal legno interno. A volte lo aiutavo anch’io a pulire i rami, anche se ero piccolo per fare quei lavori, bisognava fare un taglio netto e preciso, per evitare di sciupare il ramo principale. Anche gli scarti erano utilizzati secondo la grossezza e la lunghezza. I più sottili erano usati come legacci per le viti e per altri alberi da frutta; gli altri erano utilizzati per cestini più piccoli e meno belli. I rami più grossi erano utilizzati per fare cesti per il tra- sporto del fieno, perché dovevano avere una trama molto larga, in modo che il materiale trasportato non scappasse dalle maglie. Si attorcigliavano i giunchi uno all’altro per rendere più resistenti i cesti. Ci voleva molta forza per fissare i rami.
In un attimo Cosmianu intrecciava una decina di rami della lunghezza che doveva servire per il fondo. Attorno al nucleo centrale così costituito iniziava a intrecciare formando un ovale che si allargava man mano con il proseguire del lavoro fino ad arrivare alla larghezza desiderata. Prima di raggiungerla, c’era un passaggio a tre; in pratica si prendevano in mano dei grossi vimini e si faceva una specie di cono attorno, a tutto l’orlo.
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Il cestaro 100
Primavera
Da qualche giorno l’aria si era fatta più tiepida. L’inverno che si prepara- va a lasciare posto alla primavera non era bizzarro. A Nicotera, mio paese dell’infanzia, la primavera ci avvertiva con segni prevedibili anche ai miei sensi poco esperti data l’età; i segnali del cambiamento mi giungevano anche in famiglia o dalle vicine di casa, con i loro detti proverbiali sul tempo, o nel laborioso accogliere la primavera nella nostra campagna.
Alberi e piante che avevano resistito all’inverno, sembravano rialzarsi esponendosi in una campagna fiorita. Mio padre si dava da fare alle potature al sole pomeridiano che, a tratti, concedeva il suo calore. La giacca invernale che portava gli era divenuta ingombrante e fastidiosa.
Un’aria leggermente più tiepida mi accarezzava mani e viso, e m’invadeva un’eco lontana come di attesa, qualcosa che doveva arrivare e che poteva tradursi in rinascita di occupare spazi con alberi fioriti, camminate nell’orto, cieli tersi attraverso cui scorgere, lontano, il mare, e poi, quell’odore di erba giovane, tenera, sorridente, che lentamente si concedeva in qualche spiraglio che il terreno le offriva.
Era, quello della primavera nicoterese, un incedere lento e quasi silente, era anche il silenzio della mia solitudine infantile in quelle poche parole che richiamava l’eco.
Non ricordo racconti di fiabe, o giocattoli con cui distrarsi. Il mio stupore concedeva lunghe ore a guardare quello che poteva offrire la natura, piante, alberi, frutteti. Seduto davanti alla casa di campagna fatta di fango e paglia trascorrevo le giornate. Le voci familiari erano quelle di mia madre e di mio padre, e in lontananza quelle di mia zia Isabella, abitante pochi passi più in là della nostra casetta.
Oggi scrivo, anche quando i pensieri salgono alla superficie dei cambiamenti che mi attendono, consapevole dell’essere soli con se stessi nelle continue e, a volte, inaspettate diramazioni del disegno unico di ogni vita. Alzatomi presto, mi preparavo per raggiungere la scuola. In quei giorni avevo sentito le rondini: stre- pitavano, intente alla ricerca dei rispettivi nidi, lasciati prima della migrazione.
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Primavera
Di solito, a quell’ora, l’affaccio dietro il Castello era attraversato solamen- te da bambini che, un po affannati, a volte di corsa, si dirigevano al loro quotidiano impegno.
Qualcuno era accompagnato da un genitore, da un fratello più grande. Arrivavo un po’ in ritardo, e la maggior parte dei miei compagni aveva già raggiunto la scuola.
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Mi accorsi che la vicina campagna, effettivamente, era costellata di mar- gherite, piccole e timidissime, e di minuscoli, incantevoli fiorellini azzurri: pareva un cielo stellato in una notte di agosto. Mi fermai brevemente ad am- mirare ancora un po’ il mare e i pescatori in lontananza.
Procedendo, su una delle panchine scorsi quello che a prima vista mi par- ve un involto dimenticato: man mano che mi avvicinavo, riconobbi però una mano, e poi il viso di una donna infagottata. Dormiva, o almeno così pareva.
Quando passai accanto alla panchina, la mano si tese verso di me e la donna aprì gli occhi. Non parlò, ma in quegli occhi, neri, lucidi e profondi, vidi una sofferenza infinita, lo stesso dolore che avevo riconosciuto negli occhi di mia madre, che però, ora se n’è andata per sempre.
Era stato un giorno infelice, quello: la nonna non poteva più parlarmi, non le era più concesso rivolgersi a me con l’antica dolcezza, narrandomi storie infinite, non mi avrebbe mai più stretto tra le sue braccia.
Mi sono sentito a disagio, e avvertito anche un brivido freddo. Allungai il passo, per arrivare in campagna. “Che cosa avrà pensato, quella donna, si chiedeva, della paura che ho mostrato?” E perché si trovava proprio lì, rag- grinzata in sé stessa, a dormire come uno straccio?
Non trovavo nella mia mente risposte precise a un quesito tanto inquie- tante, ma più il mio pensiero vi si soffermava, più congetturavo, maggior- mente accresceva la mia agitazione e mi s’inumidivano gli occhi: avevo la sensazione confusa di aver commesso una colpa grave nei confronti di quella persona, costretta a vivere uno stato di terribile abbandono a causa di chissà quali eventi. Aveva aggiunto un sentimento ostile, negativo, il proprio, a chissà quante altre offese, a chissà quali altre indifferenze.
Presi, infine, dalla tasca un piccolo involucro, e diedi a lei la mia colazione. Già la donna dormiva, il viso rivolto ora verso la spalliera della panchina. Le sfiorai una spalla con la mano. «Senta, signora» mormorai con un filo di voce. Avevo un po’ di batticuore.
Lei si volse, con il viso dapprima, poi con tutto il corpo: fece perno len- tamente, con fatica, su un gomito, poi su una mano, per rialzarsi e infine sedersi. Mi guardò sorpresa, credendo che oramai me ne fossi andato. Era bella, di quella bellezza dignitosa e pulita che spesso è incancellabile su un volto anziano.
«È per lei» le dissi. La donna mi fissava incredula, muta. Prese il panino, e fece cenno di sedermi. «Grazie…» riuscì infine a pronunciare, quasi in un sof-
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fio. La voce le tremava un poco. Ma mi sorrideva. Poi iniziammo a discorrere, a raccontare. Lei mi narrò una storia talvolta lieta, talvolta drammatica: la sua vita intera.
Ed io, a mia volta, le parlai dei miei pensieri e speranze, dei successi e in- successi, degli amici, dei giochi che più mi piaceva fare.
In breve, diventiamo amici, grandi, inseparabili amici. Un’amicizia fatta soltanto di amore, partecipazione, solidarietà.
L’accompagnai verso casa, e chi transita per quel borgo, ancora oggi può ricordare, quando ritorna primavera, una donna e un bambino, felici, en- trambi senza tempo, la mano nella mano, che passeggiano e si scambiano speranze, promesse, delusioni, interminabili racconti.
Una silenziosa primavera… marzo e mi pare già il tempo del sole. Il cane marrone dagli occhi chiari, sdraiato in mezzo alla strada di San Giuseppe, si gode il caldo nel sonno, come il vecchio sulla sedia davanti al Bar Mercuri sotto la palma.
È primavera. Dietro il Castello con l’aria frizzante è il riso delle giovanette sbocciate nel corpo, le facciate delle case si tingono di nuovi colori, in marina per le poche barche da pesca ferve il lavoro.
Passato è l’inverno, e il chiuso mugugno della differenza. I voli degli uccelli di ritorno dallo svernamento che, frenetici, danzano per ogni dove, aprono il viso a un’accennata gioia.
Dio sa quanta fatica costa nascondere lo smalto lucente del sole, il vivere ottuso di chi crede che l’inverno sia soltanto una stagione, e non anche della vita, una condizione.
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Vita contadina
Una delle caratteristiche tipiche della civiltà contadina tradizionale nico- terese è che, in aggiunta ai fattori «naturali» dell’ambiente, la storia veniva considerata come uno dei dati di fatto fondamentali. Per quanto la conce- zione della vita dei contadini di Nicotera sia probabilmente per molti aspetti simile a quella dei contadini di altre zone vicine nel territorio.
A Nicotera vi era poco commercio, mentre il contatto col mondo esterno era limitato ad eventi straordinari come l’emigrazione, occasionali spettacoli folkloristici, musicali o cinematografici. All’elemento geografico apparteneva la buona qualità del terreno coltivabile, il fattore dei metodi tradizionali, ra- zionali e di coltivazione, anche con piogge non sempre abbondanti.
Per quanto concerne le popolazioni locali, questo significava senza dub- bio che in quegli anni, i motivi delle potenze occupanti furono egoistici: sfrut- tarono il territorio e le sue risorse per loro proprio beneficio. Come risultato di questa convergenza degli elementi geografici e storici, all’epoca, Nicotera mostrava un certo grado di povertà.
Non è una bella cosa pensare che il nicoterese lavorava per mangiare, mangiava per avere forza per lavorare, e poi dormiva. Ecco tutta la sua vita. L’impressione che ne riporta oggi il visitatore non è molto diversa. Io lo vedo ancora trascinarsi a casa la sera, lasciando i compagni di lavoro, come una capra o una mucca che si allontana dalla mandria. Io ricordo la sua «casa», la casupola di fango e paglia che egli divideva con sua moglie ed i suoi figli ed inoltre, la sua sola proprietà, il mulo.
Eppure, la sua povertà non commuove tanto quanto un certo atteggia- mento che colora ogni manifestazione della sua vita.
Ciò che colpisce il confuso groviglio di emozioni è lo stridente contrasto tra le condizioni oggettive della vita di questa gente e la nobiltà della sua re- azione. Questo contrasto insegna, nel modo più eloquente, che «la miseria» rappresenta assai più che uno stato di condizione materiale; egli impara a conoscerla come un modo di vivere, una filosofia, che si aggiunge alla po- vertà. Una filosofia, infatti, che non è limitata ai membri più bassi di quella
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società, al contadino privo di terra, al bracciante, ma abbraccia, almeno per ciò che riguarda gli atteggiamenti dominanti, il piccolo proprietario di terra, l’artigiano, il professionista, e, in una certa misura, il massaro stesso.
Vita contadina
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Il senso delicato della gerarchia delle cose naturali ed umane è bene espres- so nell’osservazione di un contadino che, tentando di descrivere la sua routine giornaliera, ha cominciato col dire: «Noi zappiamo la terra». Poi si interruppe e aggiunse, scusandosi con me. «Se mi perdonate l’espressione, come bestie». «Io sono solo un contadino», o «Io sono solo un carpentiere, ma questo è quello che penso». Questo riconoscimento di fatto del proprio posto di ciascuno nello schema generale delle cose non si tinge di sommis- sione da parte del povero verso il ricco. Prima di tutto, il criterio dell’ordine sociale, nello spirito dei contadini, non è primariamente economico, come lo è per il massaro o il proprietario, che per questa ragione non partecipa alla dignità del contadino e non è trattato con lo stesso tipo di semplice e umana considerazione che i contadini sono abituati a dimostrarsi recipro- camente. È come se ciascuna posizione o funzione avesse lo stesso valore fondamentale dentro la generale proprietà delle cose. Il forte e disordinato atteggiamento possessivo che pervade ogni fase della vita dei contadini è l’espressione sicura della precarietà della loro esistenza, del bisogno e del desiderio di creare supporti artificiali per la personalità umana. Vi sono varie ragioni che indicano fortemente che questo atteggiamento possessivo, an- che nel campo dei beni materiali, non può essere sufficientemente spiegato solo in termini di bisogno economico.
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I Giganti
I giganti, rappresentati solitamente da una donna bianca di nome Mata ed un guerriero nero di nome Grifone, sono due alti fantocci di cartapesta che vengono portati a spalla o trainati, danzando al ritmo di tamburi, per le vie di Nicotera in occasione di festività cattoliche patronali o di altri eventi, in abiti tipici dell’epoca saracena. Questi colossi di carta sono radicati nella tradizione culturale calabrese, impiantati durante la dominazione aragonese e le incursioni turchesche.
Infatti Grifone, il re turco, viene rappresentato come un uomo di alta sta- tura e di colore nero, e di solito tiene in mano una spada e un elmo. Mata in- vece è una donna variopinta da collane, orecchini, piume, ecc. La tradizione vuole che Marta, dal dialetto Mata, fosse una ragazza proveniente da una famiglia importante della Sicilia. Un giorno, sulle coste calabresi, sbarcaro- no i turcheschi per depredare Nicotera.
Vedendo la bellezza di Mata, il corsaro turco se ne innamorò perdutamen- te, chiedendo la sua mano, che prontamente venne respinta. Successivamen- te egli si convertì al cristianesimo, assumendo il nome di Grifone.
Dopo la sua conversione Mata, che già era tentata da lui, se ne innamorò e questo coronamento d’amore fu festeggiato con un grande ballo. La più attendibile storia dei giganti è databile intorno al 1190.
Il re notò che i nicoteresi erano soggetti al potere saraceno, quasi oppressi, e per togliere definitivamente il loro potere dalla città, decise di costruire un castello sul colle dove sorgeva quello dei saraceni.
Dopo che i dominatori abbandonarono la città, i cittadini festeggiarono por- tando in giro per la città il castello costruito di cartapesta di Matagriffon, che poi venne modificato con la costruzione di Mata e Grifone, seduti a cavallo. Essi vennero considerati come dèi, fondatori della città, come simbolo di libertà.
Essi ballano per le vie cittadine, insieme ad un cavallo anch’esso di carta- pesta che cerca di separare la coppia, ma non riuscendoci si mette a prece- derli. La danza termina con un fragoroso rullo di tamburi e con un bacio tra i due giganti.
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I giganti
Questa tradizione, da sempre, rievoca la libertà del popolo calabrese dalle continue dominazioni e molti studi antropologici hanno dedotto che il ballo dei giganti è paragonato alla continua lotta tra Cristianesimo e Islam. Inoltre essi sono correlati ad eventi cittadini e storici, che includono mito e realtà, uno di questi è la storia di Mastru Miciu.
Conosciuto con il nomignolo del re dei giganti, era originario di un picco- lo paese del messinese e arriva in Calabria al termine della Seconda guerra mondiale. Nel 1947 acquista per 30.000 lire da un signore di Briatico i due fantocci di cartapesta.
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Una volta acquistati, mastro Miciu li fa restaurare con le proprie sembian- ze e quelle della moglie. Una volta restaurate le figure e costituita la banda musicale, decise di portare in giro per la Calabria i suoi giganti, per portare gioia e allegria tra la popolazione.
I suoi giganti sono tra le copie più antiche della Calabria e il personaggio di Mastro Miciu è per sempre radicato nella tradizione gigantaria calabrese. Un personaggio uscito quasi da una fiaba senza tempo, che cerca di realiz- zare i sogni di chi vuole ritornare bambino, che per oltre sessant’anni con un cappellino in testa con la scritta “il re dei giganti” e un fischietto, guidò i suoi giganti per tutta la Calabria. Questo era Mastro Miciu.
I Giganti, quali simbolo di libertà, vennero ben presto adottati in molte città calabresi e siciliane e da alcune della fascia costiera tirrenica ed aspro- montana.
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La prima comunione
Mi ricordo il giorno in cui “presi” la Prima Comunione. Nonostante gli scarsi mezzi economici, mia mamma mi aveva fatto cucire un completo principesco proprio per la cerimonia. Avevo in mano un piccolo Rosario e il libricino della celebrazione. Mi aveva fatto lavare il viso con acqua tiepida con dentro petali di rose e poi anche fatto incipriare il viso da una nostra vicina di casa, donna Filomena. Ad ogni modo “mi sentivo bello come un angelo”, così mi dicevano i vicini. Tutti quanti i bambini erano seri e composti. Li sovrastavo tutti in altez- za e quando venne il momento di ricevere la Comunione, il canonico, lontano parente, severissimo, che ci spaventava tutti, ci divise in due file: da una parte quelli che dovevano prendere la Prima Comunione, dall’altra quelli che l’avevano fatta l’anno precedente. Vedendomi più grandicello, mi fece andare con quelli più grandi e così saltai il rito del Primo Sacramento. Quando lo scoprirono, mi rimproverarono, ma non era stata colpa mia. Per lungo tempo credetti di aver commesso un grave peccato: ogni volta che ricevevo l’ostia sacra, chiedevo per- dono a Dio per quello che avevo fatto.
La Prima Comunione era impartita tra i sei e gli otto anni, dopo un corso di catechismo. Poteva capitare che nello stesso giorno i bambini ricevessero anche la Cresima, perché non sempre era possibile che il vescovo tutti gli anni potesse arrivare a Nicotera.
In genere le Comunioni si svolgevano il giorno dell’Ascensione, quaranta giorni dopo la Pasqua. La Prima comunione era un momento particolare per i bambini delle comunità cristiane, e il giorno, in cui si riceveva per la prima volta “il Corpo di Cristo”, veniva festeggiato dalle comunità e dalle famiglie in modo solenne, partecipato e sentito. I ragazzi vivevano intimamente la festa più toccante della loro fanciullezza: “Il giorno più bello della vita” è sem- pre stato definito. Il sacramento era vissuto con maggior consapevolezza e con più coscienza, grazie a una più approfondita istruzione religiosa seguita in parallelo col ciclo scolastico elementare.
La maggiore età aiutava inoltre a dare un diverso valore a tutto il contorno profano della Comunione, ossia ai regali, al pranzo, ai parenti e al vestito
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nuovo. Questo sacramento aveva i suoi simboli: i ragazzi comunicati porta- vano nel giorno della cerimonia una fascia di seta al braccio destro come se- gno distintivo, mentre per tutti, maschi e femmine, era d’obbligo un crocefisso con medaglia e fiocco da attaccare al petto. Per il crocefisso erano stabiliti dei tempi: si doveva portare una settimana attaccato alla maglietta.
La mia prima comunione nel ‘50 112
Profumo di “pignolata”
La primavera ha odori umani. Nei giorni della Settimana Santa, per i vi- coli di Nicotera si sente pervadente il profumo della “pignolata”, il dolce per eccellenza, fatto con farina, uova, zucchero, fritto e infine, ancora caldo, passato nel miele o vino rosso cotto.
È un ricordo dei tempi di miseria, quando iniziavano le prime uova delle galline, da fine gennaio in poi. Era apprezzato come un dono del Signore.
E si ringraziava, festeggiandolo nel giorno di Resurrezione con il più sem- plice dei dolci, nel nostro piccolo nucleo famigliare, formato da mia madre, mio padre e me. Erano sufficienti poche uova, e l’impasto non era mai ab- bondante. Con i pugni si aggredisce per amalgamare uova, farina e zucchero. Poi si fanno dei bastoncini, infine si formano delle palline grandi come ciliegie e poi si friggono. Ancora bollenti, adagiate su un piatto, si versa il miele e si mescolano. Quando si friggeva, dove c’erano, anche i piccoli aiutavano la mamma.
Nel paese già si respirava il presagio di morte del Venerdì Santo. La “pi- gnolata” liberava la fragranza nell’aria, che impregnava le narici e accendeva il desiderio e le voglie dei bambini.
Vigili e presenti erano le mamme che non recedevano dalla loro usanza: tutti i dolci erano ben riposti nelle credenze e non si potevano toccare fino a quando non era suonata la campana per Gesù risorto.
Il seme della gioia era stato gettato. Specie nei bambini che individuavano il pezzo più buono fra tutti, per assaggiarlo. Alcuni erano soliti consumar- lo con spavalderia e grande goduria durante le tradizionali libagioni all’aria aperta de “u pascuni”, il lunedì di Pasqua. La Settimana Santa trascorreva in un’altalena di dolce speranza. Talora sembrava che anche la natura ingrigis- se, mentre cadeva una leggera pioggerella, che tutto intristiva.
Nel pomeriggio il sole si affacciava fra le nuvole e il suo tepore assicurava che la primavera imminente avrebbe vinto ancora.
Dalle finestre, repentinamente aperte, continuava a diffondersi il profumo della “pignolata”. L’animo in quelle ore importanti della fede e della religiosità
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più sfuggente era piacevolmente stuzzicato dalle fragranze che sollecitavano l’odorato.
Era il fascino del Venerdì Santo, che ammaliava e riempiva di pienezza il cuore. Era il tempo in cui era facile sentire accapponare la pelle, durante le struggenti processioni del Gesù morto, mentre saliva in cielo il lamento delle donne e del loro canto che faceva vibrare le vetrate della Cattedrale e che conduceva il nostro pensiero verso quella che è l’ingratitudine umana.
Profumo di “pignolata”
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“U scarparu”
La parte più consistente del lavoro “du scarparu” erano le riparazioni. Il la- voro consisteva nel risuolare, rattoppare scarpe, seduto davanti a un piccolo banco con vicino un cesto con gli attrezzi e vecchie suole di scarpe e ritagli di cuoio che non buttava mai, anche se tagliandoli, diventavano piccolissimi.
Strumento essenziale del calzolaio, la cui divisa consisteva in un grembiu- le di pelle fissato al collo e dietro la schiena, era la lesina, robusta asticella d’acciaio appuntita, che serviva per forare il cuoio che doveva essere cucito con lo spago, impiegato per cucire la tomaia alla suola. Il filo sottile talvolta era raddoppiato e saldato con la pece. Per facilitare il passaggio nei fori si fissava a un capo dello spago della setola di porco, e per tirare lo spago con forza si fasciava la mano con una striscia di pelle.
Alla cucitura, che era il modo più antico di unire suola e tomaia, seguì nell’Ottocento la chiodatura e quindi cambiarono gli strumenti di lavoro che divennero il martello per piantare e schiodare i chiodi. Questi potevano esse- re di varie misure ed erano ribattuti sul treppiede, o piede di ferro, attrezzo a tre forme per suola, mezza suola e tacco.
Con il trincetto si tagliava e si rifiniva il cuoio e con la preda si arrotolava dopo averlo ammorbidito a mollo in un catino, dal quale si attingeva anche per bagnare la preda.
Altri strumenti di lavoro erano la lima, il lucido, la vernice, la spazzola, le tenaglie e nella nostra zona, dei pezzetti di vetro per pareggiare l’orlo del- le suole. Erano gli artigiani più apprezzati, tanto da vendere i loro lavori ovunque. L’artigianato rappresentava una delle principali attività produttive dopo l’agricoltura.
Non mancavano i barbieri, i ciabattini che, oltre a riparare, producevano anche calzature su misura di buona qualità. Altre attività artigianali erano i falegnami ed ebanisti, che producevano mobili in stile “povero”, ma dignito- si. Il ceramista di Badia produceva opere quali maschere, brocche, vasi, sta- tuine varie. Fu attivo fino a pochi anni fa. Poi nessuno fu in grado di seguire il suo esempio e l’attività fu chiusa.
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“U scarparu”
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La cucina nicoterese
La cucina di Nicotera è genuina e sana perché è essenziale e povera. Sono così rivalutati l’olio di oliva, il pane integrale e il peperoncino rosso, che è un vasodilatatore. Nicotera con i suoi vigneti, uliveti e grano, è stata sempre la base della dieta e del benessere locale.
Fra i piatti tipici, i principali sono i “Maccarruni i casa”, pasta fatta in casa arrotolando la sfoglia su cannucce (“cannistri”). La pasta fresca tradizio- nale di Nicotera è quella denominata “strangughji”. Viene preparata con un semplice composto di farina di grano duro, acqua fredda e sale, lavorato a mano. Si passa poi alla filatura della pasta per ottenere un filo omogeneo di circa 0,5 cm di diametro; si suddivide il filo in pezzi da 20-30 cm di lunghez- za, e per ultimo si procede ad arrotolare questi spezzoni di filo intorno ad un bastoncino sottile di legno o ginestra essiccata. In alcuni paesi vicini si chiamano “fileja”. Si possono condire in vari modi, per esempio con il sugo di pomodoro, eventualmente spolverati con una grattugiata di pecorino del Monte Poro, con i funghi porcini o nel modo più tradizionale con la “nduja” di Spilinga e sugo a base di carne di maiale, o ancora con la carne di capretto. I “Tagghiarini” sono una pasta fatta con farina e uova, il cui sugo è a base di pomodoro fresco e carne. In molti piatti locali il peperoncino la fa da pa- drone come nei fagioli, nel “salimorigghiu” per la neonata, pesce azzurro, nei salumi, e nella ‘nduja della vicina Spilinga. I “Milingiani chini” sono invece melanzane ripiene con un impasto di pane di grano, formaggio pecorino, olive, capperi, prezzemolo e peperoncino piccante, poi cucinate nel forno col sugo di pomodoro fresco.
Nicotera è conosciuta anche per il dolce sapore dei fichi, per le arance di qualità e per i vini, tra i quali è noto il vino di Comerconi, che si accostano perfettamente alla gastronomia locale che mette in tavola piatti tipici come le minestre a base di legumi e pasta: “pasta e suriaca”, “pasta e ciciri”, “pasta e vroccula”, tutte con peperoncino rosso piccante e condite con olio di oliva. Inoltre pesce fresco, formaggio pecorino, uva e dolci caratteristici.
Il maiale occupa il primo posto nella cucina nicoterese e trovano gran con- 117
siderazione la “frittula”, cioè le cotenne, la ndujia, la soppressata e il capicol- lo. Tra le carni bianche è importante ricordare i galletti al forno con patate.
Tra i piatti di mare, tipici sono “i surici fritti”, “ì pisci in salimorigghiu” che, arrostiti sui carboni ardenti, vengono irrorati con un condimento di olio di oliva, prezzemolo, origano e peperoncino piccante. E ancora, il tonno alla marinara, i gamberetti al sugo di pomodoro oppure fritti, la “nunnata” che si può fare in frittelle o a bagnomaria e per finire le alici e le sarde. I dolci, invece, sono strettamente legati alle feste religiose. A Natale si preparano “i zippuli”, pasta lievitata, fritta nell’olio d’oliva con dentro uva passa. A Carnevale la
“pignolata”, dolce costituito da piccole palline di pasta dolce, fritte in olio di oliva e unite tra di loro da miele. A Pasqua i “taghiarinij” e nel mese dei defun- ti, novembre, caratteristici sono “i crucetti”, preparati con fichi secchi, ripieni di mandorle, noci e noccioline.
“La cucina nicoterese” 118
I ragazzi al lavoro
La vita quotidiana dei ragazzi a Nicotera era basata principalmente sul gioco. I nonni ci hanno raccontato che di solito un ragazzo finiva di esse- re tale quando compiva dodici anni, e andava comunemente a lavorare nei campi. I più fortunati, assieme ai loro padri andavano invece a vendere frut- ta; solo i maschi andavano a lavorare, mentre le femmine stavano a casa ad accudire i fratelli più piccoli. Quando alla sera si ritornava a casa per mangia- re, c’era solo una piccola luce che illuminava il tavolo. Di solito c’erano due o più famiglie che pranzavano assieme.
Finito di mangiare ci si riuniva nella stalla accanto al braciere, considerato il “salotto” di una volta: le femmine rammendavano, ricamavano o facevano le corde, invece i maschi si raccontavano delle storie.
Nel periodo degli anni ’50, a Nicotera gli uomini lavoravano come con- tadini, falegnami, fabbri, calzolai, le donne lavoravano a maglia, e a volte aiutavano gli uomini nei lavori agricoli. La maggior parte delle donne erano panettiere o lavandaie. I campi venivano lavorati con aratri trascinati da buoi, e sui campi venivano seminate piantagioni di frumento.
Le donne che lavoravano a maglia restavano a casa e facevano berretti all’uncinetto, maglioni ai ferri e sciarpe. Nei campi anche i bambini aiutava- no i grandi, prendevano le verdure e le portavano fino alla loro casa, così le mamme, con le figlie, le curavano per far da mangiare.
I calzolai costruivano le scarpe con il cuoio e come suola usavano il legno, facendo sandali e pattini per il ghiaccio che si formava nel fiume.
I falegnami costruivano i giocattoli, ad esempio la trottola, la mazza e “pirrocciulu”. I fabbri forgiavano posate (coltelli, forchette, cucchiai, ecc.), at-
trezzi per lavoro (forche, zappe, punte degli aratri…).
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Ragazzo venditore di frutta
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I gelsi
Le nuove generazioni non possono sapere che il gelso a Nicotera era l’asso- luto padrone delle campagne negli anni relativi alla nostra narrazione. Siste- maticamente presente in ogni luogo, perché la sua presenza era assolutamen- te voluta dai contadini. Il gelso si avvinghiava al suo tronco per sostenersi e poi da questo partiva per formare le spalliere da ambo le parti dell’albero, sorrette da pali e da fili che avviluppavano sia la vite che l’albero stesso.
Quando io ero un bambino simili situazioni erano normalissime e si pote- vano ammirare questi avvenimenti di madre natura molte volte durante l’an- no. Le nebbie persistevano sul territorio per settimane consecutive senza alcu- na tregua, ma all’arrivo della primavera si aveva una vera stagione che ora si confonde fra la fine dell’inverno e l’inizio molto anticipato della calura estiva.
Sul territorio trovavano dimora i gelsi che davano dei frutti, le more, gu- stosissime. I nostri erano situati nelle vicinanze del pollaio, dentro cui si riversavano parte dei rami. Ve ne erano tanti nell’orto proprio di fronte alla nostra casetta. Nei filari prendevano il posto degli olmi, ed erano alberi an- che di 10 metri di altezza con fronde di notevole diametro. In estate matura- vano le more, che io andavo spesso a mangiare sotto la loro ombra talmente compatta che il sole non riusciva a penetrarvi.
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L’albero di gelso
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Gli animali da cortile
Ripenso agli anni della mia fanciullezza vissuti in campagna a San Fran- cesco e ai vari animali che vivevano in quel tempo. Ad attenti osservatori con i capelli brizzolati, come il sottoscritto, non sarà di certo sfuggito il fatto che oramai le rondini non ci sono quasi più e in campagna sono di- ventate molto rare. Gli ultimi anni, hanno portato a una quasi sparizione di questo uccello tanto amato da noi bambini e celebrato in una miriade di temi, dettati e disegni vari, specialmente nel periodo pasquale, dagli scolari del mio tempo.
I passeri erano i padroni incontrastati delle campagne e dei pollai, sempre pronti a becchettare qualsivoglia insetto, frutto o seme che capitasse sot- to la loro giurisdizione. Erano il terrore dei contadini all’atto delle semine, in special modo quella degli ortaggi, e nidificavano in qualsiasi punto fosse possibile costruire un nido che contenesse le loro piccole uova. In inverno poi la loro sede naturale era in vicinanza della nostra casetta di fango e pa- glia e della stalla, dove potevano cibarsi di qualche resto di pastone dato ai suini o di becchime delle galline. Gareggiavano con queste con un’abilità sorprendente e si intrufolavano fra le loro zampe cercando in ogni modo di prendere anche loro la parte di cibo necessaria al proprio sostentamento. A volte le galline proprio non ne potevano più di questi ladri in miniatura e qualche beccata partiva nella loro direzione.
Con le finestre delle camere semiaperte per la calura, di notte, si potevano tranquillamente udire i cori delle rane che, incessanti, inviavano a tutto il vicinato il loro caratteristico segnale canoro. Nelle notti di luna cantava la civetta che a molti dava il presagio di calamità, ma credo che fosse una su- perstizione tramandata nel tempo. Le allodole, alcune anche stanziali, pas- savano il tempo in alto volo e a volte sembravano quasi ferme, a gridare al mondo il loro stato d’animo.
Per ultimo vorrei attirare la vostra attenzione su di un’altra evoluzione che mi ha sempre entusiasmato: uno stormo di colombi. Se ci fate caso, forse ad un segnale non avvertibile da noi umani, lanciato dal “capo-stormo”, tutti i
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colombi, istantaneamente, virano nella stessa direzione, con una precisione millimetrica. Nidificavano sopra la nostra casetta di campagna.
In più di un’occasione, a quel tempo, ho avuto modo di ammirare delle serpi nere innocue, mia madre andava in giro sempre con una canna per allontanarle, se qualche volta si presentava qualcuna sul suo cammino.
Le galline di mia madre
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Giulietta
Nonna Rosa racconta alla sua nipotina Giulietta: «Eh, cara, tu oggi hai una bambola bellissima che nemmeno guardi, ma ero più piccola di te, quan- do me la costruii da sola per giocare. Dapprima feci la testina con un pezzo di stoffa di un mio vecchio vestito riempito di cotone; il viso lo disegnai sopra con l’aiuto della mia mamma, la tua nonna, e i capelli li feci con alcuni fili di lana disposti tutti intorno; poi fissai la testina a un sacchetto imbottito, sul quale applicai due bastoncini per le braccia e due per le gambe; infine con alcuni ritagli di tessuto le modellai un vestito. E quel buffo pupazzo sbilenco fu la mia prima bambola. Quanta gioia provai quando finalmente ci giocai, anche se tempo da dedicare al gioco ne avevo poco, perché dovevo occupar- mi dei miei fratellini. Avevo sei o cinque anni quando accadde un fatto di cui conservo un ricordo brutto.
Stavo giocando a nascondino con Pino, cugino di mia madre, insieme a mio fratello Antonio, quando mio padre mi chiamò urlando, facendomi tor- nare su in casa; mi rimproverò duramente per ciò che stavo facendo, così ubbidii con le lacrime agli occhi. Ero l’unica figlia femmina, avevo altri tre fra- telli Antonio, Pino e Alfonso più piccolo di me e dovevo aiutare la mamma sin dal mattino presto, quando la colazione era a base di latte di capra per tutti: ricordo ancora benissimo la tavola con le file di piatti fumanti… Noi oltre al mulino avevamo anche un appezzamento di terra, perciò il cibo non ci mancava, ma nel paese c’erano molte famiglie povere.
Mia madre dava di nascosto un po’ di latte e un po’ di farina alle donne che venivano a chiederle un aiuto per sfamare i figli: ci si aiutava l’un con l’altro.
I bambini nascevano in casa. La gente quando si ammalava si curava da sola. Ricordo che dormivo nel lettone dei miei genitori, poi ho avuto la mia cameretta.
I miei ogni notte dicevano il Rosario per la mia guarigione, anche quando mi prendevo soltanto un raffreddore. Pensa che a sette anni imparai a fare la calza, ero brava anche a rammendare; il ditale mi stava largo e mia madre
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mi metteva dei pezzettini di stoffa attorno alle mie minuscole dita, in modo da non farmi male con l’ago. Negli anni successivi il lavoro diventò sempre più pesante; a scuola potevo andare poco perché, oltre che in casa, anche nei campi dovevo aiutare la mamma. L’unico svago era quando c’era la fiera del paese: allora potevo vedere le bancarelle, la gente che si divertiva.
Il nostro mulino era situato poco sotto il Castello, poco prima di arrivare alla chiesa di San Francesco, il fiume si allargava e formava una cascatella artificiale destinata a diramarsi e ad alimentare il mulino.
Il Mulino serviva per la macinazione dei cereali, l’energia per attivare le macine veniva dall’acqua, l’acqua muoveva le ruote che attivavano delle ru- dimentali pietre per macinare il grano.
L’altra leva e la macina iniziavano a girare; dopo qualche minuto avveniva il miracolo: da un tubo di ferro cadeva la farina e da un altro la crusca.
Curiosa, da bambina, avevo scoperto la chiusa: era il punto di presa dell’acqua.
Il mulino stava in monte, dove c’erano al piano terra il magazzino, cuci- na, stalla, la mia mamma Carmela che preparava i “trippicegij” (interno dello stoccafisso) con le patate e peperoncino oppure “a pasta ca siccia” (linguine con la tinta di calamaro). Al piano superiore del mulino, le camere dei miei. Quella dei miei tre fratelli Antonio, Pino ed Alfonso, e quella mia.
Mio padre Francesco, “u mulinaru” da sempre, ogni tanto metteva le mani sotto il getto di farina per controllarne il calibro e, se necessario, interveni- va su un’altra leva per regolare il grado di macinatura. La farina e la crusca erano calde, ed io mi divertivo e mi emozionavo. Mettevo le mani sotto a lasciarmi accarezzare; dopo qualche secondo il locale si riempiva del pro- fumo di mulino; era un profumo dolce e amaro, il profumo di grano. Poi si legavano i sacchi di farina, si pesavano e si riportavano per caricarle sulle
“sporte” (cesti) sull’asino, fermo lì davanti al portico. Una parte della farina e della crusca rimaneva a mio padre: farina utilizzata da mangiare noi o da rivendere, la crusca per i maiali e le galline”.
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Giulietta 127
Vita nei campi
Mia madre ritornava a casa la sera con me sopra il carro trainato dal bue, stanca del lavoro nei campi, l’aspettava mio padre, quel giorno rimasto nell’orto per preparare come ogni sabato gli ortaggi e la frutta da portare al mercato della domenica. Mia nonna davanti alla casetta di fango e paglia con le braccia conserte e lo sguardo lontano dava uno sguardo alle galline sparse nel giardino degli aranci. L’aria è pervasa dal tenue tepore di maggio, inebriata del profumo dei fiori di arancio, belli e copiosi.
Fra le case non lontane della cognata Isabella e i Corso, di là dal fiume, non si ode alcuna voce, a distrarre la mente dal suo imponderabile itinerario. Forse avrà raggiunto con i pensieri le terre argentine, un giorno c’era anche lei, ma ora i famigliari rimasti consumano gli affetti.
O forse segue con sorpresa il volteggio del passero intorno a quel buchet- to nel lontano muro, dove c’era affaccendata sua cognata Isabella. Il passero lo esplora, ne esce, vi torna, s’infila, rispunta, v’insiste, forse ha il nido con i suoi piccoli. Con un cinguettio forte, da padrone. Per una compassata soli- tudine una nuova compagnia.
All’epoca la casetta di fango e paglia era l’abitazione rurale nicoterese che rifletteva, nell’insediamento di cui faceva parte, il simbolismo, oltre ai mate- riali e alle tecniche che la compongono. Nel riconoscimento di sé attraverso il proprio abitare mio padre è sempre stato accompagnato dalla terra cruda, materiale di facile reperibilità, versatile, economico. I mattoni di adobe, local- mente “mattuni” o “bresta”, e all’interno vi era una credenza, gli attrezzi da lavoro e sotto la finestra il focolare con attorno alcune pietre di protezione, per riscaldarsi.
Durante la giornata ci riunivamo con i braccianti che lavoravano da noi, all’ora di pranzo, a loro era offerto un pasto caldo composto di pasta e ceci, qualche volta sugo di maiale, pane, formaggio e un litro di vino e per frutta quello che c’era nell’orto in quel periodo della stagione.
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Nell’orto si producevano agrumi, uva, mandorle, ortaggi e tante altre ricchezze che allora dava la terra. Allevavamo polli, conigli, il maiale e due capre.
A giugno era il periodo in cui mia madre, verso sera, raccoglieva i fichi, i pomodori e quant’altro offriva l’orto nella stagione estiva, per portarli a vendere al mercato o nei paesi vicini.
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Casetta di campagna
Devo subito dire che gli alberi da frutto esistenti nelle nostre campagne in località San Francesco e a Santo Pietro ai tempi della mia fanciullezza erano veramente tanti.
I miei familiari curavano molto bene i raccolti della terra, e per quanto ri- guardava gli alberi da frutto, erano molto più inclini a dedicarvi tempo, perché ritenuti preziosi. Avevamo alberi di albicocco che producevano meravigliose albicocche, il più maestoso e sicuramente il più datato era situato nell’orto proprio di fianco alla casa appena si entrava nel viottolo, sulla sinistra. Dedi- cavano ore anche alla coltura della vite da cui ricavavano, oltre al vino per uso proprio, anche un sostanziale guadagno sia nella vendita dell’uva all’atto della vendemmia che dal vino curato molto bene nella piccola cantina familiare.
Quindi come dicevo, erano poche le attenzioni sul versante della coltiva- zione degli ortaggi, comunque esistenti anche se in piccole quantità.
Ah, i gelsi bianchi! Come non ricordare il maestoso albero proprio posto sopra il recinto delle galline. Ero ghiotto di quei frutti e cominciavo gli assag- gi a maggio. Il gelso è una pianta, oltre che per l’aspetto legato ai bachi da seta, coltivata per i suoi frutti, considerati particolarmente gustosi e ricchi di principi nutritivi, che maturano da maggio a luglio.
Il gelso bianco è poco usato come pianta da frutto per via del sapore dol- ciastro, tendente all’acidulo.
In prossimità dell’inizio della primavera i fichi neri ed anche bianchi erano veramente uno spettacolo unico: ricoprivano per incanto quei rami che fino a quel tempo parevano secchi. Un pullulare di api si poteva sentire nei loro paraggi che, mai stanche, succhiavano il nettare di quei primi fichi.
Alcuni alberi producevano prugne di varie qualità. Così si andava da quel- le gialle, che erano veramente squisite, al pari di quelle di colore scuro. Le prugne si potevano contare sulle dita di una sola mano, ma riuscivano a soddisfare il fabbisogno familiare.
Un altro tipo di albero da frutto che vi era a quei tempi nel nostro orto era quello delle mele cotogne che erano utilizzate per la cottura a spicchi nel for-
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no, molto apprezzato era quello della marmellata per i dolci di Natale. Tenta- re di mangiarle come una normale mela era in sostanza impossibile, vista la loro natura. All’atto della raccolta, ad autunno inoltrato, erano dure come sassi e ci voleva molta forza anche solo per eseguire la loro spellatura.
Altri alberi fruttiferi, dei quali io conservi ancora memoria, erano dei favo- losi nespoli che campeggiavano lungo il fossato. I frutti erano di dimensioni grandi e andavano raccolti subito prima dell’arrivo dell’autunno o in princi- pio dell’inverno. Le nespole erano riposte in grandi cesti rivestiti di paglia e poi si doveva aspettare un congruo tempo affinché maturassero. E allora tutti andavamo ogni tanto a “palpare” quei frutti per controllare se qualche nespola fosse diventata tenera, perché voleva dire che era giunta a matura- zione. Un pesco era posto in pianura partendo dalla casetta. Era selvatico, ma devo dire che produceva delle ottime pesche di sapore gradevolissimo. La visita a quest’albero era sistematica e appena possibile qualche frutto finiva nelle mie mani.
Nel quarto sentiero, vi erano dei filari di uva della vigna e, precisamente nell’appezzamento più grande dei due che la formavano, trovavano sistema- zione alcune viti di uva fragola e qualche pianta di zibibbo. I grappoli erano molto più lunghi di quelli canonici e i chicchi, di forma allungata, raggiunge- vano grandi dimensioni. Questo tipo di uva maturava un po’ prima di quella dov’era situata la vigna di Santo Pietro destinata alla cantina. Pertanto, ap- pena possibile ci si recava in quei siti per un assaggio preliminare che poi di- ventava effettivo perché i grappoli trovavano posto sulla tavola, vi era però un problema: oltre a noi, gli uccelli sapevano della presenza di tanta leccornia, pertanto, abili nello sfruttare la loro mente, erano sempre presenti sull’orto e appena possibile piombavano su quei grappoli facendone scempio.
In ultimo vorrei ricordare un paio di alberi di mandorlo, una pianta poten- zialmente molto longeva, nell’aspetto assomiglia al pesco, anche se ha foglie più piccole rispetto a questo. Il frutto è composto di una parte esterna e semi, che sono appunto le mandorle. A Nicotera la “ammendulara” era un frutto molto apprezzato, utilizzato in estate per il latte di mandorla, in inverno per i dolci, specie nel periodo natalizio.
Diceva mio padre Salvatore a suo fratello Nino: «Quello che tu trovi sem- plice, io lo trovo difficile. Lo sai, trovo duro lavorare la terra, con tutto il ri- spetto che merita, tu lo sai. Tante volte trovo duro coltivare, potare, tagliare e raccogliere i suoi frutti. Trovo duro aspettare la pioggia dalle nostre parti
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se non arriva, bruciare la pelle in estate, se c’è troppo sole. Siamo io e France- sca, mio figlio Pino è troppo piccolo ancora per aiutarci. Dal mio orto e dalla vigna di Santo Pietro nascono questi doni della nostra terra, dai colori e dai profumi intensi. Con il solo intervento delle nostre braccia e talvolta con l’aggiunta del letame che io raccolgo in giro nel paese, quando ancora non è l’alba. Frutta, verdura, legumi semplici come il vento e armoniose come il canto. Forte come l’amore. Ma tu, Nino, ma quello che tu trovi semplice, per me non è così facile».
Perché alle quattro del mattino dell’indomani mio padre, caricava le sporte sull’asino e partiva, con la speranza che qualcosa riuscisse a vendere. Cosa non sempre facile, data la scarsità di denaro in quell’epoca.
A volte quando il raccolto era abbondante, era invitata in campagna qual- che vicina o parente, per raccogliersi qualche cesta di frutta, di verdura o qualche uovo fresco.
Casetta di campagna
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Le anziane signore
Saluto l’anziana signora che mi conosce, attraverso la sana amicizia che c’era con mio padre, nel periodo in cui lui vendeva verdura al mercato della domenica. Mi sorride, con la stessa bonomia di quando avevo solo cinque-sei anni.
Oggi è sola nel vicolo, rimasto deserto per gli abbandoni, lì nel Baglio. È in affanno nella viuzza in salita. Mi saluta il bimbo, dolce, dal visetto pulito. Sgambetta sicuro fra le sporgenze e gorgheggia con l’animo allegro. Il caseg- giato lo protegge, i gerani e i garofani pendenti dai balconi si fanno promet- tere invano che nessuno li tradirà.
Ritorna dal lavoro il contadino con la cesta dei fichi, immancabile frutto del mese di settembre, nella sua mensa. È sporco e stanco dai lavori della terra, la battuta è pronta e non di rado ridente.
Un’occhiata fugace mi volge, vergognosa, la ragazzina. È attesa dalle amiche dietro il Castello e lo sguardo non sa mentire.
Silenziosi e seri, aspettano il saluto gli anziani, nello spicchio di sole mat- tutino in Piazza Santa Caterina. La loro attesa ha tempi brevi, e lo sanno. Accenna col capo al passaggio “Mastru Scaramuzzinu”, a perenne guardia del locale. S’è fatto vecchio facendo il ciabattino, insieme a suo figlio Natale, col quale si avvicendano nella buia bottega.
Alzo gli occhi, e incrocio lo sguardo della donna che stende i panni. Ac- cenna un sorriso, ricambiato. È il silenzioso, discreto modo di parteciparsi cordialità. Vita di paese, intrisa di affetti, cangiando in sentimenti ora aspri ora seducenti. Non puoi frangerla con la severa professionalità né guardarla con fredda analisi.
Essa ti circuisce con angoli circospetti, viuzze ammiccanti, la chiesa di San Giuseppe e quella di Gesù e Maria, il piccolo giardino invitante davanti alla Cat- tedrale, dove si vivono gioie di sposi e dolori di famigliari nel momento delle condoglianze. Chi ti saluta dà fiato a un mondo di emozioni fra cui sei cresciuto.
Ecco il grido della madre che chiama il figlio per la cena, risponde il ringhio del cane, più in là si odono rumori di botti, gente che si prepara per la ven-
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demmia. Da quella piccola finestra traspare una luce, sempre accesa, da dove la sagoma di un altro contadino s’illude di dominare la terra.
E il rumore vivo dei passi sull’asfalto che ha coperto il vecchio selciato levigato. Che ti rimpiange quando parti.
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I mulini, un tempo
I mulini di Nicotera negli anni Cinquanta facevano parte di quel mondo contadino, dove erano presenti sia alcuni mulini ad acqua sia quelli a ruota orizzontale, distribuiti lungo i corsi d’acqua, che di solito hanno carattere torrentizio. Oggi completamente abbandonati rimangono una testimonian- za sotto il profilo storico e culturale della civiltà contadina di Nicotera.
Vi si trovavano impianti di macine per la molitura dei cereali a mano, a tra- zione animale, a ruota idraulica orizzontale, rimasta valida fino alla metà de- gli anni Cinquanta, in pratica immutata. Erano parte della vita e del lavoro dei mugnai della nostra cittadina. I Mulini di Nicotera ora non ci sono più, rimane solo qualche rudere abbandonato. Una parte di storia completamente perduta.
Usanze e cultura contadina ormai quasi scomparse. Allora per macinare i cereali si usava l’energia umana prodotta dal lavoro, ma ben presto l’inge- gno umano trovò il modo di utilizzare l’energia prodotta dall’acqua.
La forza dell’acqua, appunto, imbrigliata in numerosi meccanismi, le ruo- te idrauliche sono tra questi, sostituì la forza delle braccia umane e soppian- tò il lavoro manuale.
I mulini ad acqua, come detto, erano posti a cascata lungo i corsi d’acqua; qui giungevano i contadini con i muli carichi di grano e dovevano attendere a volte lunghe ore per il rispettivo turno di macina.
Il mugnaio era chi presiedeva al rito di trasformazione del prezioso cereale in farina, regolando sia la quantità di grano da pulire, sia la giusta pressione da dare alle macine per ottenere, in maniera empirica ma sapiente, la granu- losità della farina che doveva essere “né troppo fine né troppo semolosa”.
L’acqua convogliata attraverso un canale in muratura, detto “saia”, si ac- cumulava e veniva scaricata nella “botte di carico”, che poteva raggiungere anche dieci metri di altezza, raggiungendo il locale inferiore dell’apparato, detto “guarraffo”, dove era indirizzata a forte pressione da una canaletta, detta “cangia”, proprio sulle pale della ruota orizzontale a raggiera.
Sotto lo stimolo dell’acqua, nel locale superiore, dove alloggiava il vero e proprio apparato molitorio, attraverso un gioco d’ingranaggi, la macina
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soprana ruotante, “rotore”, su quella sottana fissa, “statore”, triturava la granaglia che veniva dai sacchi riversata nella tramoggia, “trimoia”, e convo- gliata nel foro centrale della mola soprana. Il grano, man mano che era mo- lato dalle macine, opportunamente scalpellate con opportuni incavi disposti a spirale, favoriva la fuoruscita della farina che era raccolta in un corretto accumulatore, la “cascia”.
Le macine di pietra pur avendo speciali requisiti di durezza, porosità e omogeneità di struttura, richiedevano continui lavori di scalpellamento da parte dei “pirriaturi”, con corrette martelline, dei solchi che il troppo uso le- vigava. Peccato che si sia lasciato all’abbandono tutto ciò che ha fatto parte della nostra cultura contadina.
All’epoca, per anni hanno dato lavoro e benessere alla nostra gente, testi- monianze di quella civiltà che è nata proprio intorno ai vecchi mulini, guidata da un’umanità che ha popolato Nicotera, legata da fattori storici, economici, politici e affettivi. Molto è andato perso di quella vita semplice e operosa, mancano il rumore piacevole dell’acqua che scorre, la forza sulle ruote, man- ca il canto delle instancabili macine, l’affaccendarsi dei mugnai e la discesa giù per la collina.
Oggi, tutt’intorno rimane la stessa natura verde e rigogliosa, e il forte fa- scino per una tradizione persa, che era sopravvissuta per secoli e che oggi invece rimane viva solo nei racconti e nei ricordi degli anziani, tra le mura cadute e gli ammassi di pietre dei vecchi mulini, il cui tempo appartiene ora- mai solo ai poeti e alla poesia. Quando il poeta sa cogliere i palpiti del cuore e cantare in un unico atto lo ieri, l’oggi e il domani si rivelano alta poesia.
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I mulini, un tempo a Nicotera
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Pescatori
Sulla spiaggia prossima alla scogliera, è gettata la rete marrone. Parte come una lingua urlata, dalla barca affiancata alle altre. Intorno, due pesca- tori e una delle mogli con il vestito nero, a rammendarla.
È successo qualcosa di grave a pesca durante la notte per aver recato tan- to danno. Gli uomini aggrediscono il grosso buco da più parti per richiuderlo presto. Forse in giornata.
È stata la corrente del mare ad avvoltolare la rete e portarla alla mercé dell’elica che l’ha tranciata. Il pescatore è seduto a terra a piedi nudi. Con l’alluce stende le maglie e, armeggiando la “cucella”, l’arnese di legno su cui è avvolto il filo per lavorare la rete, riprende la trama, riannodando i fili. Ha il cappello abbassato sul viso, l’eterna sigaretta in bocca.
Si adopera con movimenti precisi, quasi automatici: taglia il vecchio, pas- sa il nuovo filo e precede in avanti.
È attento al suo lavoro ma nulla gli sfugge dei commenti dei colleghi. E lui rimbecca secco oppure si ferma a gustare la battuta. E da ieri sera che non vede riposo. Ma l’accaduto non consente distrazioni. Fermarsi a terra, senza pescare, potrebbe significare un magro inverno. E poi questo lavoro extra ha il suo piacere.
Per una volta può lavorare a terra, sulla spiaggia con qualche persona che egli ascolta, avidamente, a capo chino, mentre respira l’aria marina. A lui, abituato ai silenzi del mare, la terra suscita pensieri complessi.
Tanto che nella foga delle mani veloci con la mente segue un altro filo. Con- duce nei luoghi della speranza.
Prende avvio su quel tratto di spiaggia, divenuta rovente e silenziosa, zona di laboratorio, con a terra seduti i pescatori, a gesticolare intorno ad un estenuante groviglio di fili, nel caldo mezzogiorno.
Va la barca, guidata dal braccio esperto del marinaio. La prua slanciata fende le onde e ne frantuma il corpo in mille spruzzi. Baffi ancora scuri che amarono il fiero imporsi del naviglio. Il chiarore del giorno dissipa la mac- chia della notte e l’aria fosca frizza alla venuta del sole. Sul mare della costa
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la barca impettita infierisce, provocante nel suo andare determinato. Il polso del marinaio tiene salda la barra del timone. Guarda lontano.
Quel luogo della mossa azzurra, indescrivibile nell’omogeneità del calore, e la meta verso cui dirige.
E la barca lo sa. Con la poppa gravata si avanza arrotando al mare. La poma s’incunea, lo spacca, e lo scafo vi scorre sopra, dondolandosi o imper- niandosi. Sorridendo alla spuma bianca per la consueta sfida. Che vincerà. Per la bonaria condiscendenza del mare.
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In estate si andava in Marina
Negli anni Cinquanta il bagno a Marina di Nicotera era considerato come qualcosa di peccaminoso e comunque da evitare. Il bagno era più giustificato dalla terapeutica che dall’igiene, lungi da ogni esibizionismo. Anche se i nico- teresi avevano già superato i pregiudizi circa la peccaminosità dei bagni, rima- nevano a dettar legge il pudore e l’innata ritrosia delle nostre nonne.
Tutto ciò comportava una netta divisione tra i reparti maschile e femminile ma anche la chiusura ermetica dei costumi da bagno femminili che, simili a ca- mice da notte, ben poco facevano scorgere le effettive forme di chi li indossava.
Soltanto dopo gli anni Cinquanta, vicino alla scogliera si avviavano a di- venire di moda anche i bagni di mare, ma fino ad allora non c’era neanche nel tratto antistante alla passeggiata della Marina alcuno stabilimento. Con la fine degli anni Cinquanta e l’emergere del nuovo ceto nicoterese, si assistette a una generale massificazione degli usi e dei costumi sociali che non risparmiò nemmeno le pratiche più tradizionali. Anni più tardi divenne punto d’incontro, dove consumare i mutati rituali borghesi, e luogo nel quale era possibile fare il bagno, prendere il sole, praticare sport; la sera, luogo per feste e serate danzan- ti. Le spiaggia più in voga era quella vicino alla scogliera chiamata “Preicciola”, che poi era nelle vicinanze dove si fermava la corriera che portava in paese.
Ma come ci si vestiva per andare al mare, prima e dopo quel lontano 1950? All’epoca era cosa indecente non coprirsi totalmente, anche per fare il bagno. Gli uomini amavano “travestirsi” per andare al mare. Tutina a righe e cappellino da marinaretto, almeno chi se lo poteva permettere. Le donne preferivano indossare abiti lunghi (spesso di colore nero).
Ovviamente anche questa “mise” lasciava poco scoperto. Quelli che si ve- devano in spiaggia in quegli anni erano contadini che scendevano dai paesi limitrofi, magari anche una bella figliola in età di matrimonio, però le donne si presentavano tutte severamente coperte, ammantate da abiti che oscura- vano le loro curve. La cosa più sorprendente era come anche con il caldo, la salsedine e l’acqua salata, le donne negli anni ’50 riuscissero a mantenere sempre un’acconciatura discreta.
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Erano ancora preoccupate di mostrare troppo il loro corpo in spiaggia. Molte si stendevano al sole con vestitini leggeri e possibilmente a scacchi. Le più spavalde puntavano al costume intero con una balza che poteva coprire anche parte dei fianchi.
L’evoluzione del costume s’inizia a vedere dopo gli anni ’50 quando da quello intero si passa a un costume a due pezzi. La parte sotto era rigoro- samente a vita alta, perché era da ragazze “maliziose” mostrare l’ombelico. Finalmente inizia anche a scomparire il colore nero, con il via libera alle righe, ai colori e a ogni tipo di fronzolo.
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La tarantella dalle nostre parti
La tarantella dalle nostre parti era a quell’epoca una passione d’amore che andava dai corteggiamenti maschili al consenso femminile. Esprimeva allego- ricamente quel comportamento soprattutto giovanile che, nella realtà, anda- va, una volta dal corteggiamento sull’aia verso le ragazze di fatica, fino alla nascita di un amore, che si concludeva, molto spesso, con la classica “fujitina”.
Nella tarantella era espressa in modo velato ma fascinoso la passione di un amore dapprima silenzioso ma, man mano che si danzava, la potenza dell’a- nima si elevava spiritualmente, alimentata dalla frenesia del ritmo e dall’atmo- sfera trasgressiva della festa, per cui si passava dalla timidezza all’audacia e, il gioco d’amore, anche se figurato, diventava inebriante e coinvolgente dalla mimica dei corteggiamenti a quello erotico dell’atto d’amore.
È per questo che la tarantella, sull’aia, al chiaro di luna, il sabato sera durava l’intera notte!
Per molto tempo e fino a epoca recente, la tarantella a Nicotera era la più dif- fusa danza popolare, che presentava diversificazioni nel ritmo, negli strumenti, nella scenografia. La tarantella calabrese era danzata a coppie, talvolta anche ballerini dello stesso sesso. Si avvalevano di nastri e fazzoletti che rappresen- tavano i mezzi di coinvolgimento dei partecipanti ed erano oggetti preziosi per la loro utilità nella mimica. Era un gioco amoroso la danza. Si basava su un gioco di sguardi, sottintesi, ammiccamenti che esprimevano il consenso in modo velato. L’uomo e la donna, l’uno di fronte all’altra, si sfidavano ballando lungo i bordi del cerchio; la donna metteva le braccia lungo i fianchi assumendo un atteggiamento provocatorio nei confronti dell’uomo che battendo il ritmo con le mani le girava intorno; così si esprimeva la mimica del corteggiamento.
Lei cercava di sfuggirgli facendo il “tagliapasso” o compiendo un giro su se stessa, ma lei stessa proseguiva il gioco della seduzione muovendo il fou- lard – “u maccaturi”– , che portava dietro al collo, o agitandolo davanti al viso dell’uomo.
Lui rispondeva con gesti che richiamavano antichi rituali della dichiara- zione d’amore: ’a nzinghata (il segno) è il gesto con cui l’uomo toccava il
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viso della donna; la “scapigghjata” consisteva nello spettinarla. La scapiglia- ta indicava una particolare dichiarazione d’amore: l’onta (simbolica) del ge- sto compromissorio cui doveva seguire il matrimonio riparatore.
Il significato erotico della danza, cioè il consenso femminile che rappresenta- va il clou dell’espressione artistica della tarantella, si esprimeva con il passo in cui la coppia danzava spalla con spalla (quindi attraverso il contatto diretto tra i due). Dopodiché si allontanavano nuovamente, e allora la danza proseguiva più frenetica e ricominciava il gioco del corteggiamento (e nella psiche dei dan- zatori l’obiettivo di un nuovo contatto che stimolava nuove energie).
Alla fine degli anni ’50 la tarantella divenne musica di espressione popolare. La tarantella non è mai stata, ballo e musica delle classi dominanti ma di popolo.
Si ballava nei greti dei torrenti, nelle cantine, negli spiazzi, nei matrimoni popolari. Una musica che odorava di assenzio, rosolio e vino.
La tarantella si sposa con la nostra cultura, si coniuga con la rivolta delle classi sottoposte! La tarantella, come il dialetto, contribuisce a esprimere l’anima di un popolo; è la musica del riscatto dell’orgoglio meridionale.
La tarantella dalle nostre parti 143
In estate si raccoglievano fichi
In estate si raccoglievano i fichi, si sceglievano i migliori e si essiccavano al sole. Si conservavano poi nei canestri, in luoghi asciutti, si rivestivano lenta- mente di una patina bianca, come se vi fosse stato messo dello zucchero. Ave- vano un sapore semplice ma squisito, non come quelli confezionati di adesso.
Le crocette calabresi, i “crucetti nicoteresi”, è un’antichissima ricetta che si tramanda in famiglia. Si chiamano crocette per il modo in cui sono lavorate, incrociate come fosse una piccola croce. All’interno delle crocette si mette frutta secca ma in particolare si usano i gherigli di noci.
Una volta cotte in forno caldo sono spolverate di zucchero e cannella e spruzzate con liquore all’anice.
Nei tempi passati i fichi erano i dolci per l’inverno specie nel periodo di Natale e il sostentamento calorico per eccellenza di tutta la famiglia.
Un po’ di storia di come si producevano i fichi in passato. La qualità più adatta è il fico “dottato” che all’interno ha i semi piccoli, a differenza di altri tipi che hanno i semi grossi. I fichi erano raccolti dagli alberi, quando inco- minciavano ad appassire e messi ad asciugare al sole su graticci di canne, “e spasulate”, erano girati di tanto in tanto affinché si seccassero da tutte le parti e diventavano “fiche bianche”, “ficaianchi”.
La sera erano coperti per evitare che durante la notte con la rugiada si inumidissero e si scurissero. Quando erano ben seccati, si poteva lavorarli, scelti a uno a uno erano usati per fare le crocette. Ancora oggi chi ha la for- tuna di avere delle piante di fichi usa lo stesso procedimento.
I fichi sono un alimento che, ancora, si riesce a comprare da produttori locali, anche se negli ultimi anni la produzione è diminuita e ci si deve accon- tentare di un prodotto essiccato negli essiccatoi, buono altrettanto. Ma il profumo dei fichi al sole è molto più intenso!
Quale stranezza poi il fiore del ficodindia! Sopra quella pala carnosa, è il tangibile segno dell’improbabilità della natura. Sembra messo apposta, in- collato, tanto è in contrasto con la sua pianta. Ciuffetti di velluto, colorati a pastello rosa o giallo pallido. Stanno in pennacchio di una protuberanza
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verde, abbrutita da flessibili piante, che diventeranno spino. Sono in cima e aprono le corolle agli insetti dorati. Nessuno li coglierà, né saranno oggetto d’ammirazione, così protesi sul precipizio, lungo la strada. Sembrano ca- stelli di sogno, arroccati e imprevedibili. Belli per sé stessi, senza il plauso corale, e il dirupo che, per una volta, è mirato senza terrore.
In estate si raccoglievano fichi 145
Processione di San Francesco
Ogni anno, tra il 14 e il 21 agosto, si ricorda l’evocazione di San France- sco da parte degli abitanti di Nicotera, avvenuta nel 1857, per allontanare la minaccia di un terremoto. Da quel momento San Francesco divenne il patro- no del paese ed è oggi ricordato tra sontuosi festeggiamenti.
La gioia della banda è passata da poco. La segue un fruscio leggero, lo sgra- nare del rosario dietro la statua di San Francesco. Passa la gente in processio- ne. La mattina del 20 agosto, giorno principale della settimana di festa, parte un’immensa processione capeggiata dalla statua del santo, portata a spalla dai fedeli attraverso tutte le vie del paese. Alla fine della giornata, inoltre, parte la sfilata del carro trionfale, costruito in cartapesta e legno circa settant’anni fa dagli abili artigiani locali, e condotto da sette meravigliosi cavalli che traina- no il santo. Il diritto di tirare il carro è deciso un mese prima della parata e va al miglior offerente durante un’asta indetta nel paese.
Ad arte le autorità sono dietro la statua di San Francesco. Forse ne sorreg- gono il carisma o forse ne beneficiano. La folla intorno canta svogliatamente. La processione è una passerella di vanità. Gli unici che non ostentano ipo-
crisia sono i ragazzi. In testa al corteo, in fila allineati, continuano il gioco del dispetto, del litigio, raffrenati a stento dai rimbrotti adulti. Con gravezza affanna l’anziana signora. Ha lasciato la casa di Palmentieri e le cure osses- sive del medico per seguire il cammino del Santo per il paese, con sacrificio perché nelle sue gambe s’agita un esercito di acciacchi. La verità farà ritorno, al termine della processione, quando a casa si rinnoverà l’allegria e il godi- mento di un giorno di festa.
Ecco allora i visi. Sono centinaia che si susseguono nella moviola del tem- po. Sono quelli che vanno incontro al destino, si ritraggono a occhi aperti, è il modo di essere della mia gente, quella che seppellirò svogliata, che ha condiviso con me l’aspro godimento di una giornata di vita. Processione, specchio d’emozioni sociali. Non camminerò mai nella tua corrente con aria rassegnata. La visione di te mi è più gradita perché mi passa fra le dita l’esi- stenza, come alla suora il rosario della penitenza.
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La nuca appesantita dalla calvizie di un pescatore, che ricordo sempre così: muto e serio come s’immagina sia un pensatore. In verità la sua rifles- sione non ha mai superato i confini della sopravvivenza. Legata irrimediabil- mente al lavoro che le sue grandi mani erano in grado di compiere. Indossa vestiti di foggia Argentina. Perchè lì ha trascorso la maggior parte degli anni. E ritornato a Nicotera in vecchiaia, per rinnovare i ricordi dell’infanzia. Vi ha trovato gli acciacchi di un’esistenza fatta di stenti in vista di un futuro migliore. Oggi strascica i piedi, lui che ha gettato i fondamenta delle strade del nuovo mondo. Segnano le congreghe. Con le donne vestite tutti uguali, con il manto devoto del Santo. Il capo chino, negli anziani il fazzoletto che racchiude dimessamente i capelli.
Masticano devozione e mostrano le mani di fatica.
Processione di San Francesco
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Vita monastica
Si dice che l’ozio sia nemico dell’anima, e quindi i fratelli devono in alcune determinate ore occuparsi del lavoro manuale, e in altre ore, anch’esse ben fissate, dello studio delle cose divine.
La vita benedettina consiste in un impegno, condiviso da una comunità, di conversione da una vita di godimento egoistico della propria presuntuosa indipendenza all’umile sottomissione e all’unione amorosa con Dio, all’a- scolto della sua Parola, all’attuazione della sua volontà. Questa conversione si realizza con la rinuncia a se stessi, nel servizio fraterno e nel lavoro comu- ne, sotto l’obbedienza alla Regola e al Padre della comunità. Da quanto detto si capisce che l’operosità quotidiana in cui i monaci devono essere sempre impegnati è indirizzata a condurre in buona armonia una vita di famiglia, in cui è necessario provvedere a tutte la necessità materiali – nutrimento, igiene, amministrazione etc. – in vista della comune partecipazione ai beni spirituali e in spirito di abnegazione e di servizio reciproco, ad esempio di Cristo “che ha dato se stesso per noi”. Le attività materiali, dunque, sono supernamente illuminate, al fine di creare spazi e tempi adatti alla celebrazione, all’ascolto.
Bisognerà dunque tenere il coro pulito e ordinato, preparare bene i testi dell’ufficio da recitare o da declamare, curare il canto sacro al meglio delle proprie predisposizioni naturali o acquisite, essere puntuali agli orari del- la preghiera comune – e per questo rispettare i tempi di silenzio, di lavoro e di riposo -, non fermarsi ad una recitazione distratta, ma aprire il cuore all’ascolto dello Spirito che parla al nostro spirito, coltivare perciò le sante letture, lo studio e la preghiera privata.
Inoltre, bisogna esercitare bene il proprio ruolo in cucina e alla mensa perché il cibo sia buono, le stoviglie pulite, il servizio sollecito e ordinato, la lettura edificante, l’eventuale conversazione animata da carità e spirito fraterno, la preghiera iniziale e finale eseguita alla presenza di tutti senza ritardi o assenze.
Curare la pulizia della propria stanza e di tutta la casa, attivarsi secondo le proprie doti naturali e acquisite, obbedienza, ornare i luoghi di culto, gli ambulacri, il refettorio, il capitolo, gli spazi di vita comune di segni estetici e
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artistici, procurati o realizzati con un buon gusto da acquisire e da coltivare. Tenere in buon ordine, pulizia e senso estetico i locali di foresteria e essere pronti a trasmettere tali valori agli ospiti, secondo il proprio ruolo stabilito dal Superiore, di cui si fa esperienza momento per momento, attraverso il
buon esempio di umile laboriosità, di carità e buone maniere.
È importante anche la gestualità liturgica, da eseguirsi con modestia e sen- za affettazione, ma con decoro e devozione: essa infatti si imprime profon-
damente negli animi dei fedeli presenti, nei piccoli forse ancora più che negli adulti, e rende la religione e la preghiera non una teoria, ma un fatto visibile che entra nel vissuto quotidiano. Lo studio dei cosiddetti “neuroni specchio” ha rivelato infatti che si impara con la visione e con l’esperienza più che con l’istruzione soltanto mentale. Ciò sanno bene, per farne purtroppo spesso cattivo uso, gli operatori pubblicitari.
Coltivare quelle doti naturali che possono arricchire la comunità, e trami- te essa la Chiesa e la società, con opere che scaturiscano da un’anima ben curata – dalla semplice pulizia alla buona cucina, all’artigianato, all’arte, allo studio, alla trasmissione del sapere, alla guida spirituale, all’attività parroc- chiale o caritativa etc.
Avere presente che la prima opera sociale cui sono chiamati i monaci è di insegnare ai popoli, con il buon esempio, la parola e molti altri modi di comunicazione, e le virtù che devono animare e santificare la vita di tutti i giorni, senza le quali non si può realizzare bene nessun’altra opera sociale.
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Il lattaio e la sua capra
Per le vie di Nicotera girava addirittura con le sue capre al seguito quel vec- chio lattaio, “Ntoni u capraru” che le portava da Monte Poro. Era il lattaio del paese da una vita. Gli anni erano quelli del dopoguerra, e la povertà si faceva sentire in tante famiglie nicoteresi. Un quarto, forse mezzo litro di latte in in- verno, era quanto chiedeva ogni mattina mia madre. Procedeva così col suo lavoro, con abili mani, quel lattaio, nel silenzio e nella quiete delle prime ore del mattino. Con quelle due-tre capre al seguito, docili, che si facevano mungere, in paese, nei rioni più popolosi. Ed erano proprio i bambini ad incontrarlo per strada, muniti di quei piccoli recipienti di terracotta o di alluminio. Il latte appe- na munto era caldo. Si beveva così. Si versava lentamente, generoso di bianco, morbido e di un profumo intenso, naturale.
Non era scontato in quegli anni avere il latte appena munto a disposizione per la prima colazione. Quello del lattaio era un mestiere d’altri tempi, mol- to importante, molto faticoso. Il lattaio del paese aveva la pelle screpolata, escoriata dal freddo e dai lavori nei campi e nella stalla. Le dita gonfie di stanchezza, e per il gelo, in inverno. Ma aveva la forza di chi vive il lavoro come gioia di cominciare una nuova giornata, per quanto faticosa e dura da sostenere; le mattine d’inverno avevano gli occhi sferzati dalla tramontana, rossi, lacrimosi e socchiusi dal tempo, la serenità di un uomo che vive il sen- so immenso di una missione, quasi, di un dovere che è al primo posto tra i suoi valori. Amava il suo mondo, il lattaio, i sacrifici che ne facevano parte, le levatacce ogni mattina prima del sorgere del sole, i pascoli nelle colline del vibonese con la pioggia, il sole d’agosto, la nebbia e le gelate invernali. Le famiglie ponevano molta attenzione verso il lattaio. Gli era riconosciuta tanta dignità.
Di buon mattino, lasciava nelle bottiglie o in altri contenitori, la quantità di latte richiesta. Il latte, considerato un alimento non per tutti, giungeva nelle case direttamente dalla stalla e quindi non sterilizzato; per tale motivo, a volte, era causa di malattie. Le donne di casa, per evitare inconvenienti, portavano il latte a ebollizione più volte.
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C’è da dire che non tutti si potevano permettere di acquistare quotidiana- mente il latte, che per alcuni era un alimento “un po’ costoso”.
Vivo è il ricordo di alcuni compaesani di quella figura che tutte le mattine passava per le case, a rifornire le famiglie del latte appena munto. Certo quelli erano altri tempi!
Tempi di tanta povertà ma in cui regnavano l’onestà e il rispetto per gli altri. Chissà se oggi troveremmo ancora intatte le bottiglie di latte fuori dalla nostra porta. Anche per il mestiere del lattaio deve esserci il recupero della memoria che lentamente sbiadisce fino alla cancellazione. Soltanto se la me- moria resiste, possiamo salvare una parte della storia della nostra gente, la nostra storia locale, forse modesta, ma comunque nostra.
“Ntoni u capraru” 151
Santa Maria Assunta
Ogni anno, il 15 agosto si festeggia la Madonna SS. dell’Assunta. Tutti noi andavamo alla festa, molto sentita dalla popolazione nicoterese. Era un momento importante, che coincideva con la tradizionale festa di Ferragosto. La serata si conclude con i fuochi d’artificio e il “ciuccio”, attrazione tipica del paese.
La tradizione vuole che la Cattedrale sorgesse sulle rovine di un antico tempio greco dedicato a Diana ed ubicato nella pianura sottostante l’attuale cittadina di Nicotera. Le prime memorie di questa Cattedrale risalgono al 596, quando il Papa dette incarico a Procolo, primo vescovo della Chiesa nicote- rese, di rappresentarlo e, insieme ad altri vescovi, comporre la controversia insorta tra Bonifacio, vescovo di Reggio ed il clero della città stessa. Dopo tale avvenimento non si riscontrarono altre notizie della chiesa e dei vescovi successivi, per quasi due secoli, finché nell’anno 787, figura vescovo Sergio, che interviene al VII Concilio Ecumenico. Si vuole che, altro vescovo di Nico- tera, a nome Cesareo, sia stato martorizzato dai Saraceni verso l’884 per non aver abiurato la fede. La Cattedrale di Nicotera fu diverse volte assalita e saccheggiata da scorrerie saracene. La ricostruzione fu voluta da Roberto il Guiscardo nel 1065 che volle dedicarla alla Madonna di Romania. In seguito, durante le guerre di successione tra Angioini ed Aragonesi, precisamente nel 1304, la Cattedrale fu “declassata” e ridotta a chiesa collegiale, aggregata a Mileto prima e a Reggio poi, per la morte del suo vescovo Antonio, ucciso da gregari di una delle fazioni. La soppressione della Cattedrale durò quasi novant’anni, fino a quando, in seguito all’intervento di Enrico Sanseveri- no, conte di Mileto, Bonifacio IX, con Bolla del 16 agosto 1392, concesse la reintegrazione della sede vescovile. Poco sappiamo della cattedrale norman- na; dalla documentazione si ricava che essa era ad aula senza transetto. Su iniziativa del vescovo Ottaviano Capece (1582-1618), sullo scorcio del XVII secolo, la Cattedrale venne restaurata, ampliata e modificata nel suo orien- tamento, privilegiando le necessarie operazioni di risanamento strutturale piuttosto che quelle decorative. Il Tempio venne riconsacrato nell’anno 1592
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e dedicato, come gran parte delle cattedrali calabresi, alla Vergine Assunta in Cielo. Le opere di abbellimento e completamento continuarono con la com- missione del coro dal serrese Domenico Barillari e dell’altare maggiore, an- cor’oggi esistente dedicato a Santa Maria delle Grazie, dallo scultore reggino Lorenzo Vonella. Nel 1759 un grande incendio sviluppatosi notte tempo di- strusse parte del Tempio con le migliori suppellettili. Ai restauri, provvidero i fedeli ed intervenne poi l’obolo della Sede Apostolica.
Non passò neanche un cinquantennio ed un’altra catastrofe si abbatté sulla Cattedrale: il terremoto del 1783. Per la gravità dei danni riportarti, l’edificio venne ricostruito a carico dello Stato, su progetto dell’ingegnere Sintes, allievo del Vanvitelli, che nella progettazione fu vincolato all’obbligo di rispettare le dimensioni originarie. L’alzato, invece, fu costruito ex novo, come risulta dal computo metrico allegato alla convenzione stipulata nel 1786 con i maestri fabbricatori Solano e Russo. L’interno fu modificato e l’aula unica ripartita in tre navate, quella centrale con soffitto a cassetto- ni e le due laterali con soffitto piano, e terminante con una grande abside cui è addossato l’altare maggiore in marmi policromi (1764). Nella cona è il gruppo dell’Assunta, opera dei f.lli Scrivo (1867). La Cattedrale del Sintes era sostanzialmente quella che si può ammirare oggi, attesi i lavori condotti tra Ottocento e Novecento quali la cupola affrescata nel 1891 da Domenico Russo, ed altri di consolidamento e restauro.
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Santa Maria Assunta
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Gente del Borgo
Le strade del paese parlano. Il reticolo di ciottoli rimasti avvolge, e a pas- so a passo conduce nel cuore dei caseggiati abbarbicati alla collina. Dove i vecchi rioni secernano umori alle pulsioni degli uomini, le strade si espri- mono attraverso un linguaggio cifrato, che apparirà chiaro se il passo sarà misurato e la riflessione si farà distrarre dal paesaggio intorno. Sono strade di compagnia che non lasciano che il pensiero si chiuda in sé. Lo aprono alla distensione. Le pietre sconnesse, insicure, di Piazza Santa Caterina adduco- no quel tanto di frivolezza e sollevano dalla pesantezza.
Un vero e proprio museo a cielo aperto: ecco il Borgo e la Giudecca, S. Giuseppe, il Baglio, borghi nicoteresi dove la storia avvolge completamente gli abitanti.
I Normanni, l’impero di Federico II di Svevia, ecc.: influenze di un passato talvolta lontanissimo fanno sì che vivere il Borgo sia come sfogliare un libro non ancora letto, pieno di meravigliosi angoli, oggi come allora.
La sua particolare posizione, lungo la salita del paese, una collina sco- scesa a sentinella dalle antiche strade medioevali, e ancora oggi il panorama regala uno scenario mozzafiato.
Con la gente del luogo si conversa amabilmente, invitano a stupirsi ai cin- guettii dei passeri nascosti nel vasto fogliame dell’albero annoso; inducono a sollevare gli occhi sul filo dei panni in brontolio col vento; suggeriscono considerazioni d’amore davanti agli alti muri a secco, monumenti alla labo- riosità coatta.
Il caratteristico borgo, dalle tortuose stradine, conserva ancora l’aspetto diuna fortificazione medioevale, con resti di testimonianze inconfondibili di quella che era la cinta muraria, in parte affacciata proprio sul mare. Lo sce- nario è già mutato: dalla suggestione regalata dall’incantevole cornice del borgo antico, si passa all’atmosfera più vivace, più colorita ed altrettanto straordinaria. Nicotera è un paese di antica tradizione contadina e marinara. Un piccolo borgo di un colle, diviso in due da una strada, fiancheggiata da altri viottoli, con il Vescovado, quella che era la Giudecca ed il Castello Ruffo,
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gaia anziché no, signoreggiante il mare, signoreggiata dai venti, antica e chiara nella storia dei bassi tempi, famosa per il passaggio degli uccelli, abi- tata da cittadini cortesi, tranquilli e operosi, silente pittoresca.
Gente del Borgo
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Passo frettoloso
Strade scivolose, dalle pietre lise, prone al dissesto del tempo che ne man- gia la compattezza, seminandovi vili erbe tra le crepe. Strade dimesse, che avanzano senza l’orgoglio di condurre in qualche luogo. Pieghe nel corpo del paese per far scorrere più speditamente il sudore. Per permettere ai sentimen- ti di rincasare in fretta.
Ai fianchi hanno muri che appaiono stanchi. Strade stufe ormai dell’ol- traggio di essere state coperte da un manto di catrame, dall’incuria umana. Non tollerano il passo frettoloso e distratto. Richiedono un cammino rifles- sivo, meditativo quasi.
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Percorrendole s’incontra sovente il silenzio. Compagno di un’esistenza non in gara col tempo vorace. E raccontano a te la tua vicenda, mentre ti accaldi a passo sostenuto. Te ne rivelano i pesanti affanni.
Tante sono le realtà da scoprire nel borgo di Nicotera più o meno note, e che incantano chiunque lo visiti. Dal mare alla collina, non solo percorsi naturali- stici ma anche angoli antichi incastonati nella natura, dove la vita c’è e procede lentamente. Tra questi è la Giudecca, un angolo davvero speciale.
Col suo impatto medievale, la cultura e le tradizioni, le antiche radici sto- riche bizantine, il lascito dei monaci francescani e insieme alle bellezze pae- saggistiche e naturalistiche, si può affermare che Nicotera racchiude tanta bellezza e fascino.
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Lavarsi all’epoca era perfino immorale!
Fare il bagno era considerato peccato ed era dannoso per la salute. Nella maggior parte delle abitazioni si accontentavano di una brocca d’acqua. Po- chissime famiglie avevano un bagno nelle loro case, considerato un segno di ricchezza. Dunque, in quel periodo la maggior parte delle persone si lavava in campagna, spesso direttamente nelle stalle o nei pollai.
Per lavarsi, si riempiva il catino d’acqua, che durante i mesi invernali con il braciere acceso dalla mattina alla sera veniva messa a scaldare in un paio- lo, per cui almeno in quei mesi c’era sempre acqua calda disponibile. Solo il sabato si svolgeva la cerimonia del bagno completo, dentro una grande ba- cinella, che veniva piazzata nella stanza più calda (la cucina) o in alternativa nella stalla, e ci si lavava a turno. Dopo ogni bagno l’acqua veniva cambiata. In estate ci si lavava con l’acqua scaldata dal sole. I pochi che in camera da letto avevano un catino e una brocca, al mattino d’inverno trovavano l’ac- qua trasformata in ghiaccio, perché le stanze non erano riscaldate.
Allora abitavamo con i miei genitori in una casa in via Castello; dalla fine- stra della mia camera potevo vedere il retro della finestra della casa di fronte. Lì abitava Giulia, una ragazza mora dai lunghi capelli, magra, insieme al ma- rito, una coppia sulla quarantina; lui era un contadino che usciva di casa di buon mattino e tornava la sera, lei invece faceva qualche lavoretto ogni tanto ma la maggior parte del tempo era a casa. Vedere la mia vicina lavarsi, quan- to piacere mi ha dato. La mia vicina era in bagno, sola in casa, e io dalla casa di fronte con la finestra aperta riuscivo a spiarla, soprattutto nel periodo estivo. Essendo una coppia senza vincoli dovuti ai figli, in casa lei era mol- to disinibita per quell’epoca. Un giorno mentre guardavo fuori dalla finestra della mia cameretta, lei aprì la finestra del suo bagno, completamente nuda.
Io fremevo, per lei era come se fosse tutto normale… Iniziava a spogliarsi per rimanere tutta nuda. Aveva due bellissimi seni, un sedere abbastanza pieno. Restavo in silenzio a fissarla sperando che non finisse più di lavar- si. Passava quella schiuma di sapone “Palmolive” sul suo corpo in maniera molto naturale come se io non ci fossi. Senza divertimento, senza malizia.
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Lavarsi era perfino immorale 160
“U vacili chi rosi”
Mia madre mi faceva lavare il viso ogni mattina nella bacinella o nel sec- chio con acqua tiepida, talvolta con petali di rose, in segno di purificazione e devozione. Già a ottobre, molto prima del mese mariano, dedicato alla venerazione della Madonna.
Tanti sono i segni devozionali cari soprattutto alle nostre nonne che spesso nel tempo sono caduti in disuso e di cui molti giovani non hanno conoscenza, ma che in passato rappresentavano dei veri e propri appunta- menti della tradizione religiosa. Tra questi, «u’ vacili chi rosi». Chi non sa a cosa rimandi questa espressione dialettale, non può non avere in famiglia una persona che sappia spiegargli quanto segue: in occasione dell’Ascensio- ne di Gesù al cielo, che ricorre esattamente quaranta giorni dopo la Pasqua, è tradizione nella sera della vigilia lasciare sull’uscio di casa, o in un luogo aperto, una bacinella con acqua e petali di rose, “u’ vacili” appunto.
Quindi mia madre seguiva quest’usanza, e voleva che, con i petali di rosa, dovessi il mattino seguente lavarmi il viso in segno di purificazione. La tra- dizione dell’acqua con petali di rose è, dunque, legata anche a Maria per la coincidenza delle ricorrenze. In passato, quando l’Ascensione coincideva con il giovedì, il rito si svolgeva in tale giorno e non di domenica, come da molti anni accade.
Una sera l’ho vista indaffarata con Filomena, la vicina di fronte. Stacca- vano i petali dal nostro balcone, ponendoli nell’acqua nel bacile, con alcune rose intere e lasciandoli fuori per tutta la notte.
La mattina successiva quell’acqua era fredda. Mia madre ha insistito ed io ho preso nelle mani l’acqua di fiori e con esitazione l’ho portata al viso. I petali delle rose mi carezzavano innaturalmente le guance ed io ero attento a scoprire cosa racchiudesse il segreto di quell’azione. In verità nulla di particolarmente gradevole vi ho notato. Forse l’emozione mag- giore l’ho avuta nell’avvicinare il viso all’acqua leggermente colorata e va- gamente profumata. Ma poi mia madre mi ha chiarito: «Acqua di fiori per il Signore».
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“U vacili i rose” 162
Gesù ascende al cielo, durante il sereno della notte, spande per l’aria una sottile benedizione che, insieme alle goccioline di umidità, si deposita nel ba- cile, da qui al viso, e insieme al profumo traccia la sua presenza.
Questi erano i tempi negli anni ’50, è un ricordo dell’infanzia. Mia madre non ha più la determinazione per prepararla ed io non ho la semplicità di credervi. Ora sono più propenso con i petali di rose di farci un risotto. Quan- do mi sovviene, di solito, il giorno dell’Ascensione è inoltrato. Le guance non profumano di rose, anche se di mattino le goccioline perlate sulle foglie m’inducono la speranza che forse la benedizione c’è stata. Per tutti. Se non bastasse già solo la fede e lo spirito religioso, per chi è credente, a favorire la pratica di questo segno ispirato a devozione, e senza in alcun modo svilire il senso autentico del rito cristiano, è anche bene rilevare che lavare il viso con le rose è un’esperienza davvero gradevole per la pelle, che rimane natu- ralmente morbida e vellutata come pochi prodotti commerciali riescono a garantire, segno più meramente terreno della purificazione e rinascita spiri- tuale cui la pratica religiosa rimanda.
Riscoprire le antiche usanze comuni, anche e soprattutto quelle legate alla religione, per i fedeli rappresenta un’espressione d’identità popolare. Talvol- ta questa, anche inconsapevolmente, può aiutare persino a superare certi campanilismi, solo pensando a quanto molte tradizioni siano comuni a in- teri territori, come il nostro agro, e non solo a un paese o all’altro. E allo stesso tempo, la trasmissione alle nuove generazioni delle antiche pratiche, popolari o religiose che siano, è un dovere, per rispetto alla nostra storia e alla nostra millenaria cultura.
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Pranzo contadino
Alle otto del mattino si faceva colazione con una cipolla o con un pepe- rone con il sale posto su una foglia di vite e il pane. Talvolta, volendo fare uno spuntino, durante il lavoro si soffermavano a mangiare uva, fichi o fichi d’india a volontà.
Pranzo contadino
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A mezzogiorno ci si fermava per il pranzo, consistente in un minestrone a base di cavoli e legumi cui era aggiunta la pasta (normalmente “mafalda”).
Questo cibo era cucinato negli angusti spazi della “casegija”, casa per gli attrezzi agricoli costruita con fango e paglia, dove, a un angolo, era acceso un fuoco con i “sarmenti” (tralci secchi di vite) e in un pentolone erano cotti i legumi che, per la scarsa forza del fuoco, richiedevano tempi lunghi per l’ebol- lizione e la cottura, perciò si cominciava a cucinare già dal mattino.
Nel periodo di raccolta e molitura delle olive la vita contadina s’intensifi- cava. Le olive si usavano non solo per l’olio, c’erano le “alivi rutti” ed “alivi ‘e giarra”, preparate dalle donne esperte del luogo. Il pranzo si consumava
insieme, contadini e lavoratori, con prodotti tradizionali della terra.
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Il Castello Ruffo
La storia di questo castello è un continuo susseguirsi di distruzioni e rico- struzioni. Originariamente, fu costruito nel 1065 da Roberto il Guiscardo che per motivi militari e strategici pensò di modificare la città. Nel 1074, subì la prima distruzione e la sua ricostruzione (a pochi metri dai resti del preceden- te maniero, di cui rimangono solo alcuni basamenti in pietra e una cisterna, inglobati in un palazzo limitrofo), voluta dal conte Ruggero, che avendo ri- cevuto Nicotera in eredità, la dichiarò città regia e demaniale, trasferendovi la
“domus regia” ed i “praedia regis”; nel 1085 fu nuovamente distrutto e, riedifi- cato nel 1122, per opera del giovane Conte Ruggero.
Sotto Federico II il castello fu ulteriormente ampliato e fortificato secondo i canoni artistici degli Svevi. Sotto gli Angioini, la città divenne centro mi- litare e sede della stessa corte reale facendo, così, un ulteriore ampliamento alla struttura.
L’attuale castello fu infine voluto dal conte Falcone Antonio Ruffo, che ne affidò il progetto ad Ermenegildo Sintes durante la seconda metà del XV secolo e concluso nel 1764. In seguito al sisma del 1783, la corte borbonica inviò Sintes in Calabria per la ricostruzione delle città più importanti che andarono distrutte e fece altri lavori al maniero, rendendolo di dimensioni un po’ ridotte rispetto a quello normanno-svevo-angioino-aragonese; que- sto perché il principe Ruffo, a parte le difficoltà economiche in cui si trovava, aveva voluto che il nuovo castello non avesse soltanto carattere difensivo militare, ma svolgesse anche il ruolo di sede estiva della sua casata. Una volta completato, la nuova dimora regale fu munita di un giardino pensile, spaziosi loggiati e splendide terrazze, assumendo uno stile prettamente li- neare ed imponente, voluto dallo stesso costruttore. L’area in cui insisteva l’autorevole costruzione fu enormemente circoscritta, originando i quartieri
“Baglio” e “Rosario”.
Oggi, il Castello dei Ruffo, di cui gli attuali proprietari sono i signori Mur-
mura, è mutilo di una torre laterale e di parte del prospetto, andati distrutti col sisma del 1783 e con i moti del 1799. La pianta è quadrilatera, con tre
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torri angolari, quadrilatere anch’esse: i due frontali, muniti di balcone con 167
mensole in granito grigio, sono tra loro collegati da sette arcate, a sostegno del lungo e stretto terrazzo del piano nobile.
Nel cortile interno, un piccolo ingresso in granito permette l’accesso ai sotterranei, dopo aver percorso un lungo corridoio con volta a botte; dal- lo stesso corridoio si può accedere al piano terra, con due grandi sale: la prima con volta a vela, l’altra, con volta a crociera, illuminata dalle sette finestre che si aprono nelle arcate della facciata, producendo un gradevole e misterioso effetto chiaroscurale e conferendole fascino e bellezza. Un grande arco funge d’accesso all’atrio, con il pavimento in lastre di granito, dal quale inizia il maestoso scalone che conduce al piano nobile. All’interno, esso è stato più volte completamente modificato, per adeguarlo alle mutevoli esi- genze dei nobili che vi abitavano. Il resto di questo castello è tutto ancora da scoprire, compresi i cinque passaggi segreti che portavano al mare, verso le montagne ed al monastero delle Clarisse, le cui badesse sono state delle principesse Ruffo.
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Piazza Santa Caterina
Mio padre mi raccontava che intorno agli anni ’20 il centro della vita era in Piazza Santa Caterina (un tempo Piazza Garibaldi); qui si svolgeva il passeggio e c’era qualche bottega. La piazza era frequentatissima, tanto che nelle sere estive c’era anche il bar funzionante e poi ci si trasferiva dietro il Castello.
Per molte persone, specialmente donne, la passeggiata, tempo permetten- do, era l’unico svago, oltre alla messa domenicale e alle feste religiose; era l’unico modo per gli uomini di comunicare e dire tante cose alle donne: con gli occhi. Le donne che non andavano a passeggiare, si “godevano il passeggio” dal balcone o dal terrazzo, oppure origliando dietro le finestre.
Classica era la passeggiata del giovanotto sotto la finestra o il balcone del- la donna amata. Passava e ripassava senza mai stancarsi, con la speranza di vedere affacciata la ragazza dei propri sogni. Se il giovanotto piaceva alla ragazza, spesso si riusciva nello scopo. L’amore platonico fatto di sguardi furtivi era tutto ciò che allora si poteva ottenere.
Folcloristica, direi, era la passeggiata dei fidanzati: camminavano l’uno a fianco all’altra, spesso con divieto di mettersi a braccetto, e con dietro un certo numero di parenti intimi; una vera processione. La domenica ed i giorni festivi, dopo la messa, si passeggiava un poco prima di andare a pranzo. In occasione della messa gli uomini si fermavano davanti alla chiesa per vedere sfilare le donne. Le donne del popolo, perché più timide o per non farsi notare o perché non avevano vestiti per la festa, assistevano alla prima messa delle 6,30, ancora al buio.
La messa così presto permetteva di fare assistere i contadini prima di andare al lavoro nei campi. Intorno agli anni ’50, nel centro storico della vecchia Nicotera c’erano due bar famosi: questi locali erano frequentati as- siduamente da viziosi, scansafatiche e da chi stava bene economicamente.
Come avviene oggi, anche allora gli avventori discutevano di sport, di politica e parlavano male del prossimo. I tavolini dei caffè occupavano il marciapiede e parte della strada; erano delle vetrine viventi in cui gli avven-
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tori si mettevano in mostra e nello stesso tempo si “godevano il passeggio” scrutando i passanti e criticando.
Ne è passata di gente su questo selciato logoro! E in quel bar, dove da pic- colo nei pomeriggi d’estate andavo a prendermi un cono gelato da dieci lire, il più delle volte offertomi da mia zia Roma, che abitava a due passi.
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Piazza S. Caterina 171
“A fuitina”
Fino all’inizio degli anni Quaranta, a Nicotera era in uso il cosiddetto feno- meno della “fuitina”, ovvero una fuga, che i giovani ragazzi innamorati deci- devano di intraprendere spesso per consumare le proprie giornate da amanti in santa pace; a volte invece, per sposarsi in fretta e furia, magari perché la famiglia non approvava l’unione, perché vi erano dei contrasti tra congiunti, o perché la ragazza si ritrovava incinta.
Più anticamente, però, questo fenomeno di costume riguardava anche i ceti più abbienti, e, soprattutto, non era una pratica portata avanti di nasco- sto, bensì spesso organizzata di concerto con parenti e genitori.
Questo perché una volta le famiglie erano notevolmente più numerose; le prime a sposarsi erano le figlie, poi i maschi, in ordine d’età.
Quindi che speranza aveva una figlia giovane contro cinque sorelle? O che speranza aveva la classica “vecchia zitella” che finalmente aveva trovato lo sposo ma non c’erano più i soldi per accomodarlo? Infatti, anticamente, il matrimonio era organizzato con un grande dispendio di energie e di denaro.
Una tradizione, che ove possibile ha continuato anche dopo a rimanere viva. Quello che però non è più uso è preparare la dote: spessa biancheria fi- nissima oppure mobili, che gli sposi dovevano portare come offerta il giorno del matrimonio; era una sorta di contributo, che ognuna delle due famiglie coinvolte nel contratto, si doveva preparare a rispettare, pena il non compi- mento del matrimonio.
Non tutti però se lo potevano permettere, specialmente dopo aver sposa- to altri cinque figli. Ed ecco che entrava in campo la “fuitina”, una maniera ben accordata e articolata, di permettere alle proprie figlie femmine una po- sizione, e mettere a tacere i pettegolezzi di paese. I festeggiamenti talvolta duravano più di un giorno; il primo giorno si festeggiava a casa della sposa con amici e parenti, il secondo e il terzo a casa dello sposo, sempre con amici e parenti. I parenti e gli amici per ben tre volte!
La prima per informare della data del giorno del matrimonio, la seconda per ricordarla e la terza per prendere la risposta dei partecipanti al matrimonio.
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“Fuitina” di due innamorati 173
Una volta infatti era parte del costume delle celebrazioni dare bella mostra della ricchezza e dello sfarzo di cui era capace la propria famiglia; la “fuiti- na” avrebbe eliminato ogni dubbio circa l’eventuale povertà dei ragazzi e dei loro genitori, che con la forza del sentimento avrebbero potuto giustificare la loro fuga agli occhi indiscreti dei compaesani.
Ecco quindi la messinscena, che era organizzata con grande dispiega- mento di forze: prima un rapido scambio di messaggi tra i due amanti, che attestava il luogo dell’incontro preposto al viaggio, solitamente breve; poi, il coinvolgimento di parenti prossimi, coloro i quali offrivano alla giovane coppia il luogo in cui rifugiarsi, molto spesso vicino a casa.
Normalmente, alla “fuitina” occorrevano solo poche ore.
Una volta consumato il matrimonio, infatti, i giovani avvisavano casa, confermando i finti sospetti che serpeggiavano in famiglia sulla loro “fuga d’amore”.
Tornati a casa dopo la “predica” del padre della ragazza, a volte “con pa- gnotta già nel forno”, i due giovani erano tenuti a sposarsi. Solo così, infat- ti, il ragazzo avrebbe “protetto il buon onore” della lei, che altrimenti non avrebbe sposato più nessuno, perché già “fuiuta”.
Dopo i dovuti complimenti di rito, anche da parte degli altri abitanti della città o del paese, il matrimonio poteva essere celebrato.
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Muri
Ad ogni copiosa piovuta, cadono muri a secco. Tirati su dall’indomito, infaticabile lavoro degli antenati, essi trattengono i terrazzamenti che ren- dono coltivabili le colline e i pendii. Pietra su pietra. Incastrate l’una nell’altra per resistere all’urto dell’acqua piovana, facendola filtrare fra gli interstizi dei filari.
Opere che traggono eternità dall’intento caparbio dell’uomo di vincere la natura, per assoggettarla ai suoi bisogni. Dalla fragile caducità, se viene meno la costante cura della mano umana. Oggi, che la campagna è quasi tut- ta abbandonata, i vecchi muri si accasciano, esausti, all’imperversare della pioggia, e giacciono. La terra frana, l’erba la ricopre inselvatichendo ciò che l’uomo aveva bonificato.
Muri insicuri come la volontà umana, duri come la sua costanza. Ormai non hanno più speranza di vincere il tempo. Guardano, abbandonati nel campo, lo sgretolarsi del lavoro rustico dell’uomo. Del suo sogno di potenza. Stanno inginocchiati in faccia al cielo, mostrando il ventre delle grosse pietre.
Nei territori nicoteresi, i muretti racchiudono i ricchi vigneti o costruisco- no le “turrette”, che si trovano nei territori di San Francesco e a Santo Pietro. Le campagne di Nicotera hanno una miriade di muri realizzati rigorosamente a secco, ovvero senza malta, secondo una tradizione antichissima. Questi, articolandosi sul terreno come una ragnatela, le rendono di spettacolare bel- lezza, dando comunque, al tempo stesso, un volto inconfondibile al territo- rio nicoterese.
La ragione della fitta maglia di muri a secco va ricercata nella precoce for- mazione di una classe di piccoli proprietari terrieri, che dalla prima metà del Cinquecento frazionarono un immenso feudo e che, manualmente, assieme a numerosi contadini, ne delimitarono le nuove proprietà in piccoli e grandi vignali.
La tecnica di costruzione in pietra a secco affonda le sue radici nella prei- storia: le prime notizie di terrazzamenti in pietra, in area mediorientale, risal- gono a circa 8000 anni fa. Con la colonizzazione greca – fra il X e il V secolo
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a.C. – la tecnica di costruzione di muretti a secco, usati per delimitare e pro- teggere piccoli appezzamenti agricoli, si diffonde nel bacino del Mediterraneo.
È probabile che manufatti costruiti con questa tecnica delimitassero gli agrumeti. Sotto le varie dominazioni risalgono i primi muretti, utilizzati per ridurre le pendenze collinari, difendere il suolo dal dilavamento e rendere più agevole la coltivazione dei terreni.
Oggi, l’architettura in pietra a secco, che versa spesso in condizioni cri- tiche conseguenti all’abbandono delle terre, al pascolo abusivo, agli incendi, al disinteresse delle amministrazioni locali, è oggetto di tutela con iniziative mirate al suo recupero.
Mura 176
Il mercato della domenica
In conformità a una tradizione antica, il mercato nicoterese rappresen- tava un’occasione imperdibile per immergersi in un’atmosfera vivace, ricca di profumi e colori e prodotti genuini a quei tempi. È stato durante gli anni Cinquanta che Nicotera conobbe una partecipazione reale all’incontro e al punto di scambio nel mercato vivace, “u mercatu da duminica”, raggiungen- do notorietà e fama in tutto il circondario.
Il mercato si estendeva all’interno del centro storico, ed evocava il passa- to. Infatti, si svolgeva in Santa Caterina, dietro il Castello, in Piazza Cavour, disseminato un po’ dovunque nella zona del centro storico. Si vendevano alimentari e non solo.
Quello della pittoresca zona dietro il Castello era il mercato preferito dai paesani limitrofi, che arrivavano a piedi o con gli asini.
Piazza Cavour, fino a mezzogiorno, era come un palcoscenico; tono su tono l’invito dei venditori che illustravano la bontà della loro merce.
Vi si trovano tutti i generi alimentari possibili e immaginabili; e perché l’occhio ne godesse, la frutta era sapientemente combinata in vere e proprie piramidi, così come le olive verdi e nere, dolci e saporite, per tutti i gusti. C’erano non lontano le botteghe dei macellai e la pescheria, e un’infinità di bancarelle con verdure, spezie e odori.
Altra parte importante del mercato era quello di Piazza Santa Caterina. Il mercato alimentare vero e proprio era collegato nel dedalo di viuzze che ne formavano il perimetro, dove c’era un ricco e interessante commercio di stoffe e filati.
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Il mercato della domenica
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La mamma con il suo bambino
In quegli anni, i bambini nascevano in casa. Le mamme, infatti, aggiun- gevano al corredo delle figlie grandi panni di lino e di cotone ed asciugamani candidi, destinati proprio alle esigenze del parto casalingo.
A Nicotera c’era la “mammina”, donna generalmente anziana, che si fre- giava del titolo di “levatrice” e poteva vantarsi di aver aiutato a venire al mondo tutti i bambini e le bambine del paese. Belli e brutti, ricchi e poveri. Il lavoro che svolgevano le mammine era spesso un po’ chiacchierato nell’am- biente paesano. Fondavano la loro preparazione solo sull’esperienza e sulla pratica tramandata da generazioni.
Sempre mia madre mi diceva con emozione per esperienze passate con le sue sorelle: «Quando ho visto arrivare quella vecchina malferma sulle gambe, tutta avvolta in un enorme “sciarpuni” nero, mi si è appassita l’anima (cioè, sono stata presa dallo sconforto)».
La donna aveva subito preso in mano la situazione, ordinando alle donne di casa acqua bollita, panni ed asciugamani ed un tavolo per stendervi sopra la partoriente, e poi alcool e cotone per il taglio del cordone ombelicale. Nel frat- tempo, era sopraggiunta anche la mammina “in carica”, avvertita dai familiari.
Generalmente, nei parti, erano coadiuvate dalle parenti e vicine di casa sposa- te della partoriente, mentre le nubili restavano lontane dalla camera da letto, in cucina, a bollire pentoloni d’acqua o ad accudire agli altri bambini della famiglia.
Dopo la nascita la mammina continuava a venire per alcune mattine, per controllare le puerpere che restavano generalmente a letto per parecchi gior- ni (era l’occasione buona per sfoggiare le lenzuola ricamate e la camicia da notte elegante del corredo).
Inoltre facevano i primi bagnetti al piccolo, gli medicavano l’ombelico e rifacevano la “nfasciatura”.
Appena nati infatti i bambini venivano “impacchettati” con panni e lun- ghe fasce facendone un fagottino scomodissimo da tenere e da accudire. Pare che così crescessero con la schiena e le gambe ben dritte. Naturalmente la donna veniva sempre accolta con dolci, caffè ed altre leccornie casalinghe.
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La mamma con il suo bambino
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La figlia del barbiere
Quando ero ancora bambino non avevo tutte le libertà che hanno ora i ragazzi e le ragazze. Eravamo sempre controllati dai genitori e, quando avevamo qualche ragazzina che ci corteggiava, era un’impresa riuscire ad appartarsi.
Nel mese di maggio, ogni sera Maria ed io, sua sorella Lina e la mia ami- chetta del cuore più piccola sempre appresso andavamo in chiesa, per parte- cipare alla recita del Rosario; abitavamo vicini, però, e mio padre calcolava il tempo che impiegavamo a tornare.
Quando sentiva rintoccare le campane, che indicavano l’ora della benedi- zione, lui capiva che il Rosario stava per finire, perciò sapeva che da lì a poco saremo dovuti rientrare; pertanto se avessimo ritardato troppo, ci avrebbe rimproverato duramente. Il Rosario iniziava alle otto di sera: a quell’ora ve- niva Sara, una ragazzina che mi piaceva. A questa ragazzina facevo un po’ la corte, malgrado la mia giovanissima età.
L’unica possibilità per uscire la sera era andare in chiesa. Sara sapeva che mio padre mi controllava e allora escogitava degli espedienti per ritardare il mio ritorno a casa. Durante la celebrazione, quando il prete impartiva la benedizione, mi mandava a suonare le campane in un certo modo: quel suo- no però faceva irritare il cane del parroco, il quale nel preciso momento della benedizione si metteva a guaire. I giovani presenti (compresi me e Maria) scoppiavano a ridere disturbando così la funzione: il prete si arrabbiava in- timandoci di uscire prima che finisse la messa. In quel poco tempo Sara ed io ne approfittavamo per scambiarci qualche parola affettuosa. Altre volte, invece, Sara mi diceva di salire sul campanile, ma facevo finta di non riuscire a sistemare le corde. Quest’ultime avrebbero avuto il compito d’attivare le campane, ma con tale scusa non suonavano.
In quel modo mio padre non poteva sapere quando la messa era finita, così potevamo attardarci per stare un po’ insieme. Quei momenti rubati era- no indimenticabili. A volte non riuscivamo neppure a parlarci, ma i nostri occhi dicevano tutto!
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La mamma con il suo bambino 182
Durante quel periodo, lontani dall’idea romantica di amore, si iniziano a instaurare dei rapporti affettivi importanti, dando sfogo alle emozioni. Era- no questioni di cuore molto importanti. Sperimentavamo lo stare insieme agli altri, i nostri sentimenti, e lo facevamo attraverso il gioco e le manifesta- zioni d’affetto. All’asilo i primi amori erano platonici e ci facevano sorridere. Spesso rendevamo fiere le nostre mamme perché eravamo desiderati da tutti gli altri genitori. Già a otto anni, prima che io andassi con la mia mamma in Argentina, ancora ero all’inizio della scuola primaria, noi bambini iniziava- mo a provare il senso del pudore. Iniziavamo così a manifestare la timidezza e la vergogna, e anche la consapevolezza di un rifiuto. Iniziavano gli scam- bi di sguardi, i sorrisi. Iniziavano i bigliettini che venivano fatti consegnare dall’amica o dall’amico del cuore, perché eravamo timidi e avevamo paura della risposta. All’epoca avevo una fidanzatina, Maria, sette anni. Mi invitò a casa, giocavamo, ci abbracciavamo e ci scambiavamo bacetti, talvolta da- vanti alla sorellina minore Lina. «No, Maria, i bacetti non vanno bene nean- che sulla guancia, sei piccola»
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L’asino a Nicotera
L’asino è stato allevato da noi per molti secoli, diffuso in passato in ogni centro abitato. “U ciucciu”, nobile animale, compagno dell’uomo nei lavori più umili e faticosi, viene riscoperto oggi come simbolo del paesaggio locale.
L’asino, in quegli anni è stato l’equivalente dell’attuale automobile, com- pagno infaticabile anche nel XX secolo, resistendo all’avvento delle autovet- ture fino alla metà degli anni ’50, quando è stato definitivamente sostituito dal motore.
Per mantenere la tradizione che fu di mio padre, parto a piedi da casa, salgo attraverso le campagne, vago in mezzo alla fioritura delle ciliegie, alle ginestre, ai corbezzoli, alle eriche. Sbuco sulla stradina di San Francesco. Cammino in una luce pura e fulgida, il cantore della natura selvaggia e del camminare come pratica di vita. Circondato di macchie d’alberi, piccole case di irriducibili come me che hanno scelto la campagna, la semplicità, la soli- tudine e il silenzio. Imbocco una sterrata che scende ripidamente fra gli orti, attraverso un torrentello reso furente dalle piogge e risalgo ad una casa iso- lata fra querce gigantesche.
È il rifugio dell’anziano della pianura nei vigneti. Un contadino nicotere- se, allegro, loquace, che presto come tanti nicoteresi, raggiungerà fratello e cognati in Argentina. Vive da solo, in mezzo ai campi e agli animali. Siamo diventati amici da quando, la prima volta, passai da lì in cerca di un percorso che mi conducesse ai Due Ponti, piccola frazione, divenuta uno dei miei luoghi dell’anima per i vigneti di famiglia. Sorride, Peppinu detto “U monacu” e mi accoglie dicendomi: «Ti ho incontrato nei pensieri questi giorni». Sta spal- mando con un pennello le zampe e i genitali di “Suli”, il suo asino grigio, di una mistura di olio e zolfo, per tenere lontane le mosche.
Proseguo per sentieri, attraverso altri campi arati di fresco. Sono que- sti luoghi magici, oracolari, sacri agli antichi Greci, il cui pensiero ancora sopravvive nelle culture delle civiltà contadine di Nicotera. “Suli” si ferma spesso a mangiare dei finocchi selvatici e tante altre cose di cui conosce per- fettamente l’utilità per il suo organismo. E non perché qualcuno glielo abbia
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Antonio e il suo asino
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insegnato in una facoltà di medicina, ma perché conserva la memoria gene- tica dei suoi avi. Sbuchiamo sulla stradina asfaltata che da Nicotera scende a San Ferdinando e raggiungiamo, come un uomo col cane, il borgo, dove ci accolgono i pochi abitanti.
È trascorsa un’ora e mezza. Il sole è tramontato dietro le colline circostan- ti. Rientriamo. Ma, quando imbocco il sentiero dell’andata, “Suli” non mi se- gue. Sale, invece, disinvoltamente lungo la stradina asfaltata verso Nicotera. Attendo pazientemente, richiamandolo con dolcezza. Mi guarda, con le sue lunghe orecchie dritte. Ma capisco che non ha alcuna intenzione di seguirmi. Lo rincorro per un po’, mentre trotta davanti a me. Approfitto di una sua sosta mangereccia per superarlo e sbarragli la strada.
Riprovo a parlargli, a spiegargli. Poi trotta, un po’ rabbuiato, nella sua stalla. Prima di andar via, sosto da solo sulla porta della stalla buia. Mentre ancora mi sforzo di mettere a fuoco l’ombra dell’interno, compare il volto di
“Suli”, preceduto dal tepore del suo alito. Rimaniamo vicini, occhi negli oc- chi, per qualche minuto. Sarà la suggestione, ma sento che mi sta parlando: «Buonanotte, umano che ami camminare come noi animali, come quei tuoi amici di cui parli sempre. Ci ho provato a farti capire, oggi, senza bisogno di consultare narratori, che camminare vuol dire sentirsi liberi: per te come per me. Per questo non volevo tornare alla stalla. Anche chi è costretto a vivere
eternamente in prigione dovrà pur sempre raccogliere – fosse anche l’unica – la sua occasione per fuggire, evadere. Ed è questo eterno sogno che dà senso alle nostre vite».
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“Vindignamu”
Nella grande cucina della casa rustica della famiglia Scardamaglia, vi- gnaioli di Santo Pietro, nonno Mico e suo figlio Salvatore discutevano animatamente alla presenza del nipote Nino sull’opportunità di vendere una vecchissima vigna, grande poco più di dieci ettari, ma che da genera- zioni rappresentava la storia degli Scardamaglia, una vigna che dava del Magliocco Tondo riconosciuto fra i migliori, se non il miglior Barolo delle Langhe. Nonno Giuseppe non aveva mai voluto rinnovare i suoi vitigni al punto che questi, anno dopo anno, pur dando sempre degli splendidi grappoli, ne davano altresì sempre di meno. Per cui Salvatore discuteva ogni giorno con il padre sull’opportunità di un completo rinnovamento di tutta la vigna, ma nonno Mico alle giuste rimostranze del figlio cocciu- tamente si opponeva, asserendo che questa vigna, denominata “Vigna del Nonno Mico”, con lui in vita doveva rimanere come suo padre, suo nonno e suo bisnonno l’avevano fatta arrivare sino a lui. Ma ultimamente era giun- ta un’allettante proposta di acquisto di quella terra. Infatti un benestante massaro di Nicotera, volendo intraprendere l’attività di vignaiolo, propo- neva a loro la vendita della “Vigna del Nonno Mico” offrendo in cambio una cifra oltremodo considerevole.
Questa proposta venne fatta direttamente ad Agostino, il quale la ripro- pose a suo padre. Apriti cielo!
Casa Scardamaglia fu come se fosse stata colpita da un fulmine. Per poco nonno Mico non prese per il collo il figlio. Poi l’intervento della nuora Maria e della nonna placarono il vecchio e per qualche tempo la pace tornò in fami- glia. Ma un giorno Salvatore, pensando di trovare nel padre più accondiscen- denza, con giri di parole ricominciò il discorso della vendita della “Vigna del Nonno Mico”. «Vidi, patri la vigna di cui ci propongono l’acquisto è bensì un caro ricordo dei nostri vecchi ma noi dobbiamo guardare al futuro. Questo piccolo podere è, come tu ben sai, posto al limitare della nostra proprietà e poi siamo tanti fratelli. E non toglie nulla alle restanti vigne. Le nostre can- tine hanno bisogno di essere completamente ristrutturate e gran parte dei
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nostri vigneti necessitano di un profondo rinnovamento. Lavori questi che ci costerebbero non poco».
Il nonno sembrava assorto come se non lo ascoltasse, mentre invece sta- va riflettendo e, come in tutti i contadini, pian piano il buon senso stava facendosi in strada nella sua mente. Lasciò che il figlio si esprimesse sull’ar- gomento, poi fu lui con un lungo discorso a rendersi disponibile alla vendita della vigna di famiglia. Iniziò a fare la storia di come, vitigno dopo vitigno, il suo bisnonno compose i filari, di come con amore quei primi grappoli die- dero origine alle prime botti di “magliocco tondo”, anche se inizialmente non ottimo, per poi diventare “magliocco” tanto eccellente da essere fra i migliori del vibonese. Terminata la storia della vigna concluse: «Tutto sommato mi rendo conto che tutte le belle cose nascono e muoiono, e sono certo che que- sta vigna debba terminare con me. E sia, cerca di ricavarne il massimo, poi daremo luogo alla ristrutturazione di cui parlavi».
Il discorrere fra padre e figlio non andò oltre. Il nipote Nino, che era pre- sente, non intervenne ma alle ultime parole del nonno il suo viso mostrò di- sappunto ed amarezza. La domenica successiva all’accordo tra padre e figlio sull’opportunità della vendita della vigna, si apriva la caccia nella provincia di Vibo, e nonno e nipote, ancora buio, si trovarono nella cucina dove mam- ma Maria si era alzata a preparare la colazione. La frugale colazione si svolse in breve tempo, subito dopo il nipote andò al canile a slegare i cani, così che nonno e nipote si avviarono, percorrendo un viottolo, verso il sentiero. Dopo un po’ il nonno si rivolse al nipote: «Caro il mio Salvatore, sarà perché sono vecchio ma la camminata mi ha completamente svuotato di energia, se vuoi puoi continuare da solo, io torno in casetta».
A queste parole Salvatore fece riscontro: «Va bene anche per me, vorrà dire che oggi pomeriggio tornerò a battere i rami alti, per ora torno con te». Così nonno e nipote si avviarono verso casetta. Alle ultime parole del ni- pote il nonno non replicò, ma gli si inumidirono gli occhi e avvicinandosi a Salvatore gli accarezzò il viso. In breve nonno e nipote raggiunsero la loro cascina. Nonno Mico entrato in cucina chiese immediatamente di suo figlio. Il figlio si presentò davanti al padre chiedendogli il motivo della chiamata così perentoria.
«Caro il mio figliolo, niente di particolare, ho deciso di non vendere più la nostra vigna, ed il motivo è semplice, mio nipote, cioè tuo figlio, mi ha insegnato tutto ciò che noi due non abbiamo capito». «Caro figliolo, questo
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vino lo berremo non solo finché il nonno vivrà, ma lo berremo per sempre.» Giuseppe capì, e fu a lui, a questo punto, che gli si inumidirono gli occhi. Men- tre nel frattempo i bicchieri si riempivano di irripetibile “magliocco tondo”.
Mia madre aveva un appezzamento di terreno coltivato a vigneto, a Santo Pietro. Tra fine agosto ed i primi di settembre, le campagne si animavano di gente per la vendemmia. Si stabiliva in anticipo la data di essa cosicché ci si po- teva aiutare uno con l’altro spostandosi da un vigneto all’altro. Le vigne erano tante, c’era molto lavoro da svolgere. Con abilità staccavamo i grappoli d’uva dai tralci delle viti intonando delle canzoni o ci raccontavamo i pettegolezzi. I grappoli venivano messi nelle botti di legno e poi pigiati a piedi nudi. Mi sembra, ancora adesso, di sentire l’odore del succo d’uva quando mio padre mi faceva venire al palmento, dove si pigliava l’uva ed il mosto lasciato a fermentare. La vinaccia rimaneva sotto, mentre il vino fermentava per almeno otto giorni, e avevamo damigiane e botti di legno per conservarlo. Si faceva anche bollire il mosto; prima che cominciasse a fermentare, si portava a ebollizione a fuoco lento, per farlo diventare denso e profumato.
A quell’epoca, per fare il vino, si utilizzava un palmento, situato vicino alla nostra campagna.
Mio padre, con il suo mulo, trasportava l’uva nelle sporte. Successiva- mente, veniva pestato. Mio padre quando io avevo ancora sei anni mi diede l’opportunità di vivere quell’esperienza, ma devo essere sincero, lo facevo più con l’intento di divertirmi, che di lavorare.
Un odore inebriante di mosto mi faceva girare la testa.
Una volta terminato il “pestaggio”, il mosto era portato nella “loggia” di casa, dove era rovesciato nelle botti in cui sarebbe avvenuta la fermentazione. Ciò riempiva la casa di un odore fragrante che faceva sperare una buona annata.
Le botti erano nella cantina.
Mio padre Salvatore e mia madre Francesca talvolta discutevano ani- matamente alla presenza del fratello di mia madre, che si chiamava anche lui Salvatore, dibattendo sull’opportunità di vendere la vecchissima vigna, grande poco più di tre ettari, ma che da generazioni rappresentava la storia degli Scardamaglia, cognome da parte di mia madre, una vigna questa che dava del “Magliocco tondo” dolce da un vitigno a maturazione tardiva, con uve riconosciute fra le migliori della Calabria.
Mio padre diceva a Salvatore: «Terra quanto vedi, vigna quanto bevi e casa quanto stai».
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Ma ultimamente era giunta ai De Pietro un’allettante proposta di acquisto di quel piccolo podere. Infatti, mio zio Salvatore si era fatto avanti con un’of- ferta volendo mantenere l’attività di vignaiolo, e proponeva a mio padre la vendita di quell’appezzamento di terreno offrendo in cambio una cifra oltre- modo considerevole, poiché il loro terreno confinava con il nostro.
«Vedi, Salvatore» disse mia madre, «la vigna di cui mio fratello Salvatore ci propone l’acquisto è bensì un caro ricordo dei nostri vecchi, ma noi dob- biamo guardare al futuro. Questo piccolo podere è, come tu ben sai, posto al limitare della nostra proprietà. E non toglie nulla alle restanti vigne. Le nostre cantine hanno bisogno di essere completamente ristrutturate e gran parte dei nostri vigneti ha bisogno di un profondo rinnovamento.»
Lasciò che mia madre si esprimesse sull’argomento, poi fu lui con un lun- go discorso a rendersi disponibile alla vendita della vecchia vigna.
Decise, come si era detto, di partire per l’Argentina, dove ci aspettava- no altre due sorelle di mia madre, da diversi anni ormai residenti a Buenos Aires.
Mio padre, entrato in cucina, chiese immediatamente di me, anche se ero troppo piccolo perché dicessi la mia. «Caro Pino, niente di particolare, ho deciso di vendere la vecchia vigna di Santo Pietro a tuo zio Salvatore, e il motivo è semplice, partiremo per l’Argentina, prima andrò io e dopo qualche anno verrete tu e tua madre». E raccontò il fatto delle tortore e dei grappoli d’uva finendo: «Se per pochi grappoli d’uva, da vendere a mio cognato, dob- biamo portare quest’argomento a una discussione infinita, perché dobbiamo farci nemico tuo zio, vorrà dire che ne terrà cura come ho fatto io. La vigna che ha rappresentato non poco la storia della nostra famiglia». Quello stes- so giorno, a mezzogiorno, tutta la famiglia Scardamaglia si ritrovò nella casa del Borgo, dove abitava lo zio Salvatore, attorno alla grande tavolata imbandita. Presenti anche altri figli e nipoti che erano stati invitati perché ricorreva la festa della S.S. Assunta.
Mio padre disse a Salvatore: «Non ho ritenuto opportuno stappare le ul- time bottiglie di “magliocco tondo” provenienti dalla vigna di Santo Pietro poiché, ritengo, saranno le ultime».
Mio zio Salvatore fu repentino nel rispondergli: «Non preoccuparti, non saranno le ultime, almeno sin che io vivrò».
A questo punto fu mia madre a continuare: «Caro Pino, questo vino lo ber- remo non solo finché lo zio vivrà, ma lo berremo anche dopo anni, se doves-
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simo ritornare a Nicotera». Mio zio Salvatore capì e gli s’inumidirono gli occhi. Nel frattempo i bicchieri si riempivano d’unico “magliocco tondo”.
“Vindignamu a Santu Petru” 191
I vigneti di S. Pietro
Portavi cofani d’uva. Sulla spalla nuda il succo si appiccicava alla polvere, disegnando un rivoletto sporco lungo il braccio, sul dorso, fino alla gamba. Le donne contente di intrattenersi nell’immancabile frivola chiacchiera. I piccoli correvano su e giù fra i filati, sentendo il richiamo delle madri ma
seguendo l’estro del gioco in gruppo.
L’uva nera, dolce e pulita, cadeva nei cesti e presto li colmava. Allora ve-
nivi tu, sudato e sollecito. Le donne punzecchiavano sornione, e tu, a bella figura, mostravi la tua forza, sollevavi cofani e andavi a scaricarli nel palme- to. L’uva sbatacchiata si schiacciava e già il succo diventava ricettacolo dei moscerini, che volavano impazziti come aerei in guerra.
Miracolo del vino! Nel sudore, con i ragni e gli insetti in fuga, con la terra appiccicata agli acini, la pigiatura mescolava la fatica ai grappoli in cui si condensava il nettare di Bacco, con il divenire magico della fermentazione. Dal mosto opaco e zuccherato sortiva un vino robusto e sincero.
In settembre si sta tra le vigne, c’era uva “magliocco tondo” e molti frutti erano maturi, ad iniziare dalle sorbe e dalle pigne piene, dall’abbondanza di noci, nocciole e dalla caduta delle castagne. Rumore di botti e di “timpagni”, di tanti otri di capra utili per la vendemmia.
Tra le figure dei contadini di quel tempo c’erano i jurnatari, guidati da mio padre, che si disponevano ordinatamente lungo i “filagni” (filari) per racco- gliere l’uva; ricordo bene il loro grido: «Ncuminciamu figghioli» era il segnale dell’inizio della messa nei “cruveddi”, grandi cesti di canna intrecciata, che venivano poi trasportati a spalla fino al carretto che, appena pieno, la por- tava fino al palmento.
Oggi sono venuti a mancare i canti e le stornellate che rallegravano gli ani- mi dei contadini intenti al trasporto dell’uva, e neanche si odono i comandi e le cadenze di mio padre che disciplinava il lavoro. Se potessi assaporare ancora con il buon palato, giuro che, ancora una volta, raccoglierei le mie forze, lavorerei e suderei contento per il lavoro della vendemmia. Per bere quel vino generoso che produceva mio padre.
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Che bei ricordi di vendemmie passate a Santo Pietro. Tendenzialmente non sono un nostalgico, ma mi ha fatto molto piacere ritornare per qualche ora nell’atmosfera vendemmiale delle uve di un tempo. Vini “figli” dello stesso anti- co vitigno autoctono che, non a caso, si chiama “magliocco tondo”.
Ai giovani sembrerà un passato molto remoto, ma in fin dei conti si parla di poco più di cinquant’anni fa, quando bambino vedevo salire gli asini e i carri colmi di uve nel vecchio borgo di Nicotera, dove avevano casa e cantina buona parte dei vignaioli. I carri trainati dai buoi si stavano facendo largo, specie nel secondo dopoguerra, nel loro utilizzo che sarebbe poi diventato, man mano che trascorrevano gli anni, sempre più raro. Questi ultimi sono ormai scomparsi da tempo, ma quasi tutte le case contadine, fino agli anni Cinquanta ne avevano almeno uno che veniva utilizzato per i lavori agricoli e per spostare i carri. Nella stalla, di cui tutte le case erano dotate assieme al fienile, c’erano anche le mucche, per produrre il latte e il formaggio. È stato possibile reperire cavalli da tiro e carri perché c’è ancora qualche appassiona- to che mantiene queste tradizioni e anima le feste.
Le vecchie ceste di vimini, o altri legni come il castagno, sono diventate anch’esse in pochi anni degli autentici pezzi da museo. E vedere dopo tanto tempo molte ceste ormai “d’epoca” schierate su un carro mi ha fatto tornare indietro negli anni felici della gioventù, ricordando in particolare una vendem- mia a Santo Pietro dove, in una vigna in pianura, si raccoglieva l’uva con quel- le ceste e poi si portavano a spalla sulla strada, dove aspettava il carro con il placido bue, dentro il quale si vuotavano direttamente i grappoli.
A “Santu Petru” tenevamo la vigna e, precisamente nell’appezzamento più grande dei due che la formavano, trovavano sistemazione alcune viti di uva da tavola che noi chiamavamo al “magliolo tondo” ed una piccola parte di “zibibbo”. I grappoli erano molto più lunghi di quelli canonici e i chicchi, di forma allungata, raggiungevano grandi dimensioni. Questo tipo di uva maturava un po’ prima di quella destinata alla cantina e pertanto appena possibile ci si recava in quei siti per un assaggio preliminare che poi diven- tava effettivo perché i grappoli trovavano posto sulla tavola. Vi era però un problema: oltre a noi umani anche gli storni sapevano della presenza di siffatta leccornia, pertanto, abili nello sfruttare la loro mente, erano sempre presenti sul territorio e appena possibile piombavano su quei grappoli facen- done scempio. Gli storni, infatti, erano, e lo sono ancora oggi, veramente dei guastatori formidabili.
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“I vigneti di S. Pietro” 194
Bastavano pochi attimi per beccare un numero molto elevato di chicchi che poi, lasciando colare per gravità il sugo, non facevano altro che far mar- cire parte del grappolo assalito. Pertanto, era una lotta fra gli umani e quei volatili voraci. Se ne andavano al sopraggiungere di qualcuno per poi ritor- nare nei momenti di calma assoluta come quello del pranzo.
La gente che vendemmiava nella vigna, a quei tempi, era costituita da mio padre Salvatore, mia madre, qualche “jurnataru”, ed io che ero solo da intralcio.
Canti e stornellate rallegravano gli animi durante quei giorni.
Le botti si preparavano nei mesi estivi togliendo la feccia e sciacquandole con il vino. Quando finalmente erano pulite, si faceva “a suffraga”, cioè si bruciavano i “fiori di zolfo” dentro la botte per sterilizzarla da probabili ger- mi e batteri e impedirne la muffa, e si tappava ermeticamente.
Al palmento dove andava mio padre, non lontano dalle vigne, vi poteva- no essere da due a cinque pestatori, uno per ogni venticinque carichi. Dopo averla ammucchiata e spianata, con pale di legno, al centro del palmento, i pestatori cominciavano a spremere l’uva a piedi nudi con cadenza ritmica e saltelli per circa otto minuti, “cocciu a cocciu si jinchi lu parmentu”.
Avevano, quindi, inizio le fasi di spremitura. “Primu pedi”: l’uva già pesta- ta è raccolta rasente al muro del palmento e mentre con le pale si ammon- ticchiava, altri vi saltavano sopra per ricalcarla. “Secundu pedi”: le cataste compatte venivano di nuovo rovesciate e ripestate con maggiore forza fino a farle ricompattarle. L’operazione si ripeteva per il “terzu pedi”.
Questa maniera di pestare l’uva con forza e fino all’ultima goccia di succo, aveva dato origine alla frase minatoria: “tíhaju a pistari comu racina”.
Il vino fermentato è posto quindi nelle botti, all’epoca rigorosamente di legno di castagno o, per vini particolari, di rovere. In base alla fermentazione o alla sua permanenza nella botte si ottenevano i diversi tipi di vino.
Tempo di vendemmia tempo di allegria, questo è il ricordo di tanti vecchi contadini di una volta. Quando erano altri tempi, quando c’era grande ar- monia tra vicini di casa, amici e parenti, sempre pronti a darsi una mano e a rallegrarsi insieme. Nessuno lavorava da solo il proprio campo o la propria vigna. Ci si aiutava a vicenda in tutte le attività agricole. Il tempo della raccol- ta era sempre una festa, tutto il vicinato si riuniva ed insieme si raccoglieva un giorno da una parte ed un giorno dall’altra, tutte le famiglie del vicinato, che allora erano numerose, e di buon’ora tutti insieme, donne, uomini, ragaz- zi, bambini e nonni, ognuno con la propria cesta ci si avviava verso la vigna.
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La giornata trascorreva serena, si lavorava in allegria tra canti, racconti, bar- zellette e risate. Tra bambini felici che giocavano tra loro. Una sostanziosa colazione a metà mattinata, e via a raccogliere fino alla sera.
Poi mentre gli uomini si trattenevano in cantina per la pigiatura, le donne preparavano la cena, e che cena sostanziosa, fatta di pasta casereccia, polli e conigli allevati all’aperto, salami e formaggi prodotti in casa, pane caldo ap- pena sfornato e vino in quantità. La serata si prolungava fino a tardi tra suo- ni di fisarmonica, canti e balli tradizionali. Una vera e grande festa. Il giorno dopo tutto riprendeva nella vigna del vicino, poi il giorno seguente dall’altro vicino ancora, così fino a che la vendemmia terminava per tutti.
Quanta nostalgia negli occhi di mio nonno quando mi raccontava quei tempi. Ne ricordava tutti i particolari, rivivendoli insieme a me. Una lacrima gli rigava il viso al pensiero che tutto era finito. Oggi tutto è cambiato. Ci sono ancora gli amici pronti a darti una mano, che aspettano la vendemmia per poter passare qualche giorno felice in compagnia tra canti ed allegrezza, ma non è più possibile farlo, perché sono cambiate le leggi.
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L’asino di Carmela
Una mamma faceva il cammino con i suoi tre figlioletti con l’asinello del marito, ma ne serviva un altro, in quando la famiglia era cresciuta: a turno venivano portati dall’asino ed alleviavano la fatica del percorso, mentre il padre procedeva con i suoi piedi. Alla fiera di Monteleone, zia Carmela com- prava un po’ di tutto: castagne, qualche coccio, corde, la scala per cogliere le olive, l’immancabile paio di scarpe, maiali e qualche asino a buon mercato.
Mamma con i bambini sull’asino 197
Avendo venduto una delle terre, zia Carmela pensò che, non più giovanissi- ma, almeno poteva farsi aiutare da un asino, anche per goderne la campagna. Un anziano ne vendeva uno di pochi anni ma veramente a buon mercato: solo cinquemila lire. Zia Carmela non se lo fece scappare. Lo battezzò Olivo, e già al sentirlo chiamare si indovinava l’affetto che provava per l’animale. E fu così che mentre Carmela tornava in paese in groppa ai suoi tre bambini, Saverio restava in campagna per passare qualche giorno a mietere il grano.
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Nenia
Nenia, melodia d’amore, cantata a fil di voce, con cadenze antiche. Quasi fastidiosa nella stantia retorica. Eppure, cattivante. Reiterazione stentata di un motivo dal tempo eterno.
Canta la mamma e muove a ritmo il bimbo fra le braccia in groppa all’asino. Invoca salute al figlio. E la Santa, con la dolce fermezza che emana il canto, fa chiudere le palpebre.
Nenie stanche di paese, dialettali, nenie fatali. Scivolano le strofe come il filo della conocchia e la fantasia avvinghia i giri opachi e resinosi della rima. Carmela, nella penombra, col viso chino e attento, me la cantava di ninne nanne.
La Vergine Immacolata mi avvolgeva di tristezza e, lacrimando, mi gettavo nel mondo sconosciuto dei sogni.
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La giornata nell’orto
Cumpari Turi, così chiamavano mio padre, viveva di ciò che produceva la terra, rispettandola. Si alzava alle quattro del mattino, quando la gente an- cora dormiva, per raccogliere il letame vicino alle nostre strade, solo letame che lasciavano. Aveva le mani ruvide, nodose, vestite di un verde argento, accarezzava le piante e il cielo senza tempo. Una zona prevalentemente agri- cola, quella di San Francesco, e proprio lì, da tre generazioni, su quel terreno mio padre aveva creato il suo tesoro senza neanche saperlo, cinque ettari di terra lì a “San Francesco”, dietro la chiesa omonima.
«Un giorno» mi raccontava, «avevo avuto una specie di lampo, un’illu- minazione. Avevo pensato di recuperare quei terreni da orti, e convertirli in frutti in via estinzione». Ma poi, preso dello sconforto, poiché i gusti della gente si stavano evolvendo, ha continuato con l’orto, con quello che già c’era: una siepe di more, piante di broccoli, ceci, fagioli, melanzane, zucchine. E ancora, piante di gelsi, albicocche, mele, arance, limoni, fichi d’india, olive, uva fragola, seguendo sempre la stagione.
La primavera e l’estate sono le più varie e colorate, per via di melanzane, insalata, pomodori, cetrioli, meloni ed altri frutti e legumi. Il raccolto, di solito, si faceva il sabato. Qualche familiare o vicina aveva libero accesso al suo orto. Per tutto questo, coniugando tradizione e antiche pratiche agricole, veniva aiu- tato di tanto in tanto da compare “Ntoni”, esperto nella potatura e nella difesa delle piante. Non si utilizzavano i pesticidi, ma insetti predatori.
Mia madre Francesca, invece, con tanta volontà si occupava del cibo, quindi cercava nell’orto ciò che c’era di stagione, per cucinarlo: «Faccio il pane per la settimana per noi e per qualche contadino che verrà ad assi- stere Salvatore, porto a macinare al mulino il grano. Poi impasto la farina con “u lavatu”, il lievito madre, e cucino in un forno alimentato con frasche di ulivo».
In questi mesi tra la primavera e l’estate, la produzione dell’orto entrava nel vivo e avevamo a disposizione la maggior parte delle verdure che arri- vano a maturazione. Grande varietà quindi nell’orto e in tavola. Potevamo
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raccogliere aglio, cipolle, carote, rapanelli, bietole, rucola, radicchio, lattuga, spinaci, piselli, asparagi, patate, prezzemolo, carciofi.
Iniziavamo a trovare le prime melanzane, pomodori, fagiolini, zucchine e cetrioli. Si aggiungono con l’arrivo dell’estate peperoni, fagioli e zucche. Avremmo avuto poi a disposizione quasi tutte le erbe aromatiche, dall’erba cipollina alla salvia, alla menta.
Agosto è un altro mese molto ricco per l’orto, come luglio, in cui l’orticoltore coglie i frutti del duro lavoro primaverile. Troviamo le angurie, le barbabietole, il sedano, zucche e zucchine, broccoli, cetrioli, peperoni e peperoncini piccanti, pomodori, melanzane, alchechengi, fagioli, patate e cipolle.
Il mese di settembre fa da ponte tra l’estate e l’autunno, quindi troviamo ancora le varietà estive, in particolare peperoncini, pomodori e zucchine. Si tratta anche del mese ideale per le erbe aromatiche: vanno raccolte soprattut- to quelle come il basilico che poi chiudono il ciclo colturale.
Ottobre nel calendario del raccolto vede l’inizio degli ortaggi autunnali: sono pronti da cogliere i cardi e i finocchi, continuano zucchine, zucche e ce- trioli. Troviamo nell’orto gli ultimi peperoni e melanzane e non mancano an- che i vari cavoli e cavolfiori, alcune insalate, lattughe, rape, carote, spinaci, e rapanelli. Novembre e dicembre sono i mesi più poveri di varietà, esistono comunque diversi ortaggi invernali che possiamo raccogliere in questi mesi freddi. Troviamo nell’orto carote, rapanelli, lattuga, spinaci, rape, cicorie e le varie specie di cavoli, tutte verdure resistenti che non temono l’inverno. Inoltre possiamo aiutarci, proteggendo le colture con teli o tunnel freddi.
Nell’orto non sono coltivati esclusivamente ortaggi, ma anche legumi e frutta. Spesso l’orto è affiancato alla vigna o al frutteto. Nel Medioevo i frut- teti a se stanti erano pochi, cioè non erano intesi come colture autonome. Il motivo di tale carenze nelle terre contadine si deve trovare nel fatto che la coltivazione degli alberi da frutto esige molto spazio, competenza e, trattan- dosi di colture delicate, una certa propensione al rischio, tre elementi che nei poderi contadini facevano difetto: le dimensioni degli orti, più che sufficienti per le coltivazioni degli ortaggi, non erano tali da permettere le coltivazioni arboree. Inoltre, considerata l’importanza alimentare di un prodotto come la frutta e le difficoltà tecniche di coltivazione e di conservazione del prodotto stesso, i coloni constatavano che i rischi superavano i vantaggi e che perciò non valeva la pena dedicarsi alla frutticoltura, che trovava maggiore diffu- sione nelle terre signorili o di qualche monastero dove abbondava lo spazio
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e non incombeva l’assillo di produrre ad ogni costo. Perciò, la frutta era un cibo per chi poteva permetterselo; la sua mancanza veniva compensata dal ricorso a frutti spontanei, come le castagne ad esempio. Ancora oggi, nelle campagne del nicoterese si ricordano i “tiejii” di ceci o fagioli che, messe nelle tasche in buon numero, servivano da pasto ai contadini a mezzogiorno. Tra la popolazione contadina solo in tempi recenti si è diffuso l’uso di preparare e consumare i fichi secchi. Il motivo è presto detto: di comperarla non si poteva proprio parlarne; confezionarla richiedeva pur sempre un gran lavoro, ed il discorso era sempre lo stesso. Allora come conservare la frutta per l’inverno? Essiccandola. Vediamo in particolare quale frutta e come veniva preparata: I fichi erano lasciati interi. Prima si lasciavano alcuni giorni esposti al sole; con aggiunta di noci o delle mandorle tritate, quando si erano un po’ prosciugati venivano terminati di essiccare in un forno a legna riscaldato ma non troppo. Quindi si riponevano in un sacchetto di canapa o lino dopo aver provveduto a metter dentro un po’ di farina, talvolta fatti a crocette aprendoli a metà, inserendo chiodi di garofano e cannella, da qui il nome di “crocette”.
Tra la frutta secca vera e propria, si faceva largo uso, quando possibile, di noci e mandorle.
La preparazione delle olive essiccate al sole, terminava con l’aggiunta del sale per meglio conservarle. Venivano spaccate, private dei semi, strizzate per quanto possibile, ma senza sciuparle troppo. Poi venivano aggiunti sale e pepe. I pomodori venivano anch’essi stesi a prosciugare al sole, quindi messi in forno a calore lento. La conserva di pomodoro era un ingrediente molto utilizzato, soprattutto d’inverno. Serviva infatti per dare un po’ di sapore a delle vivande semplici e sempre gustose. Il metodo usato era molto naturale, senza bisogno di conservanti artificiali. I pomodori venivano pas- sati con strumenti rustici, poi si lasciavano scolare dentro una “sacchetta”. Quando non colavano più, si stendevano sopra un tavolo di legno lascian- doli essiccare al sole (quando c’era, anche nel forno a legna). Una volta essic- cata, la conserva si arrotolava come un salame, involtandola con una carta gialla (quella che una volta usavano i bottegai). Poteva essere riposta dentro un recipiente, oppure attaccata ad un chiodo; quando ce n’era bisogno se ne tagliava un pezzetto, si faceva sciogliere in un po’ d’acqua tiepida ed era pronta per l’uso.
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Tempo di conserve
Uno dei momenti di aggregazione del passato, di cui ancora oggi mi ricor- do con piacere, è senza dubbio la preparazione della salsa fatta in casa, un vero e proprio rito dell’estate nicoterese e non solo.
Sono tanti i ricordi legati a questo magico momento. «Ogni anno si fa- cevano le bottiglie di pomodori affettati e la salsa» racconta mia madre.
«Mettevamo i pomodori a bagnomaria in grosse bacinelle, le bottiglie erano lavate e messe a testa in giù. Era una vera e propria festa, il profumo del pomodoro e del basilico inondava tutto davanti alla casetta».
Io amavo assaggiare la salsa cruda con il mestolo, è uno dei ricordi più belli di quando ero piccolo. La preparazione della salsa fatta in casa da un lato de- termina la fine della bella stagione e dall’altro è uno dei momenti d’aggregazione familiare e sociale che, purtroppo, sempre di più, stanno scomparendo.
In un passato neanche molto lontano, ogni famiglia conservava gelosa- mente tutto l’occorrente per fare la salsa depositandolo in un luogo in cam- pagna in cui sarebbe stato utilizzato.
Ci trovavamo in campagna a San Francesco, nella nostra terra, ogni inizio d’estate. Tutta la famiglia riunita per fare la salsa, un vero e proprio caos. Mia madre, mio padre, zie, cugini, tutti partecipavano a questo vero e proprio rito. Noi piccoli tagliavamo i pomodori a listarelle e i grandi li infila- vano nelle bottiglie di vetro con poco sale grosso e basilico. Poi le bottiglie che dovevano essere tappate venivano messe in grandi calderoni e bolliti a bagnomaria.
Nel corredo per fare la salsa era prevista una grande bacinella di alluminio, sotto la quale si accendeva un fuoco con la legna, vari barattoli e bottiglie puntualmente riciclate di anno in anno, una grande schiumaiola, il passatut- to e la macchinetta per imbottigliare che finiva puntualmente tra le mani dei più piccini.
Sul tavolo si versavano intere casse di pomodori per separare quelli ormai andati da quelli integri. Quest’operazione era appannaggio di tutti, ma man mano le donne si separavano per lavare i pomodori e cuocerli nel pentolone.
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Mia madre era addetta a rimestare continuamente per non far attaccare al fondo i pomodori e per controllare la cottura. Quando le bucce dei pomodori si rompevano e si staccavano dalla polpa, si scolava l’acqua con lo scolapasta.
A questo punto si sceglievano i pomodori più adatti per fare i pelati. Dopo aver tolto le bucce, si mettevano nei barattoli di vetro con basilico, sale e, dopo averli chiusi ben bene, si faceva bollire a bagnomaria per mezz’ora la- sciandoli raffreddare.
Mia madre coltivava essa stessa i pomodori nell’orto. Intanto eravamo già arrivati verso la fine di luglio e i pomodori erano di colorazione rossa e pertanto si potevano raccogliere per essere poi trasformati in bottiglie di pomodoro. Il resto dei pomodori sarebbe servito poi per fare la salsa. Il mo- mento più bello per me era la spremitura con la macchinetta passatutto. I pomodori spremuti si raccoglievano in una grande pentola.
Alla salsa così ottenuta si aggiungeva un po’ di sale e qualche foglia di basilico e si versava con un mestolo e un imbuto nelle bottiglie.
Le bottiglie tappate erano sistemate nel grosso bidone sui treppiedi ed erano avvolte di stracci e sacchi per evitare che si rompessero durante la fase di ebollizione. Portata l’acqua a ebollizione, si attendeva circa mezz’ora e poi si spegneva, attendendo che l’acqua si raffreddasse. Un altro modo per impiegare i pomodori freschi era la conserva, una specie di concentrato di pomodoro che serviva per rendere più densa la salsa.
Il procedimento era semplice ma molto laborioso: dopo aver ottenuto la salsa e averla condita con il sale, si stendeva sulla spianatoia per fare la pa- sta in casa, “a tavula”, e si lasciava al sole. Per fare in modo che non si faces- se la crosta, si rimestava continuamente. Una volta addensata, la conserva era pronta per essere stipata in barattoli coperti da un filo d’olio d’oliva che ne garantiva l’impermeabilità.
Un’antica usanza, un rito, un momento di grande partecipazione famiglia- re quello di fare la salsa che si sta perdendo nel tempo e si aggrappa ai ricordi delle tante persone che l’hanno vissuto. S’iniziava prestissimo, alle cinque di mattina e si finiva a mezzanotte. Guai se non tagliavo bene i pomodori! Mi piaceva tantissimo fare la salsa. In quei giorni, in famiglia, si creava una vera e propria catena di montaggio. Che cosa darei per rivivere quei bellissimi momenti.
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Tempo di conserve 206
Amori in campagna
Sessant’anni fa i comportamenti amorosi di uomini e donne nicote- resi erano un tabù, raramente trapelavano i segreti delle camere da letto. All’epoca era quantomeno ardito. Le storie intime di uomini e donne ni- coteresi forse trapelavano alla mamma o al medico, quando era proprio necessario, con alcune domande pruriginose. Raramente si trovavano ragazzi disposti a confessare i più intimi segreti, dai tradimenti ai difetti
«di natura». Ben lontani, comunque, da una Nicotera bacchettona degli anni ’50 si poteva passare ad un mondo apparentemente senza più tabù, in cui chiunque poteva sbriciare dalla serratura i segreti altrui, anche se re- stava difficile rispondere a domande sulla propria sessualità a viso aperto e senza veli.
Quasi tutti gli uomini dalle nostre parti erano assolutamente inesperti su come “trattare” le donne: essi le avvicinavano in modo errato, giacché pensa- vano che per le donne valessero gli stessi stimoli psicologici o d’altra natura che servivano agli uomini. Per esempio la donna preferiva il buio, mentre l’uomo la luce.
All’epoca per le donne era molto difficile, ma non impossibile, tradire il proprio marito, mentre tra i maschi sposati era molto più facile avere espe- rienze extraconiugali, soprattutto con gente che lavorava in campagna. Al- cune rivelazioni sconvolgenti dicono che soprattutto nella società contadina molti maschi avevano interagito sessualmente con persone di entrambi i sessi nel corso della vita adulta, e qualcuno ha avuto almeno un’esperienza omosessuale. Mentre tra le donne già da giovanissime una piccola percen- tuale era pressoché esclusivamente omosessuale.
Nella Nicotera degli anni Cinquanta, Fortunato mi racconta di una storia amore di un’estate felice tra una ragazza di nome Caterina, con una famiglia molto all’antica, e un fotografo emigrato a Roma, di nome Giovanni, che scrive per “Il Tempo”. Troviamo Giovanni, un ragazzo innamorato di Cateri- na che cercherà in tutti i modi di conquistarla. Non dimentichiamo la menta- lità degli anni ’50 in tutte le sue sfaccettature, infatti sono presenti momenti
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in cui si percepisce chiaramente l’omertà delle persone e il bigottismo. Un’oc- casione anche per rivivere la natura e la semplicità delle cose dell’epoca.
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Pesca nella memoria Fortunato e va a raccontare, con amara nostalgia, gli anni Cinquanta di una Nicotera dove l’amore deve fare i conti con la nuova consapevolezza della donna. Una sorta di omaggio personale alla mia terra, cercando di frantumare gli stereotipi attraverso i quali è stata troppo spessa celata dagli uomini del paese con una punta di mistero. Caterina, un’eroina sui generis che nella Nicotera degli anni ’50 ha il coraggio di affermare la pro- pria indipendenza e la determinazione di donna disposta a mettere da parte i sentimenti per guardare al futuro.
A Fortunato interessava molto raccontarmi questo spaccato di vita. Ri- trovo in buona parte il mio stesso modo di vedere le cose. Nella società di allora non si viveva molto il presente e non si azzardava mai a pensare che quel presente era costruito sul niente.
Quelli nati come Fortunato, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, sono stati fortunati: appena sfiorati dalla guerra, giovani negli anni della rico- struzione, padri di famiglia in un’Italia con il futuro a portata di mano.
Mi racconta quasi come un romanzo vero e spregiudicato, romantico e dolente e, soprattutto, coraggioso. Ed il suo racconto conduce attraverso la vita quotidiana nicoterese, un diario di un sogno che insegna ad andare oltre gli ostacoli e le delusioni. E che affronta con un approccio diretto, che lascia quasi senza fiato, il tema dell’amore clandestino. In anni in cui non c’era alternativa rispetto alle relazioni a due, tra un uomo ed una donna, magari sposati, nascondendosi in attesa di risposte che sono arrivate solo più tardi.
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Inerpicandosi tornando dal mare.
L’immagine che immediatamente colpisce percorrendo la statale, è il lungo e frastagliato tratto di costa compreso tra Pizzo, a nord, e Nicotera, a sud: una sorta di grande cuneo roccioso – preceduto e seguito dai golfi di Sant’Eu- femia e di Gioia – che s’insinua nel Tirreno con il promontorio del Poro e che culmina in altezza con il Monte Poro ed in profondità con il Capo Vaticano. Oltre l’orlo esterno dell’altopiano, vi è una costa scoscesa che, a tratti, si tra- sforma in vere e proprie scogliere. In genere le pendici collinari che digradano dall’interno verso i litorali appaiono popolate di piccoli borghi rurali con- tornati di coltivazionii, orti, piccoli terrazzi artificiali. In altre zone, come a Pizzo, a Capo Zambrone o a Capo Vaticano, predomina l’aspetto rupestre, con brevi punte che rompono la linearità della costa. Mentre a Coccorino, frazione del comune di Joppolo, vi è una vera e propria scogliera, imponente ed impervia, che si scaglia da più di trecento metri d’altezza, giù per burroni e pendici dirupate verso una stretta battigia fatta di minuscole spiagge, di scogli bizzarri e di calette ritagliate nella roccia viva. La vegetazione tipica e spontanea presente sulle spiagge con il passar degli anni è stata sacrificata per cedere il posto a strade, tratti di ferrovia, ma anche a urbanizzazioni e a colture. L’ambiente costiero risulta oggi fortemente alterato. Sulle coste roc- ciose si sviluppa la tipica vegetazione spontanea come il finocchio di mare.
Lasciando l’abitato ai piedi della Chiesa dell’Immacolata, ci s’inerpica verso il Borgo, per sentieri disegnati dall’acqua piovana e dall’incedere dell’uomo. Ai fianchi compaiono i rovi, dal frutto gentile che allietava le nostre giornate, con quelle belle perle more grosse e nere. Su per la salita, l’andatura rallenta e la passeggiata si vivacizza. Stimoli nuovi ammaliano la vista. Uno scorcio ameno mostra i filari delle case basse. Uno sguardo all’indietro e il Borgo, con i suoi contorni rurali, diventa un vero presepe vivente. Ecco la campa- gna lavorata pronta per la semina, gli aranceti e gli uliveti che sovrastano gli orti. Il lento abbaiare dei cani che piano si spegne. Il canto delle cicale che ci accompagna su per la salita. L’incontro con i contadini che si affacciano curiosi, salutano e chiedono: “Da dove venite? Dove andate?”
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Qui su è tutto brullo e raro il verde. Il sentiero è ripido, ma aereo. La Marina è in basso, il mare è lontano, e le barche solo accenni di colore.
Inerpicandosi sulla scogliera
Dalle macchie si leva un passerotto e tanti altri gli s’involano dietro. Vanno a posarsi sulle fronde argentate dell’ulivo. C’èil verde intenso dell’erica e della
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maestosa quercia sempreverde. Si ode il gorgheggiare del pettirosso e subito un usignolo ne rifà la melodia. Ancora non si è deciso a migrare, e questo è il suo concerto, prima di volare in altri lidi al di là del mare.
Un contadino, che vuole comprendere chi siamo, grida verso di noi sco- nosciuti. Il paesaggio è incantevole, ma il respiro si fa affannoso, la fatica si fa sentire, c’è bisogno di una sosta, giusto un momento di “respiro”, al cospetto di questa meraviglia.
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Fiume “Tuccina”
L’unica grande acqua di cui avevo conoscenza era il fiume Tuccina, che passava lontano da dove abitavo. Era il corso d’acqua dove le donne si re- cavano per lavare i panni. Quando vidi per la prima volta quella sconfinata distesa azzurra, rimasi sbalordito, senza parole. Guardando quell’immensa massa d’acqua, mi mancava il fiato e provavo anche un po’ di paura, e solo dopo un bel po’ mi riprendevo dallo stupore; in quel momento tutti mi prese- ro in giro. “Acqua di Tuccina, fresca come il desiderio. La contadina v’affonda il secchio, poi con le mani, la spruzza sul viso, sul petto, per stemperare l’acredine del sole estivo. Frizza sulla pelle accaldata, ne placa l’arsura”.
La bea, tant’è che lascia le mani in ammollo finché non hanno goduto fino in fondo di quel piacevole fresco. Le donne di tanti anni fa vi si recavano a piedi, portando con sé i panni sporchi nelle ceste sopra la testa, per poterli lavare con il sapone fatto in casa.
Uno scenario dal sapore medievale bellissimo. Lì, le donne potevano dia- logare liberamente, raccontarsi e impicciarsi dei fatti degli altri. Era consue- tudine andarci a piedi oppure a dorso di un asino e portare con sé un piccolo fagottino di cose da mangiare.
Durante l’estate, c’era sempre un secchio colmo di quest’acqua che era riser- vato a mantenere al fresco le bottiglie del vino, una specie di ghiaccia dell’epoca. Accanto, in un fazzoletto avvinto, c’era il cocomero, anch’esso protetto e cu- stodito dalla frescura naturale, per essere prontamente consumato.
Per fare il bucato era necessario servirsi di una cesta di vimini dalla forma arrotondata, simile a un vaso, che era posta sopra due mattoni, nei pressi di uno scolo d’acqua. La biancheria era sistemata all’interno di tale recipiente e compressa con le mani in modo da seguire l’andamento dei cerchi concen- trici. L’ultimo indumento doveva essere collocato in modo che la parte finale allargata coprisse interamente la superficie della cesta. A questo punto era versata la “liscivia”, un miscuglio di cenere ricavata dal fuoco dei bracieri o dalla cucina a carbone, veniva poi setacciata e messa a bollire per circa dieci minuti con abbondante acqua. Caldissima, veniva versata sui panni, l’ultimo
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dei quali serviva da filtro. Per tutta la notte gli indumenti rimanevano nella cesta e s’impregnavano di liscivia che scivolava via lasciando, al mattino, piccoli residui in granuli, che le donne gettavano via con delicatezza, prima del risciacquo, e tutto magicamente diventava bianchissimo.
I bambini vivevano quell’esperienza come una magia. Per fare il sapone si usavano i residui dell’olio di scarto (fritto, residuo nel fondo degli orci o troppo “invecchiato”). Il procedimento era il seguente: l’olio veniva diluito per la metà del suo peso con l’acqua, quindi versato in un recipiente di rame;
Donne al fiume “Tuccina” 214
il recipiente era poi messo sul fuoco, appoggiato al “tripodu” (tripode) di ferro. Prima che cominciasse a scaldarsi troppo, era aggiunta la soda nella proporzione di un chilo per ogni cinque di olio e acqua.
Le donne lo mescolavano in continuazione con un lungo mestolo di legno, costruito apposta, ma tante volte andava bene anche un vecchio manico di scopa. Giravano e rigiravano fino a che tutto si amalgamava, fino a quan- do tutto “filava”. Allora era il momento di togliere il prodotto dal fuoco. Il composto ottenuto era fatto freddare per un giorno: il sapone era pronto, bastava tagliarlo in pezzi grossolani che erano messi in fila sopra un’asse, in cantina. Il sapone aveva bisogno di stare in un luogo fresco e arieggiato.
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Il lume a olio
Il paese è circondato dai bagliori dei fulmini. Squarciano il nero piovoso della notte. Risponde il mare, scaraventato sulla scogliera dal vento che muli- na frenetico in Marina, e lungo la spiaggia che si estende per chilometri.
Essa prende contorno dai fasci di luce che i fari solitari inviano a ritmo. Le lampade delle case sfidano il vento, attestando la presenza degli uomini in angoscia. La donna rimbocca le coperte ai figli già in braccio al sonno, ri- guarda le imposte, tintinnanti per la pioggia a raffica. Poi va presso il comò in mostra. Guarda il marito che dalla finestra tenta di scorgere, nel putiferio della bufera, un segnale che indichi il mare. Si scambiano uno sguardo d’inte- sa e di speranza. Quel lume ha il potere di allontanare i temporali e di mitigare la veemenza.
Penso sia una vecchia credenza. Nota presso chi doveva trovare un aiuto contro l’imperversare degli uragani, che impedivano il lavoro e mettevano a repentaglio la vita. La fiammella trema e l’odore d’olio bruciato si spande. I tuoni si addensano, sono quasi addosso, con guizzi di fuoco. I bambini si sono svegliati e chiamano i genitori. La donna occorre e li rincuora, addi- tando il lume. «Fra poco» dice «passerà.» La pioggia smette di tamburellare sui vetri e il sibilo del vento ora vince l’intronare dei tuoni. Il temporale si allontana, grave. Il lumicino s’innalza fiero.
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Il lume a olio 217
Settembre
È venuto settembre. Discreto come il passo delle donne che agli albori del mattino salgono le strade del Borgo e della Giudecca, vanno alla Cattedrale o alla chiesa del Rosario.
Settembre 218
Alcune anziane con il perenne vestito nero si recano alla novena nei primi giorni del mese. La funzione inizia alle cinque e trenta, quando le prime luci rischiarano il cielo.
Le donne silenziose parlottando sommesse, a passo lento per non accal- darsi ascendono. Poco dopo un canto di chiesa, soffuso, accompagna il sole che s’inerpica per la volta del cielo, fiammeggiante.
E ancora estate e il sole forgia il caldo da fabbro perito. Ma è stanco. Non ha fatto altro da due mesi. Ora è più parco. Avvampa di meno l’aria che perde l’opacità acquea e diviene finemente trasparente. Fresca e vivace, set- tembrina.
È un invito a placare l’ansia del desiderio che in estate secerne dinamicità, per poi passare la mano alla quiete rilassante dell’autunno.
La natura stempera i furori e con lei muta il passaggio umano. I nicoteresi si ritrovano per le strade, sulla spiaggia della Marina, e sù, in paese.
Giorno dopo giorno si ritorna alla consuetudine. Anche nell’illuminazione serale l’allontanamento dell’estate è visibilmente evidente. Si spengono gra- datamente le luci del lungomare e i pochi bar del paese. Si spengono di colpo tante luci delle case basse, prima sempre accese. Il ritmo della vita rallenta, si sta davanti ai tre bar principali a discorrere del più e del meno, a conoscere le ultime notizie del giorno prima. Settembre ridona il paese ai nicoteresi.
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Inganno
“All’orizzonte da Nicotera la sagoma delle Isole Eolie prorompe netta e massiccia. È rassicurante quella vista. È segno di bel tempo per noi, il paese si butta nelle occupazioni quotidiane.
L’inverno verrà meno rigido. Così sembra bisbigliare il pennacchio delle canne che fremono al vento. Il freddo quest’anno si dimenticherà di gelare le attività umane.
Si vuole credere che sia così. Per rimanere sbigottiti al colore rovinoso del vento sul far della sera. Per imprecare contro il mare che impone al paese un’insicura solitudine.
È dolce l’inganno di dicembre. E il pescatore rammenda vicino alle poche barche sulla spiaggia della marina, al sole tiepido, il contadino è occupato nella raccolta delle olive, la donna spande al sorriso del vento i panni lavati.
Il sole da gradasso si alza tardi. Non ha ritegno di riscaldare nelle ore pie- ne per poi miseramente recedere, intanto guardo qualche giovane che pas- sa, mentre va in campagna. Il mare raffrena le intemperanze della stagione, ribollendo soltanto vicino alla costa. L’aria è mossa da un leggero vento e qualche rondine vi danza come un ballerino elegante. In casa non rimani. Il sole terso attrae.
Attrae anche quell’uomo che vedo ogni mattina affacciata dal mio balcone. Penso che anche lui, qualche volta davanti al Castello, avrà allungato gli oc- chi per sbirciare sul mio generoso décolleté, mi viene in mente, quanti sogni erotici si sarà fatto. Sicuramente sarà un uomo da amare, e nei miei sogni, vorrei tanto mi amasse alla follia. È solo un sogno, lo so, sarebbe questa la felicità, da non farsela scappare. L’ho visto, senz’altro è l’uomo che fa sorri- dere, perché lui saprà che quando fa sorridere è ormai fatta.
Vorrei quell’uomo che passa ogni mattina, che facesse avvinghiare le sue gambe alle mie, prima che se ne vada in campagna.
In paese i giovani dicono che ho bellissimi occhi, che sono simpatica e bellissimi capelli neri, sì, ma guardando molto più in basso, i miei fianchi! Desidererei che quell’uomo dei miei sogni, mi portasse sull’asino sino in
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Marina, a farmi sentire la sensazione della sabbia tra le mani e sul corpo. E alla sera trovarmci a letto che muore dalla voglia di parlarmi e di dirmi frasi d’amore”.
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Giovanna e le sue pecore
“Durante l’inverno la capra mangiava il fieno, ma a primavera la portavo al pascolo. Era divertente, anche se mi faceva disperare. I luoghi che pre- feriva erano i più impervi; senza timore si arrampicava in posti pericolosi per me per cercare gli arbusti, ed io dovevo vigilare affinché non scappasse, perché se ciò fosse accaduto, avremmo perso la nostra preziosa fonte di sostentamento.
La pecora Ninetta era molto sciocca: approfittava di ogni mia distrazio- ne per allontanarsi e andare nelle vigne vicine e banchettare con i tralci più giovani e teneri. Guai se la vedevano i contadini! Quando accadeva, questi ultimi cominciavano a urlare contro di lei, ma soprattutto contro di me, per- ché avrei dovuto tenerla d’occhio.
In quei giorni, per seguire le pecore, io mio vergognavo, quando i miei fratelli erano nella vigna, mi vestivo con una camicia e pantaloni di uno di loro. Davo meno nell’occhio.
Piena di paura la rincorrevo e lei, dispettosa, non voleva lasciarsi prendere e fuggiva veloce sulla strada verso casa, dove poi inevitabilmente dovevo sorbirmi anche i rimproveri della mamma. Nonostante queste disavventure ero molto affezionata a Ninetta, perché era la mia unica compagna di giochi. Avevo imparato anche a mungerla, anche se i primi tentativi erano stati ca- tastrofici: un movimento brusco della capra, ed ecco che una zampa finiva nel secchio e così dovevo buttare via il latte munto o addirittura capitava che il secchio si rovesciasse. Per fortuna non ci mancarono mai latte, burro e anche qualche “formaggetta”, che mangiavamo con gratitudine. Una prima- vera nacquero tre begli agnellini, bestiole vivacissime che per qualche tempo furono il mio divertimento preferito. All’improvviso però scomparvero, e mi fu detto che erano stati venduti a qualcuno…, ci rimasi molto male”.
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Lo speziale
A quei tempi, non c’erano le medicine di oggi: quando una persona stava poco bene, non si chiamava il medico. Cosa si usava come medicinale, quando c’era qualcuno da curare? Quando uno non si sentiva in forma, si preparava- no i decotti con le erbe selvatiche. Mia mamma ne preparava uno molto utile come rimedio per il raffreddore. La nonna, quando aveva un dolore, pestava i semi della senape e li metteva sulla parte dolente. Un altro metodo poi era quello di mettere una moneta nella stoffa legata: si accendeva la stoffa imbe- vuta d’olio, si ricopriva con un bicchiere e si metteva sul dolore. Poi c’era chi toglieva il malocchio: Nicotera è sempre stato considerato il paese delle “stre- ghe”, perché c’erano delle donne che facevano i riti contro il malocchio. C’era gente che veniva anche da fuori. Si dicevano delle parole, poi si metteva una goccia d’olio nell’acqua. Se fosse sparito non ci sarebbe stato il malocchio, se si formavano delle figure allora c’era. Una volta mio cugino volle provare e nell’acqua comparve una figura che sembrava una cassa da morto. Per tre giorni dovette tornare da quella donna, altrimenti sarebbe stato molto male. Seppe poi che gli avevano “dato il malocchio” mentre beveva un bicchiere di vino, ma non seppe mai chi fosse stato.
Mi ricordo che da bambino avevo le mani di una strana pigmentazione e mia madre, povera donna, credeva fosse una malattia rara. Mi portava con il postale a mare nel periodo estivo e le macchie si accentuavano. La sera pren- deva del cotone imbevuto d’olio d’oliva, me lo passava per i mal d’orecchio, poi mi abbracciava stretto, e il dolore mi passava.
I nostri genitori, per stare in forma ci raccomandavano, all’inizio della primavera, una “cura con i semi di zucca”. Ci dicevano che i problemi quali vari mal di pancia, stitichezze, diarree, dolori intestinali erano causati dai parassiti, quindi per una settimana ci sottoponevano a una “piccola tortura” per ritrovare la forma migliore.
Dopo aver fatto essiccare i semi, si tritavano molto fini o con un morta- io o con il macinacaffè. Si riempivano circa tre bicchieri d’acqua di questa polvere.
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Lo speziale
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Si portava a ebollizione un litro di latte di giornata e, spento il fuoco, si mescolava bene aggiungendo la polvere dei semi. Poi si riaccendeva il fornel- lo al minimo, mescolando in continuazione per sette minuti circa. Una volta raffreddato, si versava in un barattolo di vetro e si metteva in frigorifero. Il mattino iniziava la cura: un’ora prima della colazione si assumevano due cucchiai da minestra e due cucchiai tre ore dopo la cena per una settimana, senza eccezioni. La sera dopo la cura, per eliminare le uova dei parassiti, si faceva un clistere!
Anche quest’ultimo era preparato in maniera artigianale, ossia mesco- lando un bicchiere di latte con uno spicchio di aglio ben pestato, il tutto si filtrava con una garza e si procedeva con la piccola tortura, tornando così in splendida forma!
Altri rimedi per quando avevamo raffreddore, tosse e mal di gola: si taglia- va una mezza cipolla e si mettevano le due parti sul comodino, vicino alla testa, in modo da aspirarne i vapori durante il sonno. Se mettiamo quattro o cinque chiodi di garofano in una tazza di acqua bollente, otteniamo il tè di chiodi di garofano; lo possiamo bere o inalarne i vapori. Quando abbiamo il naso chiuso, possiamo mescolare un cucchiaio di bicarbonato di sodio, un cucchiaio di sale inglese in due tazze di acqua molto fredda (mescolare molto bene per sciogliere gli ingredienti), poi bagniamo in questa soluzione un fazzoletto che appoggeremo sul naso. Importante è mantenere la solu- zione ben fredda in modo da raffreddare il naso, così diminuirà il gonfiore e l’infiammazione.
Un ottimo collutorio per gargarismi si ottiene facendo bollire mezzo litro di acqua alla quale aggiungeremo 30 grammi di salvia e un mezzo cucchiaino di pepe di cajenna in polvere, lasciamo in infusione per dodici ore, filtriamo il tutto e lo usiamo secondo le necessità (tosse, raffreddore e mal di gola). Sempre per fare i gargarismi, molto efficace è il succo di limone (basta il succo di mezzo limone).
Se abbiamo mal di gola, possiamo bere ogni sera, prima di andare a letto, un bicchiere di acqua calda con il succo di mezzo limone e un cucchiaino di miele (favorisce anche il sonno).
Nascevano molti bambini, ma non tutti sopravvivevano, in parte per le cattive condizioni ambientali, per la scarsa e inadeguata alimentazione, ma soprattutto per quella che era considerata la più temuta delle malattie in- fettive, la “polmonite”, che fino agli anni Quaranta aveva seminato lutti in
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tantissime famiglie. Il tasso di mortalità cominciò a diminuire quando sco- prirono la “penicillina”. Prima di questa grande scoperta, si tentava di curare la malattia mettendo sul corpo della persona che era ammalata le “sanguisu- ghe”, vermi che succhiavano il sangue dell’ammalato allo scopo di purificarlo. Quando diventavano gonfie, si staccavano spontaneamente dall’arteria, al- lora si spremevano nella cenere, poi s’immergevano nell’acqua per una deci- na di giorni al fine di depurarle per essere quindi riutilizzate. Quest’operazio- ne si faceva per diversi giorni consecutivi. Si racconta che alcune persone, se prese in tempo, potevano guarire. Le sanguisughe si trovavano nei fiumi o negli stagni ed erano molto richieste. Qualcuno le cercava per poi rivenderle e guadagnare così qualche soldo.
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Mare
Mare, arruffato negli spruzzi bianchi, ti accavalli con caparbietà per su- perare la tua stessa cresta. Il vento soffia costante. Dalle strettoie del colle prende vigore e si getta irruente. Solleva le tue piume di sale e ti sospinge, verso il sole, che guarda incurante e pure attento a palpitare con le onde va- liose d’argento.
Mare, mare mio, tu che hai il respiro del gabbiano, tu che con il tuo soffio ansimi e diffondi nostalgia per questa terra che profuma d’eterna storia, di grandi uomini e grandi gesta, tu che ne cogli, rapido, il sapore e poi fuggi e lo disperdi nell’impeto dell’onda. Mare che non riposi mai.
Né ti raffrena la scogliera che si esalta all’impeto dell’acqua nella bionda lunga spiaggia nicoterese, con la sabbia granulosa che blandisce ancora le tue carezze. Soltanto con lo sguardo avido del bimbo, tu sveli quella tua anima inquieta.
Nicotera fa parte della Costa degli Dèi, dove il mare Tirreno offre scorci e colori spettacolari.
In alcune giornate, se si è fortunati, si può vedere il sole scendere nel cra- tere di Stromboli. Là dove i nicoteresi dovrebbero passeggiare godendosi la brezza marina.
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Mare
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Il barbiere
Con le ginocchia leggermente piegate, le braccia tese, mentre il fornellino a spirito scaldava l’acqua, il barbiere pettinava la vita e, senza saperlo, teneva a battesimo la questione meridionale che è “fondata fra l’altro” anche sull’e- terna lotta quotidiana fra “pensieri e capelli”, sino alla fine di quello spruzzo di brillantina per la lucidarli. Il barbiere leniva anche i dispiaceri della vita, a lui bastava un rasoio, una passata sulle guance perché tutto riprendesse or- dine e splendore al di là della fatica. Poi con l’ampolla del profumo spruzzava di rinnovate speranze anche la vita quotidiana; dominava i capelli biforcuti e ribelli, poi metteva in ordine anche i pensieri. Uno lì si sentiva forte, più lontano dal farmacista, dal medico, dall’avvocato, in quell’oasi spensierata che era il “salone” di una volta.
E a volte il barbiere, quando non aveva lavoro, si sedeva a chiacchierare con i clienti che vivacchiavano nel salone, la radio accesa, a volte uno stru- mento vero, una chitarra, un mandolino o una fisarmonica. Nei pomeriggi assolati e in quelli piovosi c’era la vita del salone, con i nicoteresi appollaiati sulle sedie poggiate alle pareti del locale, sempre a discutere fino a quando qualcuno riprendeva la chitarra. Il salone di “Mastru Turi”, mio vicino ed ami- co di famiglia, che nella sua piccola bottega era solito gorgheggiare canzoni con vocalizzi da “amatore”. Qualcuno batteva il tempo sul flacone del “Pro- raso” tutto in mezzo al chiasso, alle risate, agli scappellotti che i ragazzi prendevano da “Mastru Turi”. L’ultimo dei ragazzini puliva ciocche e cicche, ed era come spazzare via le ribellioni più strampalate, perché niente aveva rigore dinanzi ad una lama affilata. Spettava al primo dei ragazzini l’onere di preparare l’insaponata della barba. In un angolo c’era d’obbligo “La Do- menica del Corriere” e il sabato “u mastro” officiava il rito della “schedina” sognando di diventare milionario.
Ed era un mondo maschile, greve e caparbio. Quando ci si alzava da quella sedia girevole, il cliente si toccava con la mano la testa. A Natale poi era con- suetudine ricevere il calendarietto profumato, che nascondeva una piccola
“malizia” avendo fra le pagine una galleria di bellezze femminili procaci e am- 230
miccanti. “Mastru Turi” si diceva che disegnasse i baffi “a camminata di furmi- cula”, perché,” si diceva, “i fimmini vogliono sentire la polpa, ma ci piace pure il solletico!”. Al barbiere spettava anche il compito di radere i defunti prima della sepoltura. «Bonaiornata» scandiva chi entrava. «Ragazzo, spazzola!» era il saluto d’uscita, quando al “caruso” toccava con lo scappellotto anche la mancia.
Un luogo in cui, quasi solo per caso o per rispetto per l’ospitalità ricevuta, qualche volta ci si faceva radere la barba o accorciare i capelli.
Anche perché i clienti – contadini come mio padre – subito dopo l’alba, prima di recarsi al duro lavoro di campagna, facevano un salto da quella che era insieme casa e bottega dove farsi “tosare” il collo, in cambio di uova, olio, polli, beni in natura, garantendo il servizio “barba e capelli” anche a me.
Salone del barbiere 231
Raccolta delle olive
Mani ruvide, nodose, vestite di un verde argento, accarezzano le piante e il cielo senza tempo. Quando un uomo esce a dare il meglio di sé stesso, la fortuna gli sorride e i grilli cantano di allegria.
Come in quelle estati piene di sapori nascosti, ricordo con grande nostal- gia le olive fresche appena raccolte da mia madre.
Quante memorie dell’anima fatte magia, così hanno amato la mia terra e la felice infanzia. Quando con voce di padrone e molto affetto, mio padre mi osservava crescere all’ombra degli uliveti. Sono immagini di strani ricordi.
L’olio prodotto a Nicotera è un olio leggero e facilmente digeribile, gustoso e profumato ottenuto da una lavorazione delle olive al giusto livello di ma- turazione, effettuata con l’effettivo utilizzo di mezzi fisici (frangitura, spre- mitura, separazione). Le olive raccolte e lavate con acqua vengono macinate con le molazze di pietra, seguendo le tecniche tradizionali, che contribuisco- no a conservare la straordinaria genuinità del prodotto. La pasta delle olive viene avviata alla spremitura che avviene con l’ausilio di presse meccaniche. L’emulsione di acqua e olio, che si forma dalla spremitura, viene passata al separatore centrifugo, che separa appunto l’olio dall’acqua. Ancora oggi il metodo utilizzato per ottenere l’olio di oliva è quello dettato dalla tradizione, ed è tale da non impedire che tutti gli aromi del sole mediterraneo rimangano nel prodotto finito. Si conserva in luogo fresco, lontano da ogni fonte di calore, e al riparo dalla luce.
L’olio di oliva è infatti uno dei principali costituenti della dieta mediterra- nea, che negli ultimi anni è sempre più apprezzato dai nutrizionisti di tutto il mondo. Infatti, avendo un elevato contenuto di acidi grassi, è il condimento ideale per un’alimentazione sana, genuina e naturale, da usare preferibilmen- te a crudo o anche nelle cotture a fuoco moderato.
La raccolta può essere effettuata soprattutto su piante basse, meglio se collocate in pianura e con potatura apposita; l’accumulo avviene in un ce- sto sospeso. Con pettini i frutti vengono staccati dai rami; esistono bastoni con estremità particolari che non sempre provocano danni alle foglie ed alle
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fronde. Oppure si percuotono le fronde mediante bastoni più o meno lunghi per provocare la caduta delle olive; per mantenere la qualità ad un livello accettabile occorre frangere le olive al più presto.
La raccolta manuale delle olive avviene quando sono cadute in modo sponta- neo, finendo nelle reti che restano tese per tutto il periodo della raccolta; le olive, lasciate cadere naturalmente su piazzole spianate e pulite, previa separazione da foglie, rametti, terra e sassi, vengono disposte in contenitori opportuni.
Raccolta delle olive
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In viaggio con l’asino
Il viaggio da Nicotera fino a Roma, per vedere papa Pio XII, verso il sa- grato di Piazza S. Pietro, compiendo il tragitto, nel ’53 a dorso del suo ’asi- no mansueto e forte, Michele Scardamaglia lo aveva promesso a sé stesso, per mettere ordine nella sua testa e trovare finalmente una buona via da se- guire. Attraverso sentieri e terre sconosciute, a volte impervie, completò il percorso che lo portò semplicemente non solo da un posto all’altro ma da un periodo della sua vita a un altro. Era tanto che maturava in sé la voglia di viaggiare per scoprire altri luoghi fuori della Calabria e soprattutto per andare a vedere il Papa. La soddisfazione dell’usare solo le proprie forze per raggiungere luoghi, per spostarsi battendo sentieri che gli antichi prima di lui solcarono, vivendo ogni passo fino alla meta, fu una delle motivazioni che lo spinsero a decidere di vivere la vita come uomo di fede e di cultura.
Già l’anno prima si era informato, scoprendo che tante persone già da qualche tempo vivevano in questo modo e agivano nel loro piccolo per cam- biare le cose. L’idea di attraversare una parte dell’Italia rurale e nascosta l’a- veva sempre affascinato.
L’asino lo riportò a un modo di viaggiare ormai quasi dimenticato; andare a piedi, con l’asino che l’ha aiutato a trasportare l’attrezzatura, gli ha fatto vivere le difficoltà e la fatica del muoversi, come punto di partenza per una riflessione sull’odierna semplicità di ogni azione.
In un periodo in cui si tendeva, lui compreso, a dare per scontato molte cose, ha messo in discussione il suo modo di pensare il viaggio, per poi capi- re meglio le persone e le cose che ha visto. Per fare ciò l’asino si è dimostrato il compagno perfetto. Ci ha lavorato all’itinerario, purtroppo l’asino l’ha vin- colato moltissimo e quindi prima di tutto si è informato sulle sue esigenze che hanno plasmato il percorso. L’itinerario è nato dall’unione di più fattori, specialmente le offerte di ospitalità di parenti sparsi qua e là e degli amici. In- fine, molte tappe sono state fatte per necessità, viste le esigenze di mangiare e riposare sue e dell’asino”.
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In viaggio con l’asino
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La macchinina di latta
Il nostro vicino della casa in campagna andò in Argentina e dopo qualche anno ritornò da Buenos Aires deluso di quella vita molto diversa dalla no- stra. Lì abitava con alcuni suoi parenti. Mio padre, quando lo vide arrivare, non lo riconobbe. Quando era partito aveva l’aspetto di un ragazzino, ma a quell’età si cambia in fretta; la lontananza da casa e la vita in America meridionale l’avevano trasformato in un uomo alto e robusto. Mio padre, quando si accorse che era Carmelo, lo tempestò di domande perché anche lui era in procinto di partire per il Sudamerica. Tanti giovani erano partiti e non avevano fatto più ritorno in Italia.
Da Buenos Aires Carmelo mi aveva portato in regalo una macchina di latta, un modello americano. Era splendida, molto diversa da quelle piccoline che si vedevano da noi. Aveva la carrozzeria tutta rossa e la capotta trasfor- mabile. Aveva anche l’omino alla guida.
Lo zio Francesco era il primo dei tre fratelli di mio padre. Era partito per l’Argentina nel 1940, giovanissimo: aveva appena diciotto anni. Mio nonno non voleva che partisse, ma a lui piacevano le avventure e voleva partire a tutti i costi. Mio nonno gli negò i soldi per il biglietto del viaggio sulla nave e lui, pieno di rabbia, fece volare il suo portafoglio sul tetto della casa e se ne andò. Da quella volta non lo vide più. Seppe, poi, che il biglietto gliel’aveva mandato l’altro fratello da Buenos Aires, imbarcandosi sul piroscafo “Paolo Toscanelli”. Non si fece più vivo con noi, non scrisse mai ai genitori né ai fratelli.
Altri emigrati ci dissero che a Buenos Aires si era dato da fare, aveva lavo- rato duramente adattandosi a fare qualsiasi lavoro, soprattutto vendendo frutta e verdura. Appena arrivato aveva trovato lavoro nel mercato “Spi- netto”, in seguito era andato a lavorare da un fiorista che vendeva fiori per i matrimoni, finché era riuscito ad aprire un’attività in proprio per la rivendita di fiori. In pochi anni diventò ricco. I miei genitori si tenevano in contatto con altri paesani, che risiedevano nella stessa città, per avere informazioni di Francesco, amareggiati che lui non si facesse mai vivo.
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La macchinina di latta
Ogni volta che arrivavano quelle buste di carta leggerissima era un evento; le lettere per la posta aerea erano incorniciate da righine rosse e blu che man- tenevano intatto il fascino della corrispondenza, soprattutto quando stipula-
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ta fra persone che restano e altre che vanno in luoghi tanto lontani; noi tutti ci raccoglievamo attorno al tavolo per leggere le notizie che riportavano.
Mio padre era l’unico che sapeva leggere abbastanza bene, aveva frequen- tato qualche anno di scuole elementari, invece mia madre era arrivata ap- pena alla seconda, faticava a decifrare le parole, pertanto leggeva lui a voce alta. Ascoltando quelle semplici parole, con la mia fantasia m’inventavo del- le storie fantastiche, ambientate in quelle terre sconosciute e lontane. I miei genitori morirono, ma non rividero mai lo zio Francesco.
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Ascoltavamo la radio
Negli anni ’50 a Nicotera, solo qualche famiglia aveva la radio. Più tardi questo oggetto sarebbe diventato comune nelle case dei nicoteresi.
In quegli anni avevo una cotta per Maria, la ragazzina vicina di casa, figlia del barbiere Salvatore Montefusco. Tutte le scuse erano buone,alla sera per andare ad ascoltare la radio, nella loro casa sottostante alla nostra.
Ascoltavamo la radio 239
I primi anni ’50 sono quelli della Radio Audizioni Italiane. Erano gli anni dell’orchestra di Nunzio Filogamo, Nilla Pizzi, Gino Latina. Su quei palco- scenici, rilanciati dalla radio, gli italiani imparavano a conoscere le voci di Miranda Martino, Claudio Villa, Domenico Modugno e si costruiva la storia della musica italiana. Con la radio si poteva godere di una rappresentazione teatrale rimanendo in casa propria, senza andare nei teatri o nei cinema.
Il secondo dopoguerra vide l’avvento della televisione, che avrebbe sop- piantato l’epoca d’oro della radio. Grazie al ruolo significativo delle radio di quei tempi, molte radio d’epoca sono state conservate.
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L’emigrazione
Dal 1950 al 1970 in poi gli emigranti furono per la massima parte meri- dionali. In questo periodo inizia la vera espansione del Nord Italia. Altro che chiacchiere! L’industria, quella vera, al Nord è nata dal ’52 in poi. Negli anni che vanno dal 1952 al 1974, circa 4,2 milioni di persone si dirigono dal Sud per quasi due terzi verso il Centro-Nord del Paese.
All’estero, i paesi interessati destinatari dell’emigrazione erano Argentina, Stati Uniti, e Canada, dagli anni Cinquanta l’Australia, la Francia, il Belgio, la Germania e la Svizzera. L’esodo raggiunge la massima intensità nei primi anni ’60, quando il Paese attraversa una fase di intenso sviluppo, il boom economico che prende il nome di “miracolo italiano” e che vide circa 240 mila persone l’anno lasciare i campi, il paese, la terra, in cerca di futuro e di fortuna, quando i meridionali emigrati al Nord in cerca di un lavoro raggiun- gono quota 700 mila.
In Calabria, in particolare, erano emigrati 800 mila lavoratori verso il Sud America, verso le industrie dell’Italia settentrionale e verso i Paesi europei. Gli emigranti di solito erano quasi tutti giovani, le migliori forze di lavoro. Le con- seguenze di questa emigrazione di massa per l’economia locale si potevano facilmente immaginare: spopolamento delle campagne e la degradazione dell’a- gricoltura. Altre conseguenze, che in un certo senso si potrebbero dire com- pensatrici del danno causato dalla perdita delle forze di lavoro, erano quelle del diradamento della manodopera che costrinse i proprietari a modificare i metodi di coltura, ricorrendo ai mezzi meccanici e scegliendo le colture red- ditizie. Gli operai che sono rimasti, hanno visto aumentare il loro potere di contrattazione di fronte ai datori di lavoro per ottenere migliori condizioni e più alti salari. Scompigliato dall’emigrazione, il tessuto d’una società arcaica e arretrata aveva ceduto senza bisogno di divieti legislativi uno dei principali pi- lastri della vecchia proprietà fondiaria, cioè la colonia nelle sue forme improprie e la mezzadria, che in molti casi comportavano un legame di dipendenza dei contadini dalle case padronali con obblighi di vere e proprie prestazioni servili. Da ciò era derivato un forzato cambiamento nella condotta dei proprietari.
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L’emigrazione
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Le frasche
Ahimè, non ci sono più le frasche a Nicotera, non si trovano più le mescite con le botti di vino, un paio di sedie di paglia e la frasca di vite sulla porta che segnalava la vendita di vino. Che tempi!
Era bello, mentre mi avvicinavo nel Borgo, a casa di mio Zio Salvatore, sentire le sere d’inverno quel profumo inebriante che veniva dalla loro canti- na dove si vendeva il vino. A Nicotera ce n’erano una decina se non più, che coltivavano la vite, alcuni decenni fa.
Per l’occasione, mio zio soleva allestire la cantina anche con qualche pez- za di formaggio, un po’ di salame ed il pane, da offrire a qualche avventore o amico che si tratteneva per quattro chiacchiere ed un bicchiere di vino. Di solito le rustiche “frasche” di Nicotera restavano aperte da Pasqua a dicembre e comunque sino a che il vino non era terminato. Quelli che in paese avevano il vino migliore preferivano non fare “cantina” e vendevano il proprio vino ai compaesani, come faceva mio zio Salvatore.
Con l’insegna si arrangiava assecondando un’antica usanza, esponendo sulla porta di entrata a mo’ di richiamo alcuni rami messi, alla buona, di vite, di ciliegio, gelso o edera. Ma prima di appendere la frasca ed aprire la cantina agli avventori, i contadini ricevevano il permesso comunale e facevano da- ziare le botti di vino previo versamento di una tassa.
La cantina si arrangiava con un piccolo tavolo ed alcune sedie, oppure con qualche panca di legno. disposta di lato alle botte di vino. Nient’altro c’era se non attrezzi del mestiere come falci, rastrelli, zappe. Immancabili per chi desiderava uno spuntino, c’erano anche le acciughe, i sottaceti, le salsicce, i salami, i formaggi casalinghi. Il tutto, innaffiato dal corposo vino di uva
“magliocco tondo” che ha acini tondi e giunge a maturazione intorno alla metà di settembre nella vigna di Santo Pietro che allora si prestava a lunghi invecchiamenti, visto che si gustava nel luogo d’origine.
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Le frasche
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Vita contadina
Coltivare un vigneto significava compiere una serie di operazioni, tutte impegnative e pesanti, che vanno dalla zappatura del terreno, alla solfora- zione, alla potatura e legatura delle viti, alla pulitura dei tralci delle viti stesse
“spitignare”, alla raccolta dei grappoli d’uva “vindignari”. C’è un proverbio che dice: “Vigna e ortu, c’è vo uominu mortu”.
In appositi locali a pianoterra, avviene la pigiatura ad opera di qualche giovane il quale, scalzo, si muove in continuazione con un ritmo come se ballasse, pestando senza posa tutti i grappoli d’uva che vanno mano a mano a finire sotto i suoi piedi.
Per le olive prima viene la fase della potatura. Nella seconda fase bisogna “arrampare” il terreno intorno alle piante, sminuzzare la crosta, impedire l’e- vaporazione dell’acqua e soprattutto distruggere le erbe infestanti per facili- tare le raccoglitrici nell’avvistare e prendere le drupe. Man mano che le olive, per caduta spontanea o per abbacchiamento (“garramare”) o per scuotimen- to meccanico o a mano della pianta o parte di essa, si depositano per terra,
donne e ragazzi si apprestano ad eseguire l’opera di raccolta. I quantitativi
di olive raccolte si calcolano in misure agrarie locali che vengono chiamate “chilata menzu quartu menzarola tumminu”. Si tenga presente che un tomo- lo, pari a kg 40, è costituito da sedici “chilate” o da due “menzarole”. Per un quintale di olive, dunque, occorrono due tomoli e mezzo. Quando le olive raccolte sono in quantitativo sufficiente almeno quattro tomoli costituenti
la cosiddetta macina, si provvede a trasportarle nel frantoio. Nei “trappiti” vi è tutta un’attrezzatura particolare che viene messa in funzione per la ma- cinatura e la spremitura, fino a farle diventare olio. Detta attrezzatura viene azionata per via di forza muscolare umana o animale.
Naturalmente quelle descritte non erano le sole coltivazioni praticate, non meno importanti erano quelle degli agrumi che riempivano i campi delle zone più basse del territorio nicoterese.
La patata era invece coltivata in varie zone di Nicotera, e commercializ- zata anche nei paesi vicini. La castagna occupava le zone più alte, da San
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Francesco in su. La castagna serviva anch’essa per l’alimentazione umana ed animale. I fichi ricoprivano le terre dal mare, zona in cui predominava la qualità “Signorella”.
La destinazione era sia umana che animale. Era un frutto che ricopriva un ruolo importante nell’alimentazione, fungeva da dolce, veniva regalato al posto delle odierne caramelle, ma anche ingerito per sopperire al fabbisogno
Vita contadina 246
energetico che la dieta povera dell’epoca comportava. I fichi d’india, coltivati come siepe di confine servivano come alimentazione. Per la conservazione venivano raccolte con parte della foglia e appesi alle finestre fino all’inverno inoltrato.
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“Carbunaru”
Figura mitica quella del carbonaio che restava in campagna per mesi in- teri, portandosi dietro solo il mulo carico. I carbonai tagliavano gli alberi e con le roncole facevano la pulizia dei rametti. Ogni carbonaro lavorava la sua macchia, la tagliava in pezzi di un metro e la accatastava. Successiva- mente veniva trasportata con i muli nello spiazzo, un punto in cui venivano scavate le buche nelle quali sistemare la legna e appiccare il fuoco. La cotta della legna, scavata nel terreno, aveva forma conica. Una volta appiccato il fuoco, veniva coperta con del terriccio e ogni tanto vi si praticavano dei buchi per far uscire il fumo ed evitare che la legna incenerisse completamen- te. Anche di notte, a turno, i carbonari sorvegliavano la cava per evitare ogni pericolo. I carbonari dormivano nel capanno di legno costruito nello spiazzo.
Si consumavano tonnellate di carbone per il riscaldamento domestico. I carbonai erano uomini votati al duro lavoro fra i boschi, a tagliare e a trasformare la legna fresca in carbone. Il mestiere del carbonaio era un’arte; la vita tra i monti delle popolazioni rurali era aspra, dura e diffi- cile ed anche oggi, per i pochissimi carbonai che ancora continuano l’at- tività nei territori montani, non è cambiato molto. La tecnica è sempre la stessa e inizia con la preparazione della piazzola dove predisporre la carbonaia. Questo è un lavoro laborioso perché queste piccole aie devo- no avere alcune caratteristiche fondamentali. Devono essere ovali o ellit- tiche e collegate da strade o sentieri; devono trovarsi lontane da correnti d’aria ed essere costituite da un terreno sabbioso e permeabile e nel caso di terreni scoscesi, sono sostenute da muri a secco in pietra e, durante la preparazione delle carbonaie, vengono ripulite accuratamente. Ancora oggi, percorrendo i versanti collinari nel vibonese, s’incontrano sovente i pianori dove un tempo si erigeva la carbonaia e si produceva il carbone. Sul Monte Poro i carbonai, salvo alcuni che resistono ancora forti del tradizionale lascito generazionale dei nonni, si impegnano più per hobby che per professione.
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“U carbunaru”
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Una volta preparata la piazzola, si procede al taglio degli alberi che pre- feribilmente devono essere di Leccio, Roverella, Cerro e Ginestra, ritenuti come migliore legna da carbonizzazione. Preparata la legna, si appronta la carbonaia attraverso la delicata e attenta costruzione a forma di cono della grande catasta di legna, che prevede la posa dei tronchi di misure e peso variabili, in forma obliqua verso l’interno in modo circolare e a strati, sino a raggiungere la grandezza che si desidera. Dopo aver idoneamente coperto questa grande catasta di legna, di foglie o felce e zolle di terra, per evitare che durante la cottura la legna semplicemente bruci e si riduca in cenere, si dà inizio all’accensione della catasta e, quindi, alla sua cottura. Per trasfor- mare la legna in carbone si deve portare la catasta fino ad una temperatura di quattrocento gradi circa, anche per più giorni e deve essere mantenuta costante il più possibile, al fine di ottenere maggior peso e miglior qualità del carbone, cercando diligentemente di limitare al minimo l’apporto di ossige- no, ossia evitando una combustione generalizzata. Durante la costruzione della carbonaia, si avrà cura di praticare dei cunicoli intorno al cono e nella parte centrale della catasta si congegnerà un canale di sfogo, chiamato ca- mino, dove verrà introdotta la brace per l’accensione della carbonaia. Dopo l’accensione, attraverso un sofisticato lavoro con una metodica affinata sempre più dall’esperienza e da una tradizione secolare, mediante i cunicoli suddetti, tappando e stappando con maestria, si avrà cura di fare carboniz- zare anche gli strati inferiori della catasta che a volte, a causa delle repentine correnti d’aria o altri fenomeni atmosferici, possono andare parzialmente o interamente distrutti.
Il fuoco comincia nella parte bassa della carbonaia e poi sale lentamente fino alla cima. Quando il fumo esce copioso, si alimenta il fuoco della carbo- naia inserendo nuova legna, quindi il canale si chiude con una pietra adattata o della terra, e il fumo a questo punto esce dai cunicoli in basso, finché una consistente fiammata alla sommità annuncia l’avvio definitivo del processo di carbonizzazione. Quindi inizia la lentissima e imperfetta combustione che fa salire la temperatura interna a valori sufficienti alla cottura del legno e alla sua trasformazione in carbone. Almeno sette-otto giorni sono necessari per ottenere una produzione media di carbone, durante i quali il carbonaio trascorre giorno e notte il suo tempo in un pagliaio (u pagghiaru), senza potersi allontanare per nessun motivo dal luogo. “U pagghiaru” è la prima struttura precaria che si realizza propedeuticamente alla formazione della
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carbonaia, perché deve servire da “abitazione” per il periodo necessario alla carbonizzazione. Questa costruzione provvisoria viene appositamente rea- lizzata in modo scomodo, con giaciglio in felce e cuscino in pietra, affinché il carbonaio non si addormenti profondamente e rimanga vigile e attento, in modo da seguire continuamente la cottura del legname, controllare il tirag- gio e sorvegliare che non si creino dei vuoti d’aria all’interno del cumulo che potrebbero provocare l’incenerimento della carbonaia e la perdita del carbo- ne. Per evitare ciò si deve battere con un grosso bastone la parte esterna della carbonaia. In base al colore del fumo che fuoriesce dai fori laterali, il carbona- io può vedere l’andamento della combustione: solo quando il fumo è turchino e trasparente il carbone è pronto. Conclusa la cottura, si toglie la copertura lasciando che il carbone si raffreddi per circa dodici ore e subito dopo si pro- cede alla suddivisione del carbone in varie pezzature e poi si insacca.
La qualità del carbone ottenuto varia a seconda della bravura ed esperien- za del carbonaio, ma anche dal legname usato. Il carbone di ottima qualità, per il carbonaio qualificato, deve “cantare” bene, cioè fare un bel rumore. In fondo il mondo è cambiato profondamente rispetto ai tempi dei carbonai, ma è bello constatare l’immutabilità dei luoghi dove veniva prodotto, che ci fanno apprezzare ancor di più il ricordo del passato. Qua, come nelle me- morie, resta un panorama integro e compatto proprio come ai tempi degli artisti carbonai”.
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Pastore per vocazione
Siamo a Nicotera. Antonio ha quarantotto anni e quando ne aveva quindici ha fatto una scelta radicale: fare il pastore come suo padre e suo nonno. I suoi genitori avrebbero voluto che studiasse, ma sentiva che se avesse lasciato le loro greggi sarebbe tutto scomparso nell’arco di pochi anni. Fare questo tipo di scelte comporta più sacrifici e spese maggiori, ma lui aveva deciso di fare questo lavoro perché aveva rispetto per la natura, per gli animali e soprattutto per gli uomini che mangiano i formaggi che producevano.
Portava al pascolo un gregge di circa 140 pecore, un mestiere che ha co- nosciuto per amore e che negli anni è diventato sempre più una passione. Insieme ai segreti del proprio mestiere ha svelato anche il lato più umano An- tonio, che anche anziano, da vedovo e con una famiglia numerosa, quando c’era bisogno, impugnava il bastone e portava le pecore al pascolo.
«Sono diventato pastore a diciotto anni, mia moglie apparteneva a una famiglia di pastori di Monte Poro a Vibo. Fino a quel momento di pecore non sapevo nulla» racconta Antonio, che quel mestiere, giorno dopo giorno, l’ha imparato e amato. «È un lavoro libero, libero da qualsiasi controllo e a stretto contatto con il mondo naturale» prosegue. All’inizio le pecore cui ba- dare erano numerose, poi alcune sono state vendute per riuscire a mangiare, perché «con questo mestiere allora era difficile sopravvivere».
All’epoca, a tenergli compagnia, c’erano il suo gregge, due cani ed alcune galline. Le pecore invece arrivano quando dal Monte Poro, dove viveva la sua famiglia, con la transumanza, il papà Compare Peppe portò il suo gregge di oltre trecento pecore. Ed è in quelle occasioni che Antonio si rimbocca di nuovo le maniche e, da «montanaro», questo il soprannome con cui tutti lo conoscono, bada agli animali.
Nonostante i suoi settantasei anni non si fermava e, all’occorrenza, dava una mano e seguiva il gregge per sette, dieci o addirittura quindici chilometri al giorno.
Coraggioso, dolce come solo un nonno sa essere, ma autoritario al punto giusto. Antonio racconta di non aver mai avuto paura, «nemmeno di notte
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quando portavo le pecore al pascolo nei prati dai quali di giorno i proprietari mi facevano stare alla larga». La passione per questo mestiere Antonio l’ha condivisa, finché è stato possibile, con la moglie. «La mia Caterina amava il suo lavoro.
Un anno abbiamo provato a vendere le pecore per trasferirci in America: la mattina successiva, quando sono venuti a prendere gli animali, li abbiamo ricomprati tutti, fino all’ultimo».
«E da quel giorno» conclude Antonio con il sorriso, «non ci è più passato per la mente di venderle».
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Processione di S.S. Immacolata a mare
Furono due giovani, insieme a coetanei e parenti, gli autori dell’importan- te ma assai casuale recupero della cassa contenente la bella scultura della Madonna. Sballottata dalle onde, galleggiava nelle acque antistanti l’attuale
“marineja” (marinella). E chila vide pensò per un attimo al leggendario tesoro dei pirati ed alla possibilità di arricchire. In sostanza, la processione a mare, ogni anno, ripercorre lo stesso tragitto che la statua lignea della Madonna, sotto la spinta delle correnti, ha compiuto quel lontano mattino spostando- si dal punto in cui è stata avvistata fino a quello dove venne recuperata e por- tata sulla spiaggia. È un rito che i pescatori locali, portando sulle spalle l’Im- macolata con devozione profonda, compiono ormai da moltissimi anni, sia per ricordare il ritrovamento della statua sia perché, così facendo, vogliono esternare la loro profonda devozione alla Madre Santissima. Disposti sotto le “stanghe”, che fuoriescono dal piedistallo, con la statua che va fissata alla
“vara” per poter essere portata in processione. I portatori si lasciano guidare dai due timonieri che, sistemati uno a prua e l’altro a poppa dell’imbarca- zione, riescono a farla “veleggiare” parallelamente al litorale. Sta all’abilità ed alla maestria dei timonieri (due tra i più anziani ed esperti pescatori) se la statua, durante la processione in acqua, non subisce sbalzi, non registra strattoni o, peggio, non pencola.
Nessuno si improvvisa portatore anche se non sono in molti ad aspirare a diventarlo. Ma sotto il piedistallo della Madonna si arriva per eredità. Sicché quasi sempre è il figlio ad occupare il posto che per anni fu del padre, e ancora prima, del nonno. Per consuetudine secolare i pescatori portano in proces- sione la Madonna solo in mare.
Qui il parroco, dopo che la Madonna viene riaffidata ai “portatori di terra” e prima che la processione, percorrendo le rimanenti vie del paese, rientri in chiesa, pronuncia il solenne panegirico di lodi alla Vergine Immacolata. “La festa è nostra» – sostiene l’anziano pescatore – e anche la statua”. Fino a qualche decennio addietro, per garantire il sostentamento della chiesa, ogni pescatore doveva versare al parroco il corrispettivo del quarto del pescato.
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Ora non più. Già la sera della vigilia, nelle strade della Marina imperversano “i Giganti” per la gioia dei bambini, quindi si vive già un’atmosfera prefestiva,
ognuno inseguendo i propri pensieri.
L’indomani, alle otto dell’8 di dicembre suona la sveglia. Nel “cuore” dei
“marinaroti”. Non per tutti. Ma per quelli per cui la festa della Madonna Imma- colata è l’occasione per riassaporare entusiasmi, rinsaldare amicizie e fervori adolescenziali. Per tutti loro, suona la sveglia e si alzeranno.
I gabbiani garriscono, lì sulla spiaggia, vicino alle barche, con un mare spumeggiante, quasi annunciando la festa.
Poche luci si accendono fra le case dei pescatori e da esse escono ombre frettolose, infagottate in cappotti e sciarpe verso la chiesa dell’Immacolata.
Si svolge ogni anno in Marina di Nicotera la cerimonia religiosa della Ma- donna dell’Immacolata Concezione. Momento centrale della due giorni di festeggiamenti all’insegna della grande emozione, dell’entusiasmo, dei riti re- ligiosi e della preghiera. È sempre stata solenne la processione in mare della statua della Madonna. Un evento ormai secolare, antico e tipicamente mari- naro, che richiama sempre tanti fedeli da ogni parte dei paesi dell’entroterra confermando come, ancora oggi, la suggestiva cerimonia della processione in mare dei pescatori locali che portano sulle loro spalle la statua lignea della Madonna, conserva intatti fascino ed emozione.
Davanti alla chiesa, alle spalle della Marina, qualcuno attende con entu- siasmo e allegria. Si salutano, a uno a uno, prima il vecchietto, poi gli altri.
Si conoscono tutti da anni e insieme perpetuano quest’usanza, che è reli- giosa e laica, canora e ispirata a devozione.
Chi riporta alla realtà del momento sono “Compari Micu” che intona sten- toreo la strofa antica. È ovvio, di un canto che con insistenza giaculatoria, provocatoria e petulante si ripeterà per l’intero percorso nei vicoli sino al mare.
La processione percorre le strade del paese, lasciando questa veglia cano- ra come un atto di fede da non potersi trattenere nel chiuso dell’intimo.
Il corso si alza potente, si esalta raggiungendo già la spiaggia, portandosi dentro il freddo mare di dicembre, per qualche chilometro.
Attorno, le barche le fanno corona con naturalità, malgrado la rigida tem- peratura della stagione.
Gli anziani accendono le luci delle case, aprono le imposte, si sporgono facendo capolino dietro le porte.
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Processione S.S. Immacolata a mare
La Marina è in festa, con il suono umano del sentimento. Inoltre, quel lun- go e ordinato corteo, nella profonda e mistica partecipazione dei fedeli, dà vita a un singolare spettacolo che, spontaneo, ha ragione nella profonda devozione dei pescatori nicoteresi. Sono proprio loro, infatti, che ogni anno, quali che siano le condizioni del mare, al grido di “Viva Maria” prendono in
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consegna la statua, immergendosi nelle acque gelide fin oltre la cintola, por- tandola in processione per un lungo tratto di litorale mentre, in acqua, le fanno da corona numerose barche. Diverse migliaia di fedeli, alzando canti alla Vergine, seguono la processione camminando sull’ampia spiaggia o sul- la parallela via marina.
Una profonda e mistica partecipazione dei fedeli dà vita ad un suggestivo rito che trae origine dalla devozione dei pescatori.
Ritorniamo a come fu ritrov ata la statua. I marinai nicoteresi, all’epo- ca, abitavano il rione Palmenteri che, abbarbicato sulla collina di granito ed aprendosi come un gran balcone sul mare, consentiva loro di tenere costan- temente sotto controllo l’ampio golfo delimitato dal promontorio di Capo Vaticano e dal pittoresco Monte S. Elia di Palmi. Da questo rione collinare, che si apre ad uno stupendo scenario naturale, i pescatori potevano facil- mente spaziare con lo sguardo fin nelle dirimpettaie isole Eolie. Una mattina di quasi due secoli addietro, dunque, mentre da Palmenteri scrutava il mare, che dopo alcuni giorni di tempesta cominciava a rabbonirsi, un pescatore si accorse che all’altezza dell’odierno rione Marinella c’era qualcosa che galleg- giava. Incuriosito guardò con attenzione: era una cassa di grandi dimensioni.
“Ci sarà un tesoro” pensò l’avvistatore e, insieme ad un suo parente, si affrettò ad imboccare lo stretto sentiero che, tracciato tra enormi massi di granito, conduceva alla tranquilla borgata marinara, rinvenendo la sacra effigie.
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Avvento
Tempo di Natale. Il pomeriggio non ha ancora asciugato nei luoghi espo- sti a tramontana la rugiada del mattino e già il grigiore della sera si lascia impregnare dell’umido freddo. I giovani a mezzogiorno, quelli che hanno marinato la scuola o quelli un po’ più grandi, scherzano con i sentimenti, e i contadini, i pochi rimasti, divagano sul lavoro nei campi. Si ode, a Piazza Santa Caterina, un petardo e rompe il suono abituale del paese. Un altro risponde vicino e le grida delle ragazzine muovono il sorriso. Più tardi, di sera, le case si vanno accendendo a mano a mano, e i botti scandiscono il progredire delle ombre.
Come una ronda, i due zampognari cantano, strascicando la strofa per il troppo vino bevuto per le cantine qua e là. La ciaramella acuta ci strappa di corsa dalla sedia.
Come il presepe sopra la credenza nella camera da pranzo, era l’inizio nelle case e nelle chiese della preparazione delle festività. Il primo, di solito, era il pre- sepe della Chiesa del Rosario, dove ogni figura era già predisposta come ogni anno, in maniera tradizionale con altre, portate dalla Campania. Quello più importante però era quello della Cattedrale già acquistato in cartapesta.
A Nicotera i presepi delle case private erano certamente più modesti, ma ugualmente belli, molti fatti di sughero ed il muschio e impreziositi con rami di aranci, mandarini e limoni. Tutto veniva preparato già nel mese di set- tembre con la realizzazione delle statuine e dei pastori. Si utilizzava la creta rossa della zona “Vasia” che veniva abilmente lavorata da artigiani non di mestiere.
Intorno alla statuina di gesso del Bambino, con le braccine aperte, si in- nalzava la capanna. E sopra il muschio morbido il pastorello dormiente. E dai rami pungenti dell’asparago i mandarini, appesi a mo’ di luci. Tutta illu- minata era la chiesa e l’odore dell’incenso inebriava i canti, che ninnavano la nostra fanciullezza.
“Notte santa per gli umani…” intonavano. Domani sapremo quale signi- ficato avrà avuto per noi il contento palpitare dell’Avvento. Un altro petar-
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do fischia nel vento. Ride la torma dei giovani fuori del bar. Rimbecca da lontano una gragnola. E il grido in gola del paese che vive l’Avvento.
Iniziava in Cattedrale la novena di Natale, alla presenza di autorità ec- clesiastiche, mentre nelle altre chiese, si doveva aspettare la mattina del 16 dicembre. Il giorno di Natale poi, all’epoca, il sacerdote celebrava tre messe, quella di mezzanotte, all’alba e al mattino.
Di grande suggestione era la notte del 31 dicembre. All’epoca vi parteci- pavano i religiosi, i seminaristi e i responsabili delle associazioni cattoliche cittadine e della Chiesa Cattedrale.
Illuminata a giorno e decorata con i damaschi del Settecento, la notte di Capodanno si passava insieme fino alla mattina successiva, giocando e di- vertendosi. Poi ancora una volta ci si recava a messa prima del tradizionale pranzo, luculliano come quello natalizio.
Nei giorni natalizi a volte mi capita di pensare ad alcuni momenti della mia infanzia.
Tra i ricordi più belli, le feste passate insieme agli zii Salvatore e Maria. Gli zii vivevano con la famiglia in una grande casa che affacciava in parte sul Borgo e lateralmente negli orti, con vista sul mare in lontananza. Sto par- lando degli anni ’50, quando effettivamente a Nicotera i campi erano tanti e, agli occhi di un bambino, immensi. Non lontano da loro, abitava mia nonna Teresa, persona un po’ strana, taciturna, sempre vestita di nero e con un perenne mal di testa. Ma io le volevo bene lo stesso.
Quando arrivavano le feste, si andava spesso dai miei zii, ed allora era bellissimo passare il Natale o il Capodanno insieme, tra maccheroni fatti in casa, tombole e le battute dei miei cugini, sempre pronti a raccontare storie divertenti che forse erano vere o forse solo frutto della loro immaginazione.
Il Natale della Nicotera negli anni ’50 del secolo scorso aveva tradizional- mente inizio nel mese di novembre con la ricorrenza della Madonna della Sca- la. Era in questa occasione, infatti, che facevano la loro prima comparsa, per le vie del paese, gli zampognari e si cominciava ad invitarsi a vicenda, nelle case, per incontrarsi, stare insieme e chiacchierare o giocare alla tombola.
Comunque, era solo con la novena dell’Immacolata che iniziava il calen- dario liturgico natalizio. Allora le liturgie delle varie festività si tenevano di sera, senza la celebrazione della messa. Unica eccezione la novena di Santa Lucia, celebrata al Rosario, che si svolgeva di mattina e con la messa con la sola esposizione del Santissimo Sacramento nell’ostensorio e con la recita
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della novena. Particolarmente suggestiva era la novena che si svolgeva nella Chiesa Cattedrale, per l’occasione addobbata da preziosi paramenti, alla pre- senza dell’intero Capitolo e del Vescovo.
Contestualmente si svolgeva anche la festa di San Nicola che aveva il suo epicentro spirituale nella chiesa di Gesù e Maria, durante la quale veniva distri- buito il grano cotto, tradizione quest’ultima che si conserva oggi solo nella piccola frazione di Comerconi. Ma le due novene veramente preparatorie del Natale nicoterese erano quella di Santa Lucia, che si svolgeva nelle prime ore del mattino nella chiesa del SS. Rosario, e quella che si teneva nella chiesa di San Giuseppe (celebrata mezz’ora prima al fine di consentire alla classe opera- ia di poter soddisfare alle necessità del proprio lavoro). Quest’ultima, annun- ziata dal suono a festa delle campane, un’ora prima, aveva inizio alle cinque ed era allietata dalla lettura, magistralmente eseguita da Giovanni Rubino, alla quale faceva poi seguito il Responsorio e un canto tradizionale di Natale. Al termine di questa funzione, alcuni si riunivano a casa degli amici per sorbire il primo caffè della giornata accompagnato dai biscotti fatti in casa.
Era solo dopo questa festività che avevano inizio i lavori di preparazio- ne del presepe. Quello della Chiesa del Rosario era preparato dai cosiddetti “rosarianti” (Nino Pagano, Ciccio D’Ambrosio, Raffaele D’Ambrosio), il cui arredamento ottocentesco era stato predisposto ai tempi del cantore Carlo Raimondo, mentre i pastori in gesso erano stati comprati a Napoli a cura e spesa dell’omonima Confraternita. Più grande e maestoso era però il Presepe che si realizzava in Cattedrale, alla cui preparazione era addetto Pasquale Barbalace con l’aiuto di Nino Pagano e Nino Monaco. Alcune delle statuine
sono ancora oggi custodite nel Museo Diocesano di Nicotera. La realizzazio- ne delle statuine e dei pastori aveva inizio, ovviamente in loco, già nel mese di settembre, utilizzando la creta rossa di località “Vasia”.
Era antica regola, che a questa vi partecipasse il Capitolo Cattedrale nella sua interezza, con i religiosi, i seminaristi, le Confraternite ed i responsabili delle associazioni cattoliche cittadine. La Chiesa Cattedrale era illuminata a giorno e decorata con i damaschi rossi settecenteschi, dono di papa Clemen- te XIV. Una volta raggiunto il trono, il vescovo, se presente, o in sua assen- za il Vicario generale, si toglieva la cappa magna ed indossava un prezioso piviale, una sicura reminiscenza del cerimoniale spagnolo.
Dopo l’omelia tenuta dal celebrante, vi era l’intonazione del “Te Deum” cantato a strofe alternate tra la “schola cantorum” ed i membri del Capitolo.
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Il Presepe
I mille modi di vivere il Presepe a Nicotera. Usanze ispirate a una profonda religiosità popolare. Il paese si anima nel periodo natalizio di celebrazioni e riti, popolando Piazza Santa Caterina con un presepe grande a ricordo della lontana nascita. Il legno è sicuramente uno dei materiali preferiti per la rea- lizzazione del presepe in piazza. Alcuni anni fa, si riunivano improvvisati at- tori, per creare anche un Presepe vivente, con tanto di bambinello, asinello e buoi, nei vicoli del Baglio. Memori di questa tradizione, vi erano i personaggi più popolari, come il pastore che preparava le ricotte, il fabbro, il falegname, ecc., accompagnati da musiche natalizie eseguite dagli zampognari.
Nella Cattedrale c’era un grande fermento per la realizzazione del Presepe.
La tradizione voleva al centro del presepe la stalla con la Madonna e San Giuseppe che guardano il Bambinello scaldato dall’afflato del bue e dell’asinello.
Il presepe di Nicotera era molto famoso. La riproduzione era curata fin nei minimi particolari. Per realizzare il presepe a Nicotera occorrevano circa venti giorni di lavoro. Riproduceva uno spaccato di vita nicoterese dove, tra colline e fiumare, vari tipi umani dai volti tutti diversi nell’espressione e nel tratto, con gesti, atti, ammiccamenti e sorrisi, animavano una scena che restituiva a Nicotera la sua vera identità, fatta di lavoro, fatica, sacrificio, famiglia, tradizione.
Un popolo di pastori in ceramica. Gli uomini con i loro vestiti in stoffe tradizionali, non sempre neri, ma anche eleganti e variopinti, le donne dalle lunghe vesti adorne di merletti e monili.
Gente comune, raffigurata nell’attività quotidiana, quasi a volere dimo- strare la capacità dei calabresi di tenere vivo, nonostante le mille vicissitu- dini storiche, il tessuto socioeconomico della propria terra, sempre nel ge- loso rispetto delle tradizioni. Il presepe, già di per sé una delle tradizioni più spettacolari, assume un valore ancora più profondo, riuscendo a combinare religiosità, sentimento, atmosfera e solidarietà, essendo un’occasione di ri- scoperta di valori umani intramontabili. Lo scopo è rappresentare il Natale
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vero, le sue immagini e il suo messaggio, attraverso un’opera che impegna per giorni e giorni e ci invita alla riflessione tutti, credenti e non credenti.
Il presepe
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La neonata
La neonata è stata a Nicotera, da sempre motivo di benessere. Ma nessu- no si privava, almeno una due volte l’anno, neanche le classi meno abbienti. Di buon mattino si andava alla pescheria di Corso Medameo, all’inizio del Baglio, dove c’erano già i pescatori che salivano dalla marina per vendere la neonata ancora viva, profumata ancora di mare pulito, nei secchi di zinco. Se poi era Natale, allora alla neonata si dava una vera “caccia”.
Neonata
Nessuno se ne voleva privare. Doveva servire per il piatto tradizionale. Io e mia madre infreddoliti attendevamo lo strillo del pescivendolo sorridente e paziente, che “vandiviava” quasi come un saluto. Per dividere il pescato a un pugno di gente, nella scarsa luce stradale. Una scena di vita paesana che ormai non trova più repliche. Si dice che la sardella sia una rivisitazione dell’antico “Sarum” di cui erano ghiottissimi gli antichi Romani.
Questa era una salsa a base di pesce, ma meno raffinata della versione fatta nelle case calabresi. Il “garum” era ricavato dalle interiora del pesce che
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erano trattate insieme a una grande quantità di sale. Il composto era fatto macerare sotto il sole per lunghi periodi, rilasciando il “liquamen”, molto si- mile all’attuale colatura di alici.
Costava molto, quindi era un prodotto per famiglie ricche. Era usato come condimento, esattamente come la colatura d’alici.
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Speranza
Ieri è piovuto per quasi tutto il giorno. L’acqua incredibilmente copiosa ha portato via l’illusione che la stagione bella potesse attardarsi ancora.
L’avviso è stato perentorio: l’inverno si sta avvicinando. Stamane il paese appare lavato. La pioggia ha lasciato un umido lenzuolo.
La campagna nasconde le abbondanti goccioline al sole vincitore sulle nubi. E gli uccelli sembrano più vivaci.
Ho visto la beccaccia razzolare fra l’erba, i passeri accalcarsi sull’albero del fico tardivo e il pettirosso sulla vigna in cerca di un acino d’uva. Ancora una farfalla bianca volteggia. Ma già il ragno al riparo ha tessuto il suo rifugio, la chiocciola fiduciosa nelle piogge ha deposto le uova, e il bieco lento s’avvol- tola nel bozzolo.
Eppure, lo agita la fuga delle allodole spaventate e il trillo di quel batuffolo di piume alimenta la speranza che la realtà non affosserà lo spirito, che l’in- verno non raggelerà il cuore.
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Speranza
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Ora sto meglio
Una volta ci si curava in casa, con l’aiuto dei parenti o dei vicini che por- tavano i loro consigli e, sovente, ricorrendo a quanto la natura e la casa offriva. Se il male persisteva o peggiorava si ricorreva a chi conosceva le proprietà delle erbe (parroco e maestro, anziani o persone con doti partico- lari). Alla presenza di alcune malattie, da chi si sapeva che aveva ricevuto il potere di guarire oppure nei casi più gravi, si invocava la guarigione con la preghiera.
A giustificare gli esiti non desiderati delle lacune umane c’erano sempre la rassegnazione delle culture semplici e la fede che portava ad accettare con più coraggio e forza i dolori, le invalidità gravi e, in casi estremi, anche la morte. I nostri vecchi non amavano molto i medici (perché dovevano essere pagati e gran parte delle famiglie erano indigenti), ma a differenza di oggi avevano una grande confidenza con la morte ed una strana rassegnazione di fronte alla sofferenza, consapevoli che “sempre bene non si può stare”.
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Ora sto meglio
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Freddo di dicembre
Il freddo di dicembre induceva ad accendere il braciere. Sulla loggia, al soffio della sera, si andava a ventilare la carbonella. Da qui si notava nelle donne anziane una leggera agitazione che muoveva la calma della stradina, già disposta a trascorrere la notte. Erano gli uomini delle campagne che, rin- casando, salutavano i vicini prossimi.
Le donne si affacciavano, parlavano tra loro, poi affidavano l’incarico a noi ragazzi di andare alla “putija” a comperare un quarto di pasta linguine e uno di “Mafalda”, l’unica pasta sfusa che c’era all’epoca dalle nostre parti. Significava fare un piatto prelibato il giorno dopo.
Mia madre, Francesca, la sera prima, metteva a bagno i ceci. L’indomani, prima di mandarmi all’asilo facevo colazione con latte di capra e biscotti.
Il “pecoraro” ogni mattina ci lasciava un quarto di latte, a volte prendeva- mo quattro ricotte ancora calde da fare con le linguine, e ogni tanto anche una pezza di formaggio.
In alcuni giorni di festa si facevano in casa i “strangughi” insieme ai ceci, una pietanza dalla consistenza densa e cremosa, cucinati con la legna.
Mio padre nelle pause di lavoro si distraeva qualche minuto vicino alla fornacella, aggiungendo legna di vite oppure di olivo e badando che non si bruciassero le sarde sulla brace coperte di sale grosso e aglio. Davano un profumo particolare, come un invito irresistibile. Per ultimo c’erano le casta- gne “varole”.
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Superstizioni e credenze
Le superstizioni e i pregiudizi, tra gli strati sociali di Nicotera, sono spesso sopravvivenze di idee, concezioni e usanze antichissime aventi radici in un modo di pensare arcaico che, diffuso soprattutto nella nostra civiltà contadi- na, può ritenersi superato dai tempi, tanto da poter sembrare ridicolo anche a coloro che lo mettono in pratica per abitudine o per voce tramandata. Il malocchio o “iettatura” è una delle superstizioni ancora diffuse qui da noi. Capita spesso di sentir dire che la morte di un animale domestico sia da attri- buire all’influsso malefico di qualcuno che lo ha “adocchiato”. Poiché si crede che il malocchio sia provocato dall’augurio maligno espresso dallo iettatore, si fa ricorso spesso al simbolo per eccellenza di buon augurio, cioè le corna, che hanno il potere di allontanare il malocchio da tutta la casa, dalla fattoria o dalla bottega. Ecco alcune superstizioni ancora vive: il pigolio notturno della civetta è di cattivo presagio; la sua permanenza in un luogo reca fortuna, mentre il suo sguardo fugace porta sfortuna. Olio e sale che cadono inavver- titamente portano male, mentre il vino che si rovescia è segno di allegria. Se il sale viene rovesciato sulla tavola prendetene un po’ e lanciatelo dietro la spalla sinistra. Il pane sul tavolo non si deve mettere sottosopra, perché esso ha due facce: quella superiore è di Dio e quella inferiore del diavolo. Perciò si dice che questa, stando sul suolo del forno, si brucia, mentre l’altra si colora di un biondo roseo.
Quando si avverte un certo tremolio nell’occhio destro, ci aspetta una buona notizia a breve, quando invece il tremolio si manifesta in quello si- nistro, ci vorrà molto tempo. Se la fede nuziale viene persa, per evitare che l’infelicità piombi sulla coppia, ne va riacquistata immediatamente un’altra che dovrà essere infilata all’anulare dal marito, come durante il rito nuziale. Se volete evitare la calvizie tagliate i capelli durante la luna nuova. Un capello sulla spalla preannuncia l’arrivo di una lettera.
A Capodanno si gettano oggetti vecchi dalla finestra per liberarsi di pre- occupazioni e affanni, e per auspicarsi fortuna. Mangiare lenticchie, uva o datteri, la notte di San Silvestro, vuole dire propiziarsi certamente la fortuna
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economica durante l’anno. Porta male posare il cappello a letto. Se udite il canto del cuculo, afferrate in fretta tutto ciò che in quel momento è ai vostri piedi e portatelo addosso per un po’ di tempo: vi porterà fortuna. È un segno di fortuna trovare un ferro di cavallo: va appeso in casa. Se le forbici cadono a terra, prima di raccoglierle, il piede va posato sopra per annullare il cattivo presagio. Se cadendo, una delle lame si conficca nel terreno è presagio di mor- te. Portano fortuna, invece, se tenute appese al muro.
Se il gallo canta prima di mezzanotte, si preavvisa cattivo tempo. Porta male scendere dalla parte sinistra del letto, in quanto ritenuta la parte di Sa- tana. È presagio di sventura aprire un ombrello in casa. Rompere un vetro preannuncia sette anni di guai. Vedere tre o quattro suore unite porta male.
“Né di Vennari né di Marti, non se spusa nun se parta, né si dà principio all’ar- te” consiglia un proverbio. Perciò mai uscire di casa il venerdì notte: streghe e diavoli sono in agguato. Ciò avviene la notte dell’Epifania, tanto che con- tadini e pastori danno da mangiare in abbondanza ai loro animali, temendo che essi, una volta in grado di parlare, possano accusare i loro padroni di essere avari.
Ogni famiglia contadina non toglie le vivande dalla mensa della Vigilia di Natale, credendo che dopo mezzanotte scenda la Madonna col Bambino e mangi il cibo sulla tavola.
Nel mese di maggio è sconsigliato sposarsi perché esiste un giorno sfortu- nato e nefasto ma nessuno ne conosce la data.
Per tornare al malocchio, molto in voga ancora i riti per scacciarlo. Si tratta di una prestazione del tutto gratuita. Di che cosa si tratta, in concre- to? Quando una persona si convince di essere “adocchiato”, o “affascinato”, si rivolge a chi conosce le formule per scongiurarlo. Perlopiù una donna co- mune, dotata di particolari predisposizioni, come dire, sensitive.
I sintomi che l’adocchiato avverte sono un vago senso di malore diffuso, accompagnato da vistosi sbadigli e da un forte torpore agli arti. «Mi s’am- musciàru, i gambi» (mi si sono intorpidite le gambe) è la prima frase che vie- ne pronunciata alla, diciamo così, “santona”. Il poveretto, una volta entrato in casa della donna, viene invitato a sedersi con le mani incrociate sulle gi- nocchia. Quella, intanto, lo segna tre volte sulla fronte. Quindi, mentalmente, recita questa formula: «Tri occhi ti adocchjàru / tri santi ti aduràru / a cui ti adocchjàu / lu cora s’abbundàu. / Cu lu cora e cu la menta / A ttìa l’occhju non fa nenta. / O granda Nomu de pietà / Càccialu Tu pe carità”. Lo sbadiglio è in
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genere l’elemento rivelatore dell’adocchiamento. La donna preposta appron- ta debitamente una paletta con delle braci, su cui fa ardere pezzetti di palma e di foglie d’ulivo benedetti, unitamente a foglie di incenso anch’esso benedetto, e girandoci intorno per tre volte, ripete, sempre mentalmente, perché non si senta quel che si dice: «Campanella e Santu Savaturi / cu ògghju santu e parma / olivu benedittu / caccia l’òcchju maledittu».
“L’òcchju e chiesi” (il malocchio contratto in chiesa) era ritenuto un influsso molto forte e ben difficile da scongiurare.
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“U pirajnu”
A quello che non voleva pagare, strillava: «alla fine “u Pirajnu ti attocca”», volendo dire che anche lui finirebbe per andarsene al cimitero. È uno dei modi più popolari a Nicotera nel chiamare la morte ed in quel periodo non mancava- no occasioni per morire prematuramente: epidemie influenzali, malattie infetti- ve come la difterite, la tubercolosi, il tifo facevano sì che l’aspettativa media di vita si aggirasse sui cinquantotto anni. Nei primi del ‘900 morì il mio bisnonno materno, Domenico, all’età di ottantanove anni, una delle persone più longeve (per quel tempo) del rione Giudecca. Quando in famiglia avveniva un lutto, si cuciva una striscia di tessuto nero sul seguito della giacca, oppure si portava un bracciale nero largo circa cinque centimetri pieghettato intorno al braccio, o ancora un bottone nero nell’occhiello della giacca. Il lutto per i famigliari stretti durava tre anni. Era più vivo che ai giorni nostri il senso di solidarietà e di par- tecipazione al lutto di una famiglia.
I capifamiglia facevano visita all’estinto e con i ceri portati dal parroco segnavano con la croce la fronte del defunto; quasi tutti partecipavano ai funerali.
Secondo una vecchia usanza i parenti più prossimi del defunto non par- tecipavano alla cerimonia funebre ma rimanevano in casa. La veglia fune- bre consisteva nel recitare tre rosari interi. Tra un rosario e l’altro si faceva una pausa, si salutava il defunto, si scambiavano due parole con la famiglia, gli uomini bevevano un bicchiere di vino e si ritornava a recitare il rosario. Il giorno successivo si portava il feretro in Cattedrale ma non si celebrava messa, il parroco benediceva la salma, diceva qualche parola di conforto ai congiunti e si andava al camposanto. Le famiglie in lutto erano supportate dalla comunità e i giovani, ad esempio, aiutavano le persone bisognose di braccia forti nei lavori più pesanti in campagna.
Molte volte la domenica mattina i giovanotti andavano a falciare l’erba nei prati per le donne vedove con figli piccoli: esse avevano poi tutta la settima- na per girare il loro fieno, ammucchiarlo e portarlo nel fienile. Certamente i nostri giovani avrebbero molto da imparare. La sera del primo novembre, i
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campanari di Nicotera usavano fare una veglia notturna in ricordo dei defunti. Accendevano un fuoco alla base del campanile e preparavano delle castagne abbrustolite. Chiunque si presentasse in quella notte riceveva un po’ di caldar- roste ed un bicchiere di vino e gli era permesso di suonare un tocco di campa- na in ricordo dei propri defunti. Naturalmente il vino e le castagne erano stati raccolti nei giorni precedenti tra l’abitato di Nicotera e le borgate limitrofe.
A Nicotera, tra gli anziani, sono ancora vive le credenze che legano le co- munità dei vivi al mondo dei trapassati, credenze di origine oscura, in cui il terrore verso il mondo dei morti e le antiche superstizioni si uniscono ai cicli agrari, ai simboli propri del mondo contadino. È una credenza diffusa che le anime dei defunti siano delle ombre che si aggirano intorno ai sepolcri che possono essere buone o cattive, prendendo forme diverse come scheletri, serpenti e lucertole.
I più superstiziosi non uccidono mai gli animali in cui si crede possano prendere corpo i defunti: in alcune zone si ha un rispetto sacro per le farfalle in cui albergano le anime del Purgatorio e si crede che quando una farfalla si aggira intorno al lume acceso sia un’anima in pena che va cercando pace, mentre nei topi che vagano per le campagne si crede che alberghino le anime dannate. Le ombre che appaiono nei sogni, cercando conforto per le loro anime, rivelano segreti, annunciano eventi buoni o luttuosi; quando un’ani- ma appare in sogno si ha il dovere di fornirle un conforto, visitando la sua tomba, dicendo una messa, cucinando una pietanza particolarmente gradita all’estinto quand’era in vita.
La consuetudine del pianto delle prefiche era comune a Nicotera: alcune donne erano chiamate per piangere intorno al catafalco del morto e svolgeva- no la loro funzione a pagamento. Anche fra i congiunti era importante che vi fossero delle aperte manifestazioni di dolore, tanto che nella tradizione popo- lare si tramandano vari canti funebri e lamentazioni che compiono le parenti del defunto accompagnate dagli altri conoscenti che partecipano al lutto.
Il pianto rituale può avvenire solo di giorno e si sospende durante la notte, poiché si pensa che la notte appaia il demonio per godere del pianto delle ani- me cristiane. Inoltre, se il morto è un bambino, il pianto notturno gli sarebbe funesto perché gli angeli non lo accetterebbero in cielo. II morto viene posto con i piedi rivolti verso la porta di ingresso e secondo l’uso più antico deve avere i piedi nudi, se è un uomo, e la veste sciolta se è una donna; al momen- to in cui viene sistemato nella bara gli vengono posti accanto degli spiccioli,
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necessari per pagare il passaggio nell’aldilà sulla barca di Caronte. I calabresi credono che al momento di muoversi in viaggio verso il regno dei morti si abbia bisogno d’acqua e di pane.
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Nicotera povera, ma bella
La mia Nicotera è una fanciulla dal volto olivastro, chiaro. Dai capelli e gli occhi scuri, e un sorriso sincero. La mia Nicotera guarda ogni giorno il mare, che mormora parole antiche, più di amore che di vendetta, perché scorge degli dèi sulla costa. La mia Nicotera si presenta dai colori caldi degli aranci, il verde degli ulivi, ed il sorriso gioioso; essa è illuminata dal sole intenso e dall’aria profumata e mite, mentre dall’alto si ode un canto lontano che viene dalla campagna.
Quassù, la mia Nicotera possiede un castello con tre torri, un tempo assai famoso, con balconi che danno sul mare, che serviva per custodirla, e il suo cuore è una cattedrale sontuosa color pastello. Le strade del borgo antico sono rimaste come un tempo ormai andato. La gente qui è molto semplice come allora e dà una franca ospitalità. Se vai a trovarla te ne accorgi, è come un sogno; ti riceve con un sorriso!
Nicotera è un grazioso borgo situato su un terrazzo naturale che si affac- cia sul magnifico golfo di Gioia Tauro. Ai suoi piedi si apre la fertile pianura di Rosarno, ricca di agrumeti, vigneti e orti. Da questo altopiano si può ammi- rare nelle giornate serene un panorama unico, che va dalle vette dell’Aspro- monte fino alle lontane coste della Sicilia. Il tessuto urbano conserva ancora oggi le caratteristiche del vecchio borgo, fatte da un intreccio di strette vie che di tanto in tanto sfociano in piazzette su cui si affacciano piccole case.
In epoca romana Nicotera fu una delle città più importanti dell’Italia meri- dionale. L’abitato fu completamente abbandonato nel X secolo a causa delle frequenti invasioni saracene. Con l’arrivo dei normanni il paese ritornò all’an- tico splendore e fu dotato di un castello e della cattedrale. Le due costruzioni sono ancora oggi visibili ma hanno subito nel corso della storia numerose ristrutturazioni. Il castello sorge nella parte alta dell’abitato, come già detto, con ampie terrazze e torri dalle quali si domina tutta la marina. All’interno è stato allestito il Museo archeologico, che conserva preziosi reperti preistorici ma anche bronzi e ceramiche di età greca e romana.
La cattedrale è stata rifatta nel XVIII secolo in stile barocco e al suo interno 279
si può ammirare la Madonna delle Grazie. Poco distante si trova il Palazzo Vescovile che ospita sculture ed opere d’arte sacre. Nicotera ha anche la fra- zione Marina, che si distende ai piedi della parte vecchia. Durante la stagione estiva la località è meta di molti turisti, grazie al suo lungo arenile di sabbia bianca e al suo mare eccezionalmente limpido. Il paese è attrezzato con mo- derni stabilimenti balneari e ristoranti dove potrete gustare la straordinaria cucina locale.
Nicotera povera, ma bella 280
Nicotera dell’immediato dopoguerra, negli anni ’50, è una signora matura, un po’ segnata dalla vita, ma che con un sorriso consapevole si toglie energi- camente la polvere dalle spalle per ritornare a vivere la normalità.
Eccola, sfacciata, tornare alla ribalta con quello che ha: un abito lavato troppe volte e rammendato altrettante, scarpe con tutti i segni dei passi fatti e una esuberante voglia di rinascita. Si presenta così Nicotera all’appunta- mento con la seconda metà di un secolo che non le ha portato che guai.
Porta con sé, oltre ad abiti rivoltati, tutte le sue contraddizioni: un borgo contadino che ancora aspetta terre e diritti; paese anche gonfio di tante ma- cerie belliche.
La donna, da sempre indicata come la custode della tradizione e dell’unità familiare nicoterese, irrompe con tutte le sue sfaccettature. Sta di fatto che comincia a farsi strada un’immagine nuova della donna: emancipata, lavo- ratrice, intellettuale, che si affermerà solo nei decenni successivi.
La Nicotera della ricostruzione la ritroviamo in tre pellicole, uscite fra il ’50 e il ’51, che ci restituiscono il sapore di quell’inizio di modernità.
Nicotera che sogna, generosa e ottimista, la troviamo grazie alla penna favolistica di Cesare Zavattini e trasposta sul grande schermo da Vittorio De Sica. L’incontro fra il surrealismo zavattiniano e il neorealismo del cineasta crea un’opera poetica dove c’è tutta l’umanità di un popolo che può risorgere
– o sopravvivere – solo attraverso l’immaginazione, mentre arranca nei bor- ghi alla ricerca di un lavoro. Nel 1950 si è tentata una sorta di riforma agraria, ma la sua insufficienza la rende sostanzialmente inefficace. I pezzi di terra espropriati e dati ai contadini sono troppo piccoli ed economicamente poco utili, non tanto per le famiglie che ci vivono ma per l’economia nazionale.
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L’arrivo a Buenos Aires
A partire per l’America, quindi, erano i piccoli proprietari come mio padre. Si partiva, dunque, per sfuggire ad un ambiente soffocante: un contesto che li motivava al punto tale da inventarsi ogni sotterfugio, pur di dare un taglio netto ad una vita che non aveva, sul momento, alcuna prospettiva.
In Calabria stavamo bene. Insomma, voglio dire che almeno avevamo una casa e un po’ di terra che ci sfamava. Poi, c’era anche il pensiero di una terza guerra mondiale. Tutto ciò mise in ginocchio la comunità locale e catalizzò il fenomeno migratorio: frotte di giovani e di capifamiglia imbracciarono la vali- gia della speranza, imbarcandosi per porti d’oltremare e d’oltreoceano.
L’emorragia demografica, determinata dall’emigrazione, proseguì a fiotti inarrestabili. L’Argentina è stata un’importante meta di emigrazione di nico- teresi, soprattutto fin dalla terza decade del XIX secolo. Il grande flusso della gente di Nicotera ebbe inizio intorno agli anni ’40.
I primi a giungere a Buenos Aires furono i Zappia, i Capria, i Cupitò, i Francica, i Loiacono, i Muzzopappa, i Vardé, i Famà, i Mercuri, i Campennì, gli Stilo, gli Scardamaglia, i De Pietro e tanti altri. Furono i miei zii, gli Scar- damaglia, a convincerci ad andare, loro si trovavano lì già dagli anni ’40. Approfittarono delle lunghe tradizioni contadine e marinare di Nicotera, per formare popolose e fiorenti colonie di immigrazione lavorando come frutti- vendoli o pescivendoli per strada.
Comnunque i miei furono attratti dall’idea di emigrare, ma più che altro dal bisogno di emigrare in Argentina. Negli anni ’50 molti nicoteresi lascia- vano il paese per una destinazione di cui avevano sentito parlare senza però sapere quello che avrebbero trovato. Infatti, arrivavano molte lettere da chi ci aveva preceduti in cui si diceva quanto più facile fosse guadagnare e che in una giornata di lavoro si riusciva appunto a guadagnare quanto in una settimana a Nicotera. All’epoca da Nicotera partivano tutti, familiari, amici e conoscenti. Lasciai quell’anno l’asilo Scardamaglia, frequentato fino alla terza elementare. Mio padre mi disse che avrei continuato la scuola a Buenos Aires. Nicotera era triste.
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Noi vendemmo parte delle nostre terre, e partimmo per l’Argentina.
Mio padre aveva trovato due stanze in una casona bellissima dei primi del Novecento. Dopo poco tempo, decise di lavorare vendendo frutta e verdura con il carretto per strada.
Fu nella primavera del ’51 che mio padre e mia madre decisero di emi- grare in Argentina per raggiungere, appunto, alcuni parenti già emigrati. Ricordo la nostra partenza alla stazione di Nicotera, le lacrime della mia mamma, poiché non voleva lasciare suo fratello Salvatore ed altri parenti che erano venuti a salutarci. Ci recavamo a Genova per l’imbarco sulla M/n Paolo Toscanelli.
Dopo aver raggiunto Genova, partimmo il 5 ottobre del 1951 insieme a non so quante centinaia di persone. Il viaggio durò ventuno giorni e ricor- do ancora affascinato il passaggio dallo Stretto di Gibilterra. Attraversato l’oceano facemmo tappa a Rio de Janeiro, poi a Santos, a Montevideo ed infine raggiungemmo Buenos Aires. Avevo sette anni. In quella strana ter- ra, comunque, mi sentivo bene insieme a mia madre, a mio padre e ai miei zii. Poi mio padre in Argentina ha deciso di mettere radici. Conquistammo insieme, così, altri spazi, un altro Paese, un altro continente. E, come hanno potuto, mi hanno cresciuto, sono andato a scuola, eravamo una bella fami- glia. Quando io e mia madre l’abbiamo raggiunto abbiamo capito che non stavamo economicamente male.
All’arrivo, a Buenos Aires, subito dopo l’attracco al molo dell’imbarcade- ro, una commissione medica visitava i passeggeri per verificare l’assenza di malattie contagiose o invalidanti, magari contratte durante il viaggio, che potevano precludere lo sbarco, e controllava i documenti per verificare, ad esempio, che non vi fossero passeggeri troppo anziani cui non era permesso sbarcare senza adeguati permessi, eventuale residenza presso parenti, fedi- na penale pulita.
Arrivammo in quella casa dei primi del ’900 in stile liberty, con entrata e vitroux alla parete interna, insieme ad altre famiglie. All’interno del patio condominiale, sia davanti che sul retro, vi erano tre enormi palme. Il pa- tio divenne subito spazio per i giochi insieme ad altri bambini. Io ero felice, quando con mia madre nei pomeriggi, uscivamo per andare da mia zia Maria che abitava poco lontano. Dopo qualche anno, avevo anche conquistato la fiducia dei miei; per me era la libertà, una sorta di prova del vivere, conce- dendomi brevi passeggiate nel parco non lontano da casa, vicino al mercato
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“Spinetto”, attorniata da alberi e con la giostra: un’immagine che mi riempiva gli occhi di bambino.
Nella casa abitavano altri due nicoteresi, con loro parlavamo lo stesso dialetto, condividevamo le stesse abitudini, ma questo non bastava a non farci sentire precari e “forestieri” in una terra non nostra, anche se presto ci saremmo integrati.
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Mia madre
Mia madre è nata nel 1907, mi ha lasciato quando io avevo cinquanta- cinque anni. Conservo molti ricordi di lei, ma ho sempre saputo che in un vecchio baule in casa a Nicotera era rinchiusa tutta la memoria della nostra famiglia, vale a dire le foto, da me riprese tra il 1960 e gli anni ’90, con una delle mie fotocamere. Solo poco prima che mia madre morisse ho avuto il coraggio di guardare queste fotografie, con grande curiosità ed emozio- ne. Come per magia, in un attimo, quella misteriosa e sconosciuta persona stampata su carta davanti a me era come se fosse viva. In un secondo ero catapultato nel passato, all’epoca in cui viveva una madre conosciuta poco e molto dimenticata.
Le foto riguardano la vita in campagna, dove trascorrevamo gran parte delle giornate quando andavamo io e Clara, mia moglie, a trovare mio padre e mia madre. Vi trovai anche la cartella clinica dell’Ospedale di Vibo, dove fu ricoverata. E i documenti della casa per anziani a Limbadi in cui mia madre ha trascorso gli ultimi due anni della sua vita. Attraverso questi testi, di cui allora avevo scritto come fossero un diario, è possibile ricostruire per intero la sua vita: l’adolescenza, l’amore, il figlio, la malattia, il disagio esistenziale. Mia madre, se pur analfabeta, parlava come un libro stampato.
Da questa documentazione ho tratto il libro dal titolo: “Nicotera, una vol- ta…” una ricostruzione della mia personale ricerca del volto di mia madre, del paese, della gente che l’abitava all’epoca, attraverso questi manoscritti, soprattutto del periodo in cui mia madre era in casa convalescente. Un tenta- tivo di ridarle vita anche solo sul libro, un modo per celebrarla ricordandola. Per quasi tutta la mia vita il nome di mia madre è stato ignorato, evitato, nascosto. Il suo volto anche.
Ho la fortuna invece di poterla vedere muoversi, ridere, attraverso quelle foto! E poi vederla in Argentina, in campagna, in paese!
Raccontare la storia di mia madre attraverso questi vecchi appunti è stato per me ridare dignità al ricordo della persona che mi ha adorato sin da bam- bino. È un regalo che voglio fare a me, a lei, e a tutti i genitori.
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Con questo lavoro vorrei anche trasmettere il fortissimo sentimento di nostalgia che ho provato nel guardare queste immagini per la prima volta. Non solo nostalgia per una mamma che non c’è e non c’è mai stata, ma an- che nostalgia per tutto quello che è stato e che non tornerà, per quello da cui veniamo e al quale ci sentiamo circa consapevolmente legati. La nostalgia come sentimento necessario per il superamento di una perdita. La nostalgia come condizione essenziale per vivere. Nel libro ho voluto evocare atmosfere e sentimenti che, credo, tocchino ognuno di noi.
A mia madre Francesca che non ha avuto il tempo per leggere queste mie testimonianze.
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Il borgo antico, visto da Giuseppe De Pietro
Parlare del borgo antico di Nicotera dopo la fine della guerra, rivedere al- cune fotografie di repertorio, trasformando il tutto in una narrazione emo- zionale affidata alla penna, oltre allo scaricamento dell’anima e al sussulto interiore può essere utile per la conoscenza di un territorio, della sua gente e della sua storia.
È un contributo importante per la conoscenza e la tradizione e per la me- moria della nostra terra; è un intreccio tra costume, ritualità e fede quello messo in risalto sotto la sua ottima lente. Del resto un “fotografo” possiede uno spiccato senso delle cose e il suo occhio ne sa cogliere l’attimo per fer- marlo per sempre. De Pietro è maestro della fotografia perfezionata e va- lorizzata per viaggi affrontati e i personaggi noti incontrati in Italia e nel mondo.
È stato definito il fotografo delle grandi testate giornalistiche, collaboran- do con un’infinità di riviste italiane e di molti Paesi del mondo. De Pietro, dal 1970, in Italia ha intrapreso un vero e proprio dialogo, intrecciando alla casualità e all’attività giornalistica il suo racconto di esperienza sul campo. Uno sguardo intensamente artistico, profondamente antropologico, pieno di luoghi, di persone che gli hanno consentito di acquisire un’universalità del tempo vissuto e di condensare e riassumere gli insegnamenti ricevuti. I suoi lavori scavano nell’animo umano, esplorano le viscere delle tradizioni seco- lari, vanno alle radici e alle ragioni dell’aggregazione sociale dei popoli cono- sciuti, ancora oggi un maestro indiscusso della fotografia in Italia e non solo.
Questo volume risulta uno spaccato della vita quotidiana tra ritualità pagana e cattolicesimo nicoterese, una fotografia dell’umanità afflitta ma devota e rapita dal mistero che ricerca un senso profondo dell’esistenza e lo trova, anche se travolta da eventi ineluttabili. Uno spaccato di costume che la memoria recupera attraverso le oltre cento fotografie (tante con immagini di repertorio, non sempre di Nicotera, ma che ne danno il senso) di ispirazio- ne antropologica, storica, culturale e sociale, per rompere le pieghe dell’oblio, dove si annida la dimenticanza e matura l’incoscienza.
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Le persone danno tanto e relazionarsi con loro, confrontarsi, è una cosa bellissima. L’umanità riesce sempre a meravigliarci e a vedere come l’unione ci possa far superare i momenti bui e far riflettere sul futuro. Noi siamo gli altri. Tutti.
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Chi è De Pietro
Giuseppe De Pietro è un testimone del Novecento, capace di sintetizzare con le sue immagini e le espressioni più intime e secolari un paese e la sua storia, di trasporre sulla carta la realtà, senza nessuna edulcorazione, senza alcuna finzione. Non è stravolgimento della realtà ma pretesto per raccon- tarla.
La sua opera letteraria, in quanto comunicativa di storie di tradizione, si lega a doppio filo con l’antropologia e l’etnografia, che si rivelano il binario giusto sui cui corre il treno dei ricordi dell’autore.
Tra le sue collaborazioni fotografiche alcuni articoli per: “Tutto Turismo”, “Tempo”, L’Espresso”, “Panorama”, “Epoca”, “Amica”, “Gente Viaggi”, “Mon-
do Cucina”, “Vogue Casa” ecc. Testate estere; “”Stern” (Amburgo), “Swartzer Illustrierte” (Zurigo), “Interviù” (Madrid), “Claudia” San Paolo), HK Magazi- ne (Hong-Kong), “Vanidades”, “Odyssey Magazine” (Johannesbourg), (Mes- sico), “Sayidati” (Jedda), “Non no” (Tokyo), Pul (Sydney) “National Geo- graphic” (Washington), ecc. Autore di diverse pubblicazioni come Direttore Responsabile. “Happening in Italy”, “Roma Sposi”, “L’Europe”, e tante altre. Attualmente è editore e direttore di “Suntime Magazine”, testata nata nel 2000 fino al 2013 cartacea, attualmente sul web www.suntimemagazine. com, testata giornalistica di viaggi rivolta soprattutto ai viaggiatori più che ai turisti di natura, ecologia, ambiente.
Giuseppe De Pietro con il suo libro “Nicotera, una volta” ha reso ai cala- bresi l’immagine di una Nicotera travagliata ed al contempo sorprendente, misteriosa, fatata, tormentata, irriducibile e bella.
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Ringraziamenti
Quando ho deciso di scrivere queste note, mai avrei pensato di ottenere questo voluminoso documento anche in parte storico, che lascio alla memo- ria delle future generazioni di Nicotera, affinché confrontino quella che era la vita di allora con quella, forse più comoda, ma molto meno affascinante, dei nostri giorni.
Ringrazio tutti coloro, inconsapevoli e non, che hanno contribuito alla stesura di queste memorie. Inutile formulare un elenco; tutte hanno contri- buito in un modo o in un altro alla riuscita di questo libro.
Ringrazio il Prof. Vincenzo Buccafusca, anche lui nato e vissuto a Nico- tera, con cui ci vedevamo ogni qualvolta ritornavo da Roma, dove abito, in quanto eravamo dirimpettai in via Foschea, che sapeva di questo mio pro- getto vedendo, ogni volta entrava in casa, scritti e appunti su questo libro.
Ringrazio mia madre che si è fatta partecipe e mi ha aiutato a ricostruire e ampliare alcuni episodi concernenti la vita di allora.
Ringrazio il Dott. Rosario Sprovieri, utilissimo nel ricordare e modificare l’intero testo così come di alcuni protagonisti di questa narrazione.
Ringrazio il mio amico Sergio Ferroni che mi ha aiutato più volte a risol- vere problematiche concernenti il buon funzionamento del mio Mac e l’appor- to delle modifiche alla copertina del libro.
Ringrazio infine il Sindaco di Nicotera, Giuseppe Marasco, che si è reso disponibile alla presentazione del libro alla sede Consiliare del Comune di Ni- cotera.
Ringrazio l’Accademia Internazionale della Dieta Mediterranea di Nicotera e il suo presidente.
Grazie ancora a tutti.
Le fotografie riprodotte in questo volume, la maggior parte del periodo com- preso tra il 1945 e il 1950, sono state scattate da alcuni dei protagonisti di quegli eventi, non sempre necessariamente del territorio. I testi sono stati scritti in diversi periodi da me con l’ausilio di mia madre, per cui non vi è un pensiero omogeneo.
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Alcune note qui riportate sono state desunte da Internet e da un opuscolo uscito tempo addietro sulla storia di Nicotera.
Giuseppe De Pietro con il suo libro “Nicotera, una volta…!” ha reso ai ca- labresi l’immagine di una Nicotera travagliata ed al contempo sorprendente misteriosa, fatata, tormentata, irriducibile e bella.
Roma 2023
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Indice
Sentimenti per Nicotera 5 Nicotera, una volta… 7 Introduzione 9 Nicotera e le sue stagioni 9 La Stazione 13 Come si viveva una volta 15 Andavamo all’acqua 17 Il “massaro” in campagna 20 Questa mattina il postale non arriva 23 La potatura degli alberi 25 La mia casa 27 La famiglia in campagna 30 Il forgiaro 34 Il maniscalco 36 Un sogno 38 Freddo di dicembre 40 “U pirrocciulu” 43 Carnevale 45 “A pezza ’o casu” 47 Processione di San Giuseppe 50 Tuoni di marzo 52 Venerdì Santo 54 Vento 57 Scena di madre al Borgo 60 “U pani i casa” 62 Rughe 65 La Judecca 67 Il gattino e la bambina 70 Si ode il canto del mare 73 Una donna color passione 76
L’Asilo Scardamaglia 80 Ritratti 83 Marina di Nicotera 86 “Preicciola” 88 Innamorato della stessa ragazza 90 La ginestra dalle nostre parti 93 Il matrimonio a Nicotera 95 “Mastru Cosmianu” con i suoi cesti 99 Primavera 101 Vita contadina 105 I Giganti 108 La prima comunione 111 Profumo di “pignolata” 113 “U scarparu” 115 La cucina nicoterese 117 I ragazzi al lavoro 119 I gelsi 121 Gli animali da cortile 123 Giulietta 125 Vita nei campi 128 Casetta di campagna 130 Le anziane signore 133 I mulini, un tempo 135 Pescatori 138 In estate si andava in Marina 140 La tarantella dalle nostre parti 142 In estate si raccoglievano fichi 144 Processione di San Francesco 146 Vita monastica 148 Il lattaio e la sua capra 150 Santa Maria Assunta 152 Gente del Borgo 155 Passo frettoloso 157 Lavarsi all’epoca era perfino immorale! 159 “U vacili chi rosi” 161 Pranzo contadino 164
Il Castello Ruffo 166 Piazza Santa Caterina 169 “A fuitina” 172 Muri 175 Il mercato della domenica 177 La mamma con il suo bambino 179 La figlia del barbiere 181 L’asino a Nicotera 184 “Vindignamu” 187 I vigneti di S. Pietro 192 L’asino di Carmela 197 Nenia 199 La giornata nell’orto 200 Tempo di conserve 204 Amori in campagna 207 Inerpicandosi tornando dal mare. 210 Fiume “Tuccina” 213 Il lume a olio 216 Settembre 218 Inganno 220 Giovanna e le sue pecore 222 Lo speziale 224 Mare 228 Il barbiere 230 Raccolta delle olive 232 In viaggio con l’asino 234 La macchinina di latta 236 Ascoltavamo la radio 239 L’emigrazione 241 Le frasche 243 Vita contadina 245 “Carbunaru” 248 Pastore per vocazione 252 Processione di S.S. Immacolata a mare 254 Avvento 258 Il Presepe 262
La neonata 264 Speranza 266 Ora sto meglio 268 Freddo di dicembre 270 Superstizioni e credenze 272 “U pirajnu” 276 Nicotera povera, ma bella 279 L’arrivo a Buenos Aires 282 Mia madre 285 Il borgo antico, visto da Giuseppe De Pietro 287 Chi è De Pietro 289 Ringraziamenti 291
informazioni sull’ospitalità alberghiera e su ogni altra informazione su Nicotera: Comune di Nicotera Corso Umberto I Tel. 0963 81420
Giuseppe De Pietro
