di Giuseppe De Pietro
Dopo La Pantera delle Nevi, Vincent Munier ci porta nel cuore delle foreste dei Vosgi. È qui che ha imparato tutto da suo padre Michel, un naturalista che ha trascorso la sua vita osservando pazientemente la fauna selvatica nei boschi. Ora è giunto il momento di trasmettere queste conoscenze a Simon, il figlio di Vincent. Tre punti di vista, tre generazioni, un’unica fascinazione condivisa per la natura selvaggia. Insieme osservano cervi, uccelli rari, volpi e linci… e, a volte, il battito d’ali di una creatura leggendaria: il gallo cedrone.
INTERVISTA A VINCENT MUNIER

Vincent, dopo la grande avventura che l’ha portata sulle tracce de La Pantera delle Nevi, la ritroviamo in questo nuovo film ancora alla ricerca della natura selvaggia, ma in una dimensione molto più intima. Di cosa si tratta?
In effetti, Il Canto della Foresta è un film più intimo. Questa volta niente spedizioni lontane né luoghi esotici, ma un’immersione nelle foreste che mi hanno formato. L’approccio è più immersivo e la macchina da presa diventa quasi una presenza animale: non domina ciò che osserva, ma si fonde nell’ambiente. Noi cerchiamo di guardare gli animali… ma anche loro, continuamente, osservano noi. È questo gioco di specchi che mi interessa: filmare non da una posizione di forza, ma assumendo una postura di fragilità e attenzione.
Di quale intimità stiamo parlando?
Di quella che unisce tre generazioni: mio padre Michel, mio figlio Simon e me. Sono cresciuto non lontano dalla foresta, con genitori che mi hanno insegnato a guardare gli alberi, gli uccelli e il vento come si guarda un tesoro. È un privilegio raro e ho sentito che fosse arrivato il momento di condividerlo attraverso un film. Questa intimità è naturalmente familiare, legata al trio che formiamo noi tre, ma è anche sensoriale. Si manifesta nel modo in cui ci si mette in appostamento, nell’attendere insieme, in silenzio, che qualcosa appaia. È un’intimità che nasce quando accettiamo di farci piccoli, per lasciarci attraversare da ciò che ci circonda.
Nella messa in scena di questo trio c’è qualcosa che richiama una fiaba, un racconto…
Il film ha assunto molto presto questa dimensione da veglia attorno al fuoco, quasi da racconto, in effetti. La capanna è diventata un luogo centrale, una sorta di focolare attorno al quale ci si riunisce, dove le storie tornano a vivere e vengono tramandate. Ma non è soltanto un racconto familiare: è anche un modo per dire che la foresta stessa racconta una storia.
A quale “canto” fa riferimento il titolo del film?
È la grande sfida di questo film: dare voce alla foresta. La foresta ha un canto tutto suo, sottile, discreto e a volte potentissimo. Il suono, con tutte le sue sfumature, ha un’importanza fondamentale. Da una decina d’anni lo integro sempre di più nel mio lavoro. È diventato essenziale quanto l’immagine, e a volte persino di più. Lascia spazio all’immaginazione, ed è uno spazio prezioso. Volevo che lo spettatore vivesse questa esperienza come se si trovasse lui stesso in appostamento, immerso nell’oscurità, con tutti i sensi all’erta. Quando si è in appostamento, si sente prima di vedere: che si tratti dell’allocco, del gufo reale, del cervo, della gru o, naturalmente, del gallo cedrone. Soprattutto di notte, sono i suoni a delineare le presenze: un respiro, uno scricchiolio, il fruscio di un’ala che si intuisce nell’ombra. Abbiamo cercato di rimanere “nel sussurro”, di bisbigliare anziché parlare. È un modo di abitare la foresta. Sono stati aggiunti pochissimi effetti sonori. I suoni sono naturali, registrati sul campo lasciando per alcuni giorni microfoni alimentati a batteria in punti strategici. È lo stesso approccio adottato per le immagini: niente artifici, niente effetti. Solo il linguaggio del bosco, i richiami, i versi degli animali e silenzi pieni di vita.
Con quale frequenza avete girato?
Ogni mattina e ogni sera parto alla ricerca dell’istante, nei dintorni della mia fattoria nei Vosgi, circondata dalla foresta. È diventata un’ossessione. Bisogna girare moltissimo per sperare di catturare quei momenti, per poi trascorrere mesi a visionare il materiale e conservare soltanto l’essenziale. La regola, ammesso che ce ne sia una, è la pazienza: tanto sul campo quanto davanti al banco di montaggio, quando si selezionano le immagini e si costruisce il racconto.
Tutte queste immagini sono state girate esclusivamente nei dintorni di casa sua?
In gran parte sì, anche se qualcosa è stato girato nel Giura. Sono le foreste in cui sono cresciuto, quelle in cui ho imparato a osservare gli animali selvatici. Ho sempre avuto la convinzione che non fosse necessario andare dall’altra parte del mondo per vivere momenti di grande intensità. Il passaggio di una volpe in una radura, nella luce del mattino o della sera, può regalare un’emozione forte quanto quella provata davanti a una pantera sull’Himalaya. Questa vicinanza era importante per me. Volevo mostrare che la meraviglia è lì, a pochi passi da noi, nei paesaggi più familiari, purché si accetti di immergervisi davvero. Il film affonda le radici in questo territorio, ma si apre anche verso altri luoghi: abbiamo girato in Norvegia, durante una sorta di viaggio iniziatico di Simon alla scoperta del gallo cedrone.

Quanti mesi di riprese e quante notti di appostamento sono stati necessari?
È difficile quantificarlo con precisione. Potremmo dire almeno dieci anni, perché il film si basa anche su immagini che ho girato nel corso del tempo durante i miei appostamenti nei Vosgi. Si tratta di migliaia di ore accumulate, spesso senza vedere nulla, ma necessarie per prepararsi a quei rari momenti di grazia in cui avviene l’incontro. A questo si sono aggiunti periodi di riprese più concentrati, distribuiti nell’arco di un anno, a seconda del meteo e della disponibilità di Simon e di mio padre. Non abbiamo acquistato immagini di repertorio e non ci sono ricostruzioni. Il film è il frutto di una presenza quotidiana e costante. E per riuscirci tutto dipende dall’attenzione, dalla pazienza e, soprattutto, dalla discrezione durante le riprese. Ero spesso solo per tutte le immagini di paesaggio e quelle dedicate agli animali, mentre abbiamo lavorato con una troupe ridotta per le scene nella capanna e per le riprese in Norvegia. Due amici operatori, Antoine Lavorel e Laurent Joffrion, mi hanno affiancato. Niente fonico né altri tecnici. Niente gru, droni, carrelli o nebbia artificiale e, naturalmente, nessun animale addomesticato. Soltanto una macchina da presa pensata per farsi dimenticare.

Un altro grande protagonista è questo uccello quasi leggendario…
Sì, il gallo cedrone è molto più di un semplice uccello all’interno del film: è un vero e proprio personaggio. Ha plasmato la vita di mio padre, poi la mia, ed è stato per noi un maestro dell’appostamento. È grazie a lui che abbiamo imparato ad aspettare, ad ascoltare e a rimanere immobili per ore nel silenzio della foresta. Ogni anno, all’inizio della primavera, mio padre ha trascorso più di mille notti sotto un abete per imparare a conoscerlo meglio. Ma la sua scomparsa dai Vosgi rappresenta anche un simbolo doloroso. Dopo decenni di battaglie, nonostante tutta l’energia di mio padre e di numerosi naturalisti, la specie è progressivamente diminuita fino a scomparire dal massiccio. Le ragioni principali sono tre: il riscaldamento climatico, una gestione forestale sempre più industriale e l’aumento del disturbo causato dall’attività umana. Eppure il gallo cedrone non rappresenta soltanto una perdita. È anche un messaggero. Ci ricorda che la foresta è un insieme, un sistema unitario, e che può rinascere se le viene data la possibilità di farlo. Altre specie dimostrano che alcuni ritorni sono possibili: il gufo reale, la civetta nana, la cicogna nera. Anche nella sua assenza, il gallo cedrone continua a insegnarci qualcosa: quanto ogni essere vivente sia importante per l’equilibrio della vita.

Perché è urgente ripensare il nostro rapporto con la foresta e con il mondo vivente?
Perché la foresta non è uno sfondo, né un semplice serbatoio di risorse: è un mondo a sé, complesso e vivo. Una foresta ricca è una foresta diversificata: composta da molte specie di alberi, da piante di età differenti, da legno morto lasciato sia a terra sia in piedi. È proprio questa varietà a renderla più resiliente di fronte ai cambiamenti climatici. Volevo inoltre ricordare che anche noi facciamo parte di questo insieme. Parliamo ancora troppo spesso degli animali in termini di “nocivi”, “selvaggina” o “danni”, come se tutto dovesse essere giudicato esclusivamente sulla base del nostro interesse immediato. Questa visione riflette un rapporto con il mondo interamente centrato sull’essere umano, nel quale il resto della vita viene relegato in secondo piano. Eppure nella foresta non esiste una gerarchia. Ogni essere, dal più piccolo al più imponente, contribuisce all’equilibrio complessivo. «Imparare a pensare come una montagna», scriveva Aldo Leopold. Vorrei che oggi imparassimo a pensare come una foresta: capire chi vive qui e in che modo. Dire semplicemente che la natura è bella non basta più. Dobbiamo ricordare che questa bellezza non è un lusso, ma una condizione essenziale per la nostra sopravvivenza.
Una crisi della sensibilità?
Senza dubbio! Ci stiamo abituando alla mediocrità e, a volte, perfino all’inaccettabile: fiumi inquinati e incanalati, aria satura, foreste rase al suolo e ripiantate, paesaggi sempre più uniformi. E ciò che mi rattrista è vedere quanto siamo pochi a esserne ancora profondamente colpiti. Come se la nostra capacità di meravigliarci si fosse spenta. Penso inoltre che questa crisi riguardi in modo particolare gli uomini. Da sempre ci viene insegnato a dare valore alla performance, al dominio, al possesso. Siamo incoraggiati a nascondere le nostre fragilità, a non mostrare le emozioni. Eppure le nostre fragilità sono preziose: possono aiutarci a vivere meglio insieme. Mi fa infuriare constatare quanto poco siamo toccati dal male che infliggiamo al mondo vivente non umano. Ma voglio continuare a sperare che un approccio più sensibile e poetico alla natura possa trasformarci. Dobbiamo imparare di nuovo a considerarci creature tra le creature, né al di sopra né al di fuori del resto della vita.
Lei lo sa bene…
Sì. La mia vita è cambiata a dodici anni, la stessa età che aveva Simon durante le riprese, in seguito a un incontro faccia a faccia con un capriolo. Un istante apparentemente minuscolo, ma sufficiente a orientare tutta la mia esistenza. A volte basta davvero poco per cambiare il destino di un bambino: un incontro, un’emozione, un momento di grazia. La vera sfida, poi, è riuscire a non perdere quell’intensità con il passare degli anni. Nonostante il peso delle abitudini e dei condizionamenti sociali, dobbiamo continuare a meravigliarci. È ciò che cerco di trasmettere attraverso questo film: «soffiare sulle braci della meraviglia», per riprendere un’espressione del filosofo Baptiste Morizot. Perché quella fragile fiamma non si spenga.
Per Simon non potrebbe essere difficile avere davanti a sé due personalità così appassionate e forti, due figure di riferimento che hanno già aperto la strada e lasciato le proprie impronte nella neve prima di lui?
È una domanda che mi pongo spesso. Mio padre e io abbiamo entrambi lasciato impronte molto marcate e questo potrebbe effettivamente risultare intimidatorio per Simon. Ma lui ha già trovato le proprie passioni: l’architettura, il teatro, la scenografia, i costumi. Non è schiacciato dai nostri percorsi. Sta seguendo il suo. La trasmissione, così come la intendo io, non è un invito obbligato a camminare sulle nostre orme. È piuttosto una mano tesa, un’apertura. Come dice mio padre: «siamo tutti un po’ parte di ciò che se ne va». Ma spetta poi a ciascuno tracciare la propria strada e lasciare le proprie impronte.
Quando si è reso davvero conto del tesoro che suo padre le aveva lasciato trasmettendole la passione per la fotografia naturalistica?
Molto presto. Fin dall’adolescenza ho sentito questa passione immediata per l’appostamento e per l’immagine. Nulla garantiva che ne avrei fatto un mestiere, ma quella spinta era già lì. La gratitudine verso mio padre è arrivata molto presto. Era un guerriero pacifista, uno di quegli ecologisti degli anni Settanta e Ottanta che venivano spesso caricaturizzati, ma che erano in prima linea in ogni battaglia: difendere un torrente, proteggere una foresta minacciata dalla costruzione di uno skilift, opporsi a progetti distruttivi. Le sue battaglie mi hanno profondamente segnato. L’idea di filmarlo è arrivata più tardi. Ho sempre amato comporre un’immagine e ho voluto mettere questa capacità al servizio delle sue battaglie. Questo film è anche un omaggio: a lui, alla sua forza vitale, ma anche a tutti coloro che lottano, alle associazioni, ai volontari, agli attivisti che lavorano lontano dai riflettori. Senza di loro, l’erosione della biodiversità sarebbe stata molto più violenta.
Porta avanti anche lei queste battaglie?
Sì, ma in modo un po’ diverso. Questo film è il mio modo di prolungare il suo impegno. Non mi considero un attivista nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto qualcuno che trasmette emozioni. Credo che sia possibile risvegliare le coscienze attraverso la bellezza, la poesia e la meraviglia. È questa la porta d’ingresso verso l’azione.
Le capita mai di essere tentato di rinunciare?
Sì. A volte ho voglia di proteggermi dal tumulto, di ritirarmi nella mia fattoria, creare un piccolo paradiso per gli animali e vivere lontano dalle costrizioni che ci vengono imposte. Ma quando vado in una scuola, incontro dei bambini e vedo il loro sguardo dopo un film o dopo aver osservato una fotografia, capisco perché continuo. Molti mi raccontano che la loro vita è cambiata dopo una proiezione o una lettura. Queste testimonianze, soprattutto quelle dei più giovani, sono preziose. Mi restituiscono la forza di andare avanti.
Dopo tutto ciò che La Pantera delle Nevi ha generato in termini di attenzione, successo ed esposizione mediatica, questo nuovo film così intimo aveva anche lo scopo di riportarla verso se stesso?
Non proprio. Lo si potrebbe considerare un ritorno alle origini, ma in realtà quelle origini non le ho mai abbandonate. I Vosgi sono il mio punto di riferimento, il mio equilibrio. I grandi viaggi sono delle parentesi. La Pantera delle Nevi ha allargato il cerchio. Coinvolgendo uno scrittore che non era un naturalista e raggiungendo un pubblico che non aveva necessariamente un legame con la natura, il film ha fatto incontrare mondi che fino ad allora si ignoravano. Con Il Canto della Foresta volevo tornare all’essenziale: ciò che mi ha formato, ciò che mi anima profondamente e che mi fa sentire davvero vivo.
A PROPOSITO DI VINCENT MUNIER
Vincent Munier nasce a Épinal, nei Vosgi, nel 1976. Trascorre l’infanzia costruendo capanni per l’appostamento, bivaccando nei boschi, scendendo i fiumi in canoa e arrampicandosi sulle pareti rocciose. Suo padre Michel, ecologista della prima ora, gli insegna i trucchi del campeggio e gli trasmette l’esigenza viscerale di «entrare nella foresta in punta di piedi». A dodici anni, nascosto sotto un telo mimetico e tremante per l’emozione, scatta la sua prima fotografia a un capriolo. Dopo il liceo viaggia nelle foreste primarie dei Paesi dell’Est, alla ricerca di orsi, linci e lupi, e poi in Scandinavia, seguendo la migrazione delle gru cenerine. Nel 1999 pubblica il suo primo libro, LE BALLET DES GRUES.
Lavora come operaio nel settore orticolo, muratore e fotoreporter per finanziare l’attrezzatura fotografica. Incoraggiato dai riconoscimenti ottenuti al Wildlife Photographer of the Year, organizzato dalla BBC e dal Natural History Museum di Londra, nel 2000 decide di dedicarsi esclusivamente alla fotografia della fauna selvatica. Grazie a una borsa di studio trascorre tre mesi sull’isola di Hokkaido, fotografando gru della Manciuria e cigni selvatici nella neve. Da quell’esperienza nasce TANCHO (2004). Si fa conoscere per un linguaggio fotografico unico, ispirato alle stampe giapponesi e all’arte minimalista: nebbia, pioggia, neve e tormenta avvolgono paesaggi e animali, talvolta ridotti a una silhouette. Le sue immagini nascono da spedizioni sempre più lontane e da una lunga pazienza: lupi d’Etiopia, orsi bruni della Kamčatka, lupi artici e buoi muschiati dell’Artico, pinguini imperatore dell’Antartide…
Amante dei viaggi in solitaria, unisce avventura, interesse naturalistico e fotografia, organizzando personalmente le spedizioni e riducendo al minimo la propria presenza nell’ambiente. Nel 2013 trascorre un mese solo e senza assistenza sull’isola ghiacciata di Ellesmere, nell’Artico canadese, all’80° parallelo nord. Un branco di nove lupi artici gli si avvicina: questi «fantasmi della tundra» saranno protagonisti di ARCTIQUE (2015). Nel 2016 fotografa per la prima volta la pantera delle nevi sull’altopiano tibetano, a cui dedicherà due libri nel 2018, tra cui TIBET, MINÉRAL ANIMAL, con lo scrittore e viaggiatore Sylvain Tesson. Nel 2021 esce il film LA PANTERA DELLE NEVI, co-diretto con Marie Amiguet.
Oggi Vincent espone in Europa e negli Stati Uniti e pubblica le proprie immagini sulla stampa internazionale. Autore di una dozzina di libri, nel 2010 ha fondato la casa editrice Kobalann e sostiene associazioni impegnate nella protezione della fauna selvatica. Il suo campo base resta nei Vosgi, dove nel 2011 è nato suo figlio Simon.
A PROPOSITO DI MICHEL MUNIER
Nato nel 1947, Michel Munier è un appassionato difensore delle antiche foreste dei Vosgi. A partire dagli anni Settanta ha percorso il massiccio in ogni condizione meteorologica, fino all’incontro decisivo con il gallo cedrone, animale dalle abitudini discrete e misteriose. Ottocento notti di appostamento per vivere istanti di grazia e di bellezza… Naturalista, ecologista e fotografo, ha dedicato la propria vita a trasmettere la sua passione e a sensibilizzare il pubblico sulla necessità di proteggere le specie e gli ambienti naturali dei suoi Vosgi.
Insieme al figlio Vincent ha firmato i libri fotografici CLAIR DE BRUME (Hesse, 2007) e AU FIL DES SONGES (Kobalann, 2010). È inoltre autore di L’OISEAU-FORÊT (Kobalann, 2022), racconto intimo, canto d’amore e grido d’allarme nel quale invita alla sobrietà e a un rapporto rispettoso con la natura che ci circonda.
BESTIARIO
GALLO CEDRONE
L’uccello fantasma delle albe ghiacciate. Relitto dell’era glaciale, fugge al minimo disturbo. Per avvicinarlo bisogna diventare invisibili. La sua scomparsa risuona come un oscuro ammonimento sulla fragilità degli equilibri naturali.
CIVETTA NANA
Una civetta in miniatura, impossibile da trovare quando rimane in silenzio. Si rivela attraverso la voce, in un dialogo sottile con chi sa ascoltarla. Un’apparizione al crepuscolo, curiosa e tenace, discreta messaggera della primavera.
GATTO SELVATICO
Sagoma furtiva ai margini dei boschi innevati. Le sue impronte si confondono con quelle del gatto domestico, ma conducono ai segreti delle rocce e delle tane. Crediamo di osservarlo, ma è lui a osservare l’uomo.
VOLPE ROSSA
L’astuzia fatta animale. Una madre coraggiosa che sfida gli uomini per proteggere i suoi piccoli, lanciando i suoi richiami davanti al pericolo. Nella neve, il suo grido attraversa il silenzio e ci ricorda che il coraggio può nascondersi tra i cespugli.
ERMELLINO
Danzatore tra l’erba e le pietre. Saltella, gioca, scompare per poi ricomparire altrove. Fissa l’uomo con aria impertinente, come un enigma in continuo movimento.
GUFO REALE
Cacciatore notturno, grande ombra che sovrasta la valle. I suoi piccoli emettono richiami sommessi dalle fenditure delle rocce. Nei loro occhi color ambra si riflettono il bagliore del fogliame e il trascorrere dei secoli.
CERVO
Nel cuore dell’autunno, la sua voce diventa la voce della foresta. Il bramito, rauco e doloroso, riempie la radura di un canto ancestrale. Il palco, come una corona di rami, lo trasforma nello stregone dei boschi.
LINCE
Uno sguardo invisibile, la pazienza dell’ombra. Osserva senza mostrarsi, maestra nell’arte di scomparire. Incontrarla appartiene quasi ai sogni e, quando accade, può cambiare per sempre il corso di una vita.
