Intervista di Giuseppe De Pietro

Il dottor Dariush Mozaffarian è convinto che una salute migliore per tutti passi da un maggiore accesso al cibo fresco e sano
La frase “il cibo come medicina” si sente ormai ovunque: sui social, in politica e nei media. Ma dietro lo slogan c’è un’idea concreta e potente: utilizzare l’alimentazione per prevenire e trattare le malattie croniche, con la stessa dignità e la stessa serietà di una terapia farmacologica. Il mondo si fa bello: Bush e cibo e cure aborigene.

Il dottor Dariush Mozaffarian, cardiologo e professore di nutrizione alla Tufts University, dal 2023 dirige il “Food is Medicine Institute”, che unisce ricerca, formazione e impegno politico. Ha pubblicato oltre 600 articoli scientifici e ha contribuito a portare questo tema al centro del dibattito sanitario negli Stati Uniti. Ecco un’intervista per scoprire cosa significhi “cibo come medicina”, i programmi già avviati e le prospettive future.
Sì, e in tre modi diversi. Primo: in senso generale, il cibo è la base della salute. È il significato della frase attribuita a Ippocrate: “fa’ che il cibo sia la tua medicina”. Secondo: ci sono sostanze bioattive e fitonutrienti che hanno effetti biologici molto potenti, e che possiamo isolare e usare come medicinali. Terzo: ed è la novità più interessante, il cibo può essere prescritto dal sistema sanitario, esattamente come un farmaco o un test diagnostico.

Come definite questo concetto al vostro istituto?
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Abbiamo pubblicato un documento con i CDC, la Harvard Law School e la Food Is Medicine Coalition che spiega la nostra visione. Abbiamo elaborato una piramide: al vertice ci sono gli interventi più intensivi per i pazienti più malati; alla base, le politiche nutrizionali e i programmi federali che garantiscono di mangiare sano a tutta la popolazione. Noi lavoriamo soprattutto sui livelli alti della piramide, cioè sull’integrazione dell’alimentazione nell’assistenza sanitaria, ma ci muoviamo su tutti i fronti.
Ci sono definizioni di “cibo come medicina” con cui non sei d’accordo?
Sì. Ho visto aziende proporre pasti ultraprocessati come “cibo medicina”: salsicce, waffle, il peggio del cibo industriale. È un abuso del concetto. Il problema centrale sono gli standard: bisogna chiarire che cosa significhi davvero “cibo sano”. E va ricordato che nessuno ha mai detto che il cibo è solo medicina: è anche cultura, gioia, gusto e tradizione. Non stiamo cercando di medicalizzare il cibo, ma di naturalizzare l’assistenza sanitaria.

I programmi già attivi In quali ambiti il cibo è già usato come medicina?
C’è un enorme slancio. Diciotto stati hanno chiesto ai Centers for Medicare & Medicaid Services di integrare il cibo nei programmi Medicaid, e decine di migliaia di pazienti sono già assistiti. In Massachusetts, uno degli stati pionieri, il progetto pilota è così avanzato che il CMS ha chiesto di renderlo permanente. Anche in Medicare Advantage oltre la metà dei piani offre benefici alimentari, che vanno dalle carte spesa a periodi di pasti dopo le dimissioni ospedaliere.
I sistemi sanitari privati stanno spingendo molto: Kaiser Permanente, il più grande del Paese, ha deciso di trasformare il cibo come medicina in un centro di eccellenza che coinvolga tutti i suoi ambiti, dalla prevenzione alla formazione. Oggi esiste un mosaico di programmi pubblici, privati e federali, ma il movimento cresce e raddoppia le sue dimensioni ogni anno.

Dal punto di vista politico, la direzione è quella giusta?
Per la prima volta abbiamo un Segretario alla Salute che considera il cibo la principale causa di cattiva salute. È un cambiamento epocale. Si concentra soprattutto sugli additivi, ma l’attenzione sul tema c’è, ed è un segnale molto positivo.
E per la ricerca?
Abbiamo almeno 20 progetti attivi al “Food is Medicine Institute”, ma ne servono molti di più in tutto il Paese. Le fondazioni private hanno già investito: la Rockefeller e l’American Heart Association hanno stanziato un quarto di miliardo di dollari in dieci anni. I finanziamenti federali sono cruciali: senza, sarebbe difficile crescere, ma i segnali finora sono incoraggianti.

Come rispondi a chi sostiene che la medicina è medicina, e che il cibo non lo è?
Sono un cardiologo, e vi assicuro che il vero ritardo nelle cure di cui soffrono i pazienti è la mancanza di cibo sano. Il cibo non è in competizione con la medicina, è complementare. In alcuni casi può persino sostituire i farmaci. Non si tratta solo di prevenzione, ma anche di terapia.
Sei d’accordo con chi richiama le tradizioni antiche, come la medicina cinese che usava il cibo per curare?
Sì, molte culture hanno usato il cibo per trattamenti specifici. Oggi, però, non parliamo di rimedi complessi a base di erbe rare: si tratta semplicemente di offrire alle persone alimenti integrali, poco lavorati, ricchi di nutrienti, e di insegnare loro a cucinarli.

Guardando avanti, quali sono le sfide principali?
Dobbiamo chiarire quali pazienti trattare, con quali alimenti e per quanto tempo. I modelli sono tre: pasti completi personalizzati, pacchi di alimenti su misura e prescrizioni di frutta e verdura. Alcuni ne hanno bisogno per due mesi, altri per tutta la vita, come avviene con i farmaci cronici.
Abbiamo bisogno di strumenti di screening nelle cartelle cliniche, di percorsi di trattamento, di formazione per medici e operatori sanitari. E dobbiamo definire i giusti percorsi di pagamento. Oggi milioni di americani hanno accesso al “cibo come medicina”, ma decine di milioni ancora no, per motivi geografici o assicurativi.
Il punto è chiaro: con il cibo come medicina abbiamo l’opportunità non solo di migliorare la salute, ma di migliorarla soprattutto per chi ne ha più bisogno.

Ci fa da guida nel mondo delle cure naturali degli aborigeni?
Sì, in effetti il mio interesse è anche rivolto alle cure degli aborigeni: come si curano?
Ho scoperto che bisogna parlare al passato, cioè come si curavano perché ormai molti vivono nelle città e quando si ammalano vanno dal medico tradizionale. Le comunità che ancora vivono nei territori lontani migliaia di km da un qualsiasi centro abitato, in caso di emergenza sanitaria vengono curati o trasportati su un aereo dai medici del Royal Flying Doctor Service, un servizio medico che raggiunge anche i luoghi più sperduti dell’Australia.
Dunque la medicina del bush sta scomparendo, e molti dei metodi tradizionali per curarsi naturalmente sono sconosciuti ai giovani aborigeni?
Nella cultura aborigena le malattie si curano con l’aiuto di erbe e con i poteri del guaritore. Il concetto di guarigione coinvolge l’ambiente naturale –erbe, piante e insetti– e il mondo spirituale rappresentato dal guaritore.

Si guarisce bevendo succhi di erbe oppure applicando minerali e insetti del bush consigliati dall’esperto e seguendo i riti dei guaritori spirituali. In poche parole, per guarire da qualsiasi malattia la cura deve essere in perfetto equilibrio nelle sue componenti sia spirituali, sia fisiche?
Se una persona si ammala entrano in gioco due ‘dottori’: il medico spirituale e “l’uomo di medicina”?
I medici spirituali sono considerati la suprema autorità e le loro cure sono finalizzate alla correzione della disarmonia spirituale, mentre l’uomo di medicina dopo aver fatto la diagnosi prescrive i rimedi naturali, diversi a seconda della stagione e del luogo.
Gli antichi aborigeni inconsapevolmente sono stati i primi a capire che il grasso animale fa assorbire meglio il principio attivo di alcuni composti naturali, e così hanno imparato a fare ungenti a base di grasso e di erbe.
Ma molto di questo sapere sta scomparendo perché nella cultura aborigena, nulla viene scritto, ma tutto si tramanda attraverso i canti e le cerimonie, ormai sempre più rare.
I trattamenti medici aborigeni sono stati studiati da chimici, farmacologi e medici che hanno rilevato le proprietà anti-batteriche e anti-infiammatorie di molte piante del bush, i principi attivi delle quali sono usati per la medicina occidentale.

Quali sono i 10 farmaci più comuni tra gli aborigeni, ovviamente sono sostanze estratte da piante o insetti.
- La Melaleuca alternifolia conosciuta come tea tree o albero del tè schiacciata e trasformata in una pasta e applicata sulle ferite per accelerare la guarigione. Ma in caso di mal di gola le foglie vengono usate per preparare un tè. L’olio di tea-tree è un potente antisettico utilizzato per il trattamento di tutte le infezioni.
- L’olio di eucalipto, usato oggi come collutorio e pastiglie contro il mal di gola e la tosse, gli aborigeni lo usano per attenuare i dolori del corpo, la febbre e i brividi.
- Kakadu Plum tree o Terminalia ferdinandiana è una specie di prugna, ed è il frutto più ricco in assoluto di vitamina C del mondo vegetale, ne contiene 50 volte più delle arance. È stata per secoli una delle principali fonti di cibo per le tribù dove cresce.
- I Pycnoporus sanguineus chiamati anche funghi del deserto, vengono succhiati dagli aborigeni per curare disturbi alla bocca o alle labbra. Veniva usato anche come una sorta di anello dentale utile per i bambini con il mughetto.
- Le foglie di Eremophila o emu bush vengono usate dalle tribù aborigene per lavare piaghe e ferite oppure per gargarismi. Svolgono un’azione antibiotica naturale e il principio attivo viene usato anche nella medicina tradizione.
- E adesso passiamo a dei vermicciatoli, le larve dell’ Endoxyla leucomochla molto diffuse nel bush vengono schiacciate e trasformate in una pasta che fanno guarire le ustioni.
- Dalle foglie e dalla corteccia della vite Tinospora smilacina si estrae una linfa usata per alleviare il mal di testa, l’artrite e altri disturbi infiammatori.
- Il Ficus e la Passiflora si ottiene una sostanza molto utile come antistaminico per alleviare il prurito. Le foglie vengono schiacciati e immersi in acqua, e poi vengono strofinate sul prurito fino a farlo sanguinare. Il frutto della passiflora viene usato anche contro le infezioni fungine della pelle come la tigna..
- Il frutto della Kangaroo mela è usato come impacco sulle articolazioni gonfie. La pianta contiene uno steroide che è importante per la produzione di cortisone.
E arriviamo all’ultima alla decima cura più usata degli aborigini: - Ipomoea PES-caprae le foglie della pianta, schiacciate e riscaldate hanno un forte potere analgesico e sono usate per alleviare il dolore causato da puntura di insetti, pesci o altri animali velenosi.
