“Andavamo, tanto lontano, in Argentina…”
Giuseppe De Pietro, la mia storia
In ricordo di mia madre, Francesca Scardamaglia, e di mio padre, Salvatore De Pietro, che ebbero il coraggio di portarmi fino alla fine del mondo, insieme a mia madre, quattro persone. Non avevo ancora nove anni e vivevo a Nicotera, ma sono nato a Catanzaro nel 1943. Era da poco più di un anno mio padre e avevo deciso di andare a stare da mio da mie cugini e zii che vivevano già da parecchi anni a Buenos Aires.

Giuseppe De Pietro rievoca il viaggio sulla nave “Conte Grande” si stacca silenziosamente dal molo, mesto, lento, quasi funereo, da bordo e da terra per chi parte e chi resta vanno gesti di saluto, lagrime e pianti angosciosi e soffocanti. Al largo già la nave, rimasta muta fino allora per rispettare la commozione di tutti, imbarcati e a terra, fa urlare le sue sirene come ultimo saluto e gli altoparlanti diffondono il canto di dolore: L’ansia e il tormento, mentre la nave va… e la nave naviga per sedici giorni lunghissimi, interminabili, verso il Sud America, Rio de Janeiro, Montevideo, Buenos Aires, e in ogni posto scendono emigranti attesi da parenti, amici, famigliari. Erano emigranti e del tutto inseriti nel tessuto sociale della città. Il viaggio a bordo del transatlantico durò ventun giorni. Attraversai l’Oceano Atlantico e visto che ogni tanto ci fermavamo per fare rifornimento, vidi dei posti bellissimi, alcuni per la prima e ultima volta.

Tutto ha inizio con la mia partenza insieme a mille altri emigranti, lo condusse in Argentina.Alle 19 si parte per Genova 13 ottobre 1951 e da quel porto il giorno 15 iniziare il varco dell’oceano verso la terra che tanto mi ebbe a coinvolgere. Distribuiti in camerate di 40-50 posti e cabine di sei o quattro persone. Non posso considerare non “avventurosa” anche la mia infanzia, non è tanto comune e nemmeno facile. Più in là negli anni, dovendo affrontare con indipendenza e decisioni proprie il futuro. Anche per questo ho scritto questa mia “biografia” scritta, che se letta potrà meglio chiarire quali furono i motivi del ripetere “l’avventura” dell’emigrazione.

Quando arrivai a Buenos Aires, ricordo come fosse oggi che il sole splendeva alto sulla città e spirava una leggera brezza che rendeva il caldo sopportabile. Durante il tragitto rimasi colpito dai grandi e lunghi viali alberati che incorniciavano la città. Era tutto molto diverso dalle città italiane ma mi sentivo a casa mia. Questa prima impressione troverà poi sempre più riscontri giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Oggi posso dire che mi sento metà italiana e metà argentino.

Sapete voi che cosa sia un emigrante? Emigrante si chiama chi lascia la patria per andarsi a stabilire – a scopo di lavoro – in paese straniero, sia definitivamente che per un tempo indefinito, viaggiando col più economico dei mezzi di trasporto. Voi desiderate – non è vero? – recarvi nella Repubblica Argentina per lavorare, viaggiando nella terza classe di un piroscafo. Ebbene: in quest’ipotesi voi siete appunto un emigrante.

LA STORIA
La storia dell’Argentina moderna è stata fortemente permeata dalla presenza degli immigranti europei e tra questi quelli italiani hanno avuto un ruolo molto rilevante. Il fenomeno dell’emigrazione si accentua dalla metà del XIX secolo con l’arrivo di centinaia di migliaia di uomini e donne che lasciano l’Italia alla ricerca di una vita migliore, dando inizio ad un processo di trasformazione e reciproca influenza culturale che ancora oggi sono facili da riscontrare nella vita quotidiana, nel linguaggio, nelle abitudini alimentari ed in molti altri comportamenti e aspetti peculiari degli argentini. L’emigrazione verso l’Argentina è stato qualcosa di singolare e forse unica nel mondo, considerando che è molto difficile riscontrare in un altro paese un’influenza così forte da parte dei nostri emigrati. Oggi in Argentina risiede una comunità di italiani tra le più importanti del Sud America, quantizzabile secondo gli ultimi dati in più di 1 milione di persone, mentre gli oriundi sono più di 15 milioni. E’ una visione d’insieme del fenomeno delle migrazioni italiane in Argentina, ed evidenzia l’influenza, sia positiva che negativa, esercitata dai nostri connazionali durante il XIX e XX secolo nei diversi settori della società: quello industriale e operaio, sindacale, agricolo, politico, architettonico; come quello culturale, artistico e linguistico, lo sport. Partendo proprio dalle ragioni che hanno favorito l’emigrazione dal nostro paese verso l’estero, e i motivi storici e sociali che invece hanno favorito l’immigrazione in Argentina ed anche di confutare con fonti bibliografiche e ricerche storiche, l’idea che i nostri connazionali venissero accolti con le braccia aperte e senza problemi. In Argentina non era così. La vita di molti dei nostri connazionali era invece caratterizzata da grandi sacrifici, lotte, sofferenze e anche da speranze deluse e fallimenti. Inoltre, contrariamente a quanto si pretende di far credere oggi, nessuno gli regalava nulla né tantomeno loro lo pretendevano. Tutti elementi di riflessione e valutazione sui fenomeni migratori in atto verso l’Italia e le potenziali conseguenze future anche dal punto di vista sociale. Elementi che potrebbero contribuire ai dibattiti in corso in merito all’immigrazione e agli immigranti di cui abbiamo bisogno, per alleviare il problema demografico che ci attanaglia da oramai trent’anni. Suggerendo ad esempio, la necessità di iniziative politiche che possano favorire il ritorno in Italia dei discendenti degli emigrati in quei paesi che oggi sono afflitti da gravi crisi economiche e sociale, come il Venezuela, Brasile o l’Argentina. L’obiettivo è quello di rintracciare le configurazioni ideologiche dell’immaginario letterario sull’emigrazione Italia/Argentina dei secoli XIX, XX e XXI, attraverso vite vissute, riflesso dei diversi atteggiamenti politici e ideologici che nel tempo hanno accompagnato il fenomeno.

Nella storia delle migrazioni, il ‘caso argentino’, è ancor oggi esemplare per una serie di ragioni, tra le quali emergono la continuità del processo emigratorio che, iniziato prima dell’Italia Unita, si sviluppa fino agli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, e l’ampiezza del fenomeno che coinvolge, come mai accaduto in nessun altro paese, l’intero arco regionale. Tale fattore rimanda alla complessità dell’evento, sogno e allo stesso tempo incubo di fronte alla dura realtà dell’America, che, nell’Italia della fine dell’Ottocento, interessa dapprima le regioni del nord per poi estendersi a quelle del sud. Ciò è dato dal fatto che l’arrivo degli italiani in Argentina dà l’avvio alla prima collettività migratoria capace di incidere quantitativamente e qualitativamente nei diversi settori della società, modificandone usi e costumi durante il percorso della progressiva acquisizione di una nuova identità. Termine quest’ultimo pieno di insidie, mai innocente, e grande mito del nostro tempo, necessariamente utile se considerato nella sua precarietà. Le continue mutuazioni, negoziazioni, il costante compromesso e la necessaria interazione, ne sono caratteristiche fondamentali. Infatti, l’io o il noi, mai definitivi, si costruiscono nell’azione e nella relazione poiché il carattere mutevole, dell’identità in fieri implica la possibilità di molteplici appartenenze, condizione propria del vissuto degli immigranti, oggi come allora. A questo proposito, mette in rilievo il legame tra identità e cultura, nato dall’incontro e dall’interazione con la cultura più vicina. Ciascuna soggettività, infatti si situa tra più appartenenze, a volte anche contraddittorie tra loro e, pertanto, l’apertura all’‘alterità’ è imprescindibile alla sopravvivenza.

Non ho la pretesa di scrivere (in poche righe poi!) una storia degli emigranti italiani in Argentina. Sebbene il tema portante, il mistero, fosse già stabilito, in qualche modo si è intrecciato con un altro, quello della emigrazione. Ma allo stesso tempo ancora pieno di misteri, perché i grandi numeri, i flussi migratori non sono costituiti da particelle anonime, ma da persone. E ognuna di loro è portatrice di una storia. Storie individuali spesso tramandate in famiglia e senza misteri particolari, altre volte invece di quelle persone, di quelle storie, se ne è persa traccia. Rimangono misteri, lacune, domande che i loro discendenti non sapranno rispondere. Spesso sono misteri e domande che sono gemelle di quelle rimaste ai discendenti dei familiari rimasti in Patria. E di Argentini la cui fama ha varcato i confini ce ne sono tanti, e non solo calciatori: li troviamo in molti campi dell’attività umana, dalla musica all’arte, ai fumetti, alla medicina, all’automobilismo, giusto per citarne alcuni. Nomi come Carlos Gardel, o Astor Piazzolla, Juan Manuel Fangio, Helenio Herrera, Jorge Maria Bergoglio, José Luis Borges, Quino, Mordillo, Ugo Bernasconi, sono solo alcuni dei nomi che mi vengono in mente ora.

La relazione tra Argentina e Italia è sempre stata molto stretta e continua, storica, potrei dire: basti pensare che il creatore delle bandiera argentina, il generale Manuel Belgrano, era figlio di un italiano, Domenico Peri Belgrano, di Oneglia. Una nuova patria che hanno contribuito (eccome!) a costruire. Persone con mille storie diverse, di epoche diverse, tutte con il sogno di avere una vita diversa, ma che hanno dovuto lasciare alle spalle non solo miseria, o violenza, ma anche amori, affetti, legami. Quella sera il denominatore comune di molte storie di emigranti era proprio questo: i legami che si erano interrotti, creando solo mistero e ansia di sapere, che ne sarà stato di questo o di quello? Spesso sono i famigliari, discendenti degli emigranti o delle persone rimaste in Italia, ad avere la curiosità di saperne di più, di ritrovarsi.

I VIAGGI
Un numero importante di emigranti italiani arriva al porto di Buenos Aires, già nel 1856, ben 2738 italiani che dovevano, per sbarcare, camminare nell’acqua o farsi trasportare dalle carrette. Appena sbarcati, spaesati, senza comprendere la lingua o la cultura del posto, dovevano passare ben tre giorni (alcune fonti citano numeri di giorni variabili, da 3 agli 8) in una struttura ancora esistente, l’Hotel de los immigrantes, a meno che avessero già parenti o amici che li accogliessero. Le loro navi? Erano la “Escribía”, “Umberto”, “Anea”, “Singapori”, “Perseo”, “Carmela”, ” Nápoli”, “Orione”, “Adria “, “Europa”, “Sud-América”, “Regina Margherita”, “Elbe”, “Orenoque” e “Paraná”.

Nei primi anni del ‘900 il flusso migratorio dall’Italia si intensifica, favoriti i primi dalle compagnie di navigazione italiane che trasportavano quelli che furono chiamati immigranti “rondine”: Erano contadini portati per i raccolti di grano in Argentina, viaggiavano in terza classe, nei mesi di novembre e dicembre, e poi tornavano in Italia ad aprile-maggio, in tempo per il raccolto nei loro paesi. Le tariffe: pagavano un biglietto di terza classe, andata e ritorno, tra i 500 e 600 pesos di allora, a seconda della categoria della nave e i viaggi duravano tra i trenta e quaranta giorni! Questi viaggi incoraggiarono alcuni armatori, come il Lloyd Italiano, che iniziò con una flotta di ben sei navi a vapore a doppia elica, ognuna capace di trasportare 1.200 passeggeri ad una velocità di 15 nodi. Le navi erano dotate di moderne attrezzature con refettori per i migranti. Un’altra società italiana (ma finanziata da capitali tedeschi) era la “Società di navigazione” che aveva 4 navi: “Ravenna “; “Toscana”; “Bologna” e “Siena”. Edmondo de Amicis, autore di “Cuore”, arrivò a Buenos Aires il 1 aprile del 1884 nella nave “Nort America”. Una nave lussuosa tipica di fine secolo, con saloni e specchi dorati, in forte contrasto con il trattamento degli emigranti che, oltre a soffrire per l’incertezza del futuro e la melanconia dell’allontanamento, dovevano subire la separazione dalle loro famiglia durante le notti, non avevano un refettorio e avevano a disposizione un solo rubinetto per avere acqua potabile.

L’ACCOGLIENZA
Nel 1878 fu costruita una struttura l’Hotel de los immigrantes, che li accoglieva. Questo edificio si trovava vicino all’attuale stazione di retiro, e infatti oggi al suo posto si trova il binario 8 della linea Bartolomé Mitre. Nel 1911 al posto di questo viene costruita una struttura migliore e che esiste ancora oggi, nella darsena nord del porto di Buenos Aires. La legge stabiliva che erano considerati immigranti coloro che arrivavano in nave in seconda o terza classe, che avesse meno di 60 anni e fosse libero da difetti fisici o malattie. Queste persone In questo posto trovavano cibo e accoglienza per un minimo tre giorni, e a coloro che erano arrivati senza un lavoro l’ufficio immigrazione cercava una collocazione. Chi aveva parenti, amici o comunque un alloggio, una volta espletate le pratiche di immigrazione, era libero di andare. All’esterno di questo edificio c’erano gli intermediari dei conventillos, che non erano piccolo conventi ma case popolari, molto simili alle case di ringhiera milanesi. Gli emigranti che vi alloggiavano pagavano un affitto di cui avevano una ricevuta solo ogni tre mesi: in questo modo il proprietario poteva sfrattarli per morosità più facilmente. Esisteva anche il “Manuale dell’emigrante Italiano all’Argentina” pubblicazione dal regio commissariato per l’emigrazione. Nei suoi sette capitoli dava informazioni legali sui documenti richiesti e le pratiche da fare, ma anche consigli pratici sulla vita a bordo della nave, Informazioni sulle città di destinazione, l’economia del posto, con altri consigli pratici sul risparmio e l’acquisto di beni immobili e qualche lezione pratica di lingua spagnola. Non mancavano anche i consigli e le raccomandazioni sulle possibili truffe in cui potevano incorrere.Il libro “Argentina 1948” acquistato da mio padre che già era lì da due anni, un altro libro, rivolto agli emigranti del secondo dopo guerra. Un libro scritto da un emigranti, per emigranti, con informazioni sulla storia, la geografia e la lingua del paese in cui erano arrivati. Nel Hotel de inmigrantes si cercava in tutti i modi di rendere confortevole e gradevole il soggiorno delle persone, i muri erano dipinti di bianco o coperti da mosaici bianchi portati dall’europa e le scale erano di marmo di carrara: si cercava di accentuare in tutti i modi la sensazione di luminosità e ampiezza. L’edificio ha 4 piani, per un totale di 10.645 metri quadri. Al pian terreno c’era la sala mensa dove potevano magiare 700 persone per volta (c’erano 4 turni). C’erano inoltre le cucine, la mensa degliimpiegati, una biblioteca, la lavanderia, una sezione con officine e laboratori e gli uffici amministrativi. La sveglia era molto presto, e la giornata cominciava con una colazione a base di caffè latte, mate cocido (il mate servito come infuso in tazza) e pane sfornato dal panificio interno. Durante la mattinata le donne svolgevano faccende domestiche, mentre gli uomini svolgevano le pratica all’ufficio collocamento. C’erano 4 turni per il pranzo, che veniva distribuito a ciascuno degli immigrati dal personale, e poi potevano accomodarsi nella grandi tavolate. Di solito il pranzo era una minestra abbondante, uno spezzatino di carne, il puchero (carni e verdure bollite), pasta o riso e uno stufato di carne. Verso le tre del pomeriggio ai bambini si dava la merenda, e verso le sei cominciavano i turni per la cena. Ai nuovi arrivati davano un numero, e così potevano entrare e uscire liberamente, per iniziare a conoscere la città. Sebbene i giorni di permanenza erano pochi (dai tre ai 5), in caso di necessità il soggiorno poteva essere prolungato. Quando arrivavano, dopo aver passato i controlli doganali, le persone venivano condotte al Hotel da una stradina interna, mentre i loro bagagli venivano trasportati dai carrelli in un deposito. Nei piani superiori c’erano i dormitori, 4 per piano e in totale potevano ospitare 4mila persone. Tutti gli spazi, dai dormitori ai bagni, e le mense erano divisi per sesso. L’edificio è stato dichiarato monumento storico nel 1990: un modo di rendere omaggio a tutti color che sono passati da lì tra il 1911 e il 1953.

L’emigrazione italiana in Argentina è un fenomeno ormai concluso da decenni, ma le sue conseguenze, sono di lunga durata, tanto da produrre segnali di carattere sociale e culturale ancora nel presente. Oltre che dal punto di vista socio-storico, la cultura italiana si è inserita, condizionandone lo sviluppo, in tutti i gangli della vita del paese. In quest’ultimo caso, interessante è lo studio di avvenimenti legati all’immaginario sociale, ben visibile sia nei testi di fine Ottocento che in quelli contemporanei, pubblicati per lo più in Argentina, in una sorta di continuità retorica e, in parte minore, in Italia. Di una certa consistenza è, infatti, il filone narrativo, dedicato al tema in cui storiografia e saggistica, recuperate e riproposte nella finzione letteraria, si fondono e si confondono per raccontare le vicende dei protagonisti di un evento epocale che ha sconvolto entrambi i paesi. Attraverso il ricordo personale e/o familiare si ritrova la memoria collettiva degli antenati migranti, indispensabile per nutrire l’identità della collettivi- tà, come risulta dal dialogo ricomposto tra presente e passato. Basato sull’alterità, elemento inizialmente difficile da assumere, per l’intricarsi di molteplici prospettive, frammentate e contradittorie, questo incontro/scontro ha contribuito alla formazione di un’identità complessa, alquanto ambigua, ed ancora in fase evolutiva, come si è visto. Inoltre, è necessario e utile ricordare la specificità del concetto di “e(im)migrazione” e dei suoi numerosi significati a partire dalle diverse prospettive che configurano questo processo socioculturale inteso nel suo aspetto di problematica bifronte e poliedrico, come si coglie dai testi considerati che trattano una ricchezza e una profondità di situazioni.
In Argentina si narra l’epopea di migliaia di uomini e di donne alla conquista di lande deserte da popolare per emanciparsi e per riscattare le infinite sofferenze, in Italia, almeno all’inizio, la narrazione coincide parzialmente e in misura minore con tali caratteristiche, per diversificarsi con il tempo. Già Antonio Gramsci, un secolo fa, sottolinea l’indifferenza che caratterizza l’atteggiamento degli intellettuali italiani nei confronti dell’emigrazione, affermando, in questo modo, il tentativo di cancellare un fenomeno che non si vuole includere, e nemmeno considerare, all’interno dell’organizzazione ideologica e sociale della classe egemone. Oggigiorno il racconto dell’avvenimento è riportato attraverso la cronaca di un’avventura alla ricerca della felicità, esigenza naturale per ogni essere umano. È da rilevare, infine, il mutuo scambio e il reciproco arricchimento tra le due culture – processo che indica la loro trasformazione, spesso non pacifica, collocandole nel medesimo piano, senza gerarchie e conferendo a ciascuna pari dignità.

Soltanto dopo decenni di guerre, che provocano morte e povertà, il 17 marzo del 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, si sancisce l’unità nazionale anche se si aggravano i problemi economici, tanto che nel 1866 lo stato delle finanze italiane si avvicina al punto di rottura. La profonda crisi finanziaria, accompagnata da carestie, da mancanza di vie di comunicazioni e dalla sopravvivenza del latifondo, appare in tutta la sua gravità determinando una stasi demografica che si protrae fino al 1880. Infatti, la popolazione italiana si ferma a 25.756.000 di abitanti.
Una situazione disastrosa che si affianca a cause antiche, risalenti ai regimi del passato, improntati sulla diversità dei sistemi d’imposizione e di riscossione dei tributi, delle tariffe doganali, delle monete e delle strutture amministrative. Problemi annosi che devono essere risolti velocemente per raggiungere l’unità politica oltre a quella territoriale. Si assiste, pertanto, alla progressiva trasformazione dei diversi settori del paese che, tuttavia, non riesce a proteggere gli abitanti più deboli a cui non rimane altro che emi- grare. Una notevole quantità di uomini e di donne, preparata la misera valigia, si predispone alla partenza per cercare altrove una soluzione alla povertà.
Il fenomeno migratorio verso le direttrici europee e atlantiche coinvolge in totale nove milioni di abitanti, provenienti dapprima dall’Italia settentrionale (Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Piemonte) e, dopo il 1880, dal Mezzogiorno d’Italia con quasi tre milioni di persone emigrate soltanto da: Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Contemporaneamente iniziano i massicci spostamenti all’interno del paese, soprattutto dal sud e dall’est verso il nord. Gli storici dell’emigrazione italiana concordano nell’identificare quattro fasi, con caratteri- stiche distinte: la prima, dal 1876 al 1900; la seconda, dal 1900 alla Prima Guerra Mondiale; la terza, tra la prima e la Seconda Guerra Mondiale; la quarta, dal dopoguerra agli anni Sessanta e Settanta.

Comunque, l’esodo dei primi intrepidi italiani risale già al 1861 e si calcola che fino al 1985 abbia coinvolto circa 18.725.000 persone che, lasciato il paese, non vi faranno più ritorno. Gli oriundi italiani ammontano nel mondo a un numero compreso tra i sessanta e gli ottanta milioni. Molti di essi si sono stanziati in Argentina, dove costituiscono la comunità di immigrati di origine europea più numerosa, raggiungendo circa la metà del totale della popolazione. Questi nuovi cittadini, oltre ad essere in possesso della cittadinanza del paese di nascita, cioè l’Argentina, possono essere anche cittadini italiani, se ne fanno richiesta. Questo si deve al fatto che in Argentina vige il principio dello ius soli, in virtù del quale è concessa la nazionalità a coloro che nascono nel territorio del paese, mentre in Italia prevale lo ius sanguinis, che accorda la cittadinanza ai figli e ai discendenti diretti di italiani.
Alcuni studiosi parlano anche di un’ondata emigratoria, verificatasi all’inizio del XXI secolo, conosciuta come ‘nuova emigrazione’, causata dalle difficoltà provocate dalla crisi economica mondiale iniziata nel 2007. Quest’ultimo fenomeno, conosciuto come ‘fuga di cervelli’, è minore numericamente rispetto ai precedenti e interessa principalmente i giovani, spesso laureati, che non trovano una adeguata collocazione secondo le loro competenze.

LA STORIA
L’emigrazione, oltre alla causa principale determinata dalla povertà dovuta alla mancanza di terra da lavorare, si caratterizza per altre concause, tra cui la lotta dello Stato italiano contro gli anarchici, l’insicurezza prodotta dalla criminalità organizzata, i contratti agricoli utilizzati nel XIX secolo, specialmente nel Nord-Est e nel Sud, sconvenienti per gli agricoltori. Si ricorda che la scomparsa dei vecchi contratti agricoli dalle campagne italiane – le cui origini risalgono al Medioevo feudale, dove la terra era una proprietà inalienabile degli aristocratici, degli ordini religiosi oppure del re – non migliora la condizione dei piccoli agricoltori: molti di essi rimangono senza guadagni, dato che gli appezzamenti diventavano sempre più piccoli, e quindi meno produttivi.
Ulteriore e importante motivo è la sovrappopolazione, soprattutto nell’Italia meridionale, che si origina con il lieve miglioramento delle condizioni socio-economiche, avvenuto nei primi decenni dall’unificazione nazionale. Le famiglie residenti nelle regioni del Sud iniziano, infatti, ad avere accesso agli ospedali, a migliorare le condizioni igieniche e ad alimentarsi in maniera costante. Ciò porta a una crescita demografica che, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, spinge le nuove generazioni a emigrare all’estero per procurarsi il lavoro. D’altro canto, anche nelle Americhe, come in altre parti del mondo, si diffonde il capitale industriale, proveniente dalle città dell’Europa settentrionale e del Regno Unito e, di conseguenza, si creano milioni di posti di lavoro non qualificati. Ciò dà l’abbrivo alla ‘grande migrazione’ verso l’Argentina, gli Stati Uniti d’America e il Brasile, paesi dalle immense estensioni di terre non sfruttate e bisognose di manodopera.
Si tratta di uomini e di donne ignari di tutto: della sistemazione logistica, delle condizioni lavorative, delle mansioni da svolgere, di avere fatto la scelta giusta in modo da emigrare con l’intera famiglia o di ritornare in patria dopo aver lavorato e guadagnato abbastanza da sopravvivere. Significative sono le risposte di un emigrante al ministro del tempo italiano che lo interroga sul perché ha deciso di emigrare: Piantiamo grano, ma non mangiamo pane bianco. Coltiviamo la vite, ma non beviamo il vino. Alleviamo animali, ma non mangiamo carne. Ciò nonostante, voi ci consigliate di non abbandona- re la nostra Patria. Ma è una Patria la terra dove non si riesce a vivere del proprio lavoro?

Dinnanzi alla portata di tale esodo si è resa la necessità di una regolamentazione; così il 31 gennaio 1901 viene creato il Commissariato dell’Emigrazione che concede le licenze alle imbarcazioni, applica costi fissi per i biglietti, mantiene l’ordine nei porti di imbarco, ispeziona gli emigranti in partenza, individua ostelli e strutture di accoglienza e stipula accordi con i Paesi di destinazione del flusso migratorio per aiutare i nuovi arrivati. Il commissariato ha, quindi, la funzione di prendersi cura degli emigranti prima della partenza e dopo il loro arrivo, di rapportarsi con le leggi che discriminano i lavoratori stranieri.
Secondo i governanti argentini, l’arrivo di un’immigrazione europea avrebbe avviato il paese verso un processo di modernizzazione da attuare attraverso lo sfruttamento economico degli immensi territori della pampa i quali, benché occupati da etnie indigene e da gauchos, vengono considerati uno spazio vuoto da sfruttare e da civilizzare. È l’inizio del fitto intreccio tra l’elemento italiano e la cultura argentina, evidente a tutti i livelli, tanto che l’immigrazione europea è considerata un fattore cruciale per il sorgere di una società e di una comunità politica moderne.
Dato il carattere massiccio del fenomeno, ben presto viene introdotto il termine di ‘società alluvionale’ per indicare comunemente il nuovo tipo di società che ridisegna in breve le città argentine, percepite come un mosaico pieno di contrasti, sconvolte e trasformate dall’incontrollato arrivo di stranieri. Secondo l’opinione generale dell’epoca, il caotico processo di trasformazione economico-sociale non riesce a realizzare la fusione auspicata tra immigrati e la nuova patria. Una posizione critica che si attenua lentamente a fine secolo, quando il positivismo diviene il canone per interpretare la necessità di progresso e di modernizzazione con gli impliciti effetti indesiderati. Inoltre, bisogna ricordare il sorgere di un movimento operaio sempre più importante, i cui dirigenti sono spesso di origine straniera.
Il governo della Repubblica Argentina, per soddisfare ad uno de’ più urgenti bisogni del suo paese, qual è quello di attirarvi il più gran numero d’emigranti europei, che accorrano a coltivare i vasti e fertili terreni che possiede, e che finora rimangono nella quasi loro totalità abbandonati e inutili per tutti, nello scopo di raggiungere il suo intento creò una Commissione Centrale d’immigrazione, alla quale fanno capo i vari incaricati che lo stesso governo nominò in diversi paesi d’Europa, tra i quali, l’Italia. Il compito di questi incaricati a far conoscere, i vantaggi che gli emigranti possono trovare in quei paesi dedicandosi specialmente all’agricoltura, o esercitandovi i diversi mestieri delle nostre città, e ad indicar loro alcune norme e avvertenze da aversi presenti all’arrivo nel porto di Buenos Aires.

La «Situazione, frontiere, clima e popolazione della Repubblica» in cui si presenta un quadro geografico essenziale della terra di destinazione; seguono altri brevi capitoli dedicati a «Vegetazione e Prodotti», «Miniere», «Pastorizia», «Concessioni di terre», «La Commissione Centrale d’Immigrazione e gli emigrati». Quest’ultimo indica da chi è composta tale Commissione e quali sono i suoi compiti – per esempio: l’impegno a difendere «i diritti dei coloni nei loro rapporti cogli impresari di colonie, dovendo essa a essere informata di tutti i contratti, leggi, e decreti vigenti, o da crearsi, relativi all’emigrazione»; l’impegno a cercare lavoro per coloro che viaggiano, poiché «Conoscendo il nome del bastimento, il numero dei passeggeri, la loro età, sesso e professione, ed essendone avvertita in tempo, la Commissione può in molti casi provvedere di lavoro, e trovar modo di collocare gli emigrati appena arrivati». Inoltre, si forniscono una serie di indicazioni relative all’Asilo degli emigranti, Hotel de inmigrantes fondato nel 1856, dove gli stranieri vengono radunati, alloggiati, nutriti oltre che forniti dei primi rudimenti della nuova lingua, come risulta dal- la seguente frase: «L’edificio destinato a ricoverare le persone prive di mezzi, trovasi nella Calle (strada) de Corrientes n. 8. Ivi si dà il vitto e l’alloggio ne’ primi otto giorni, e occorrendo anche due giorni di più, a chi vi cerca ospitalità. In questo tempo la Commissione Centrale si occupa di trovar lavoro ai ricoverati e per lo più ci riesce».
il «Regolamento dell’Asilo degli Emigrati in Buenos Aires», in cui si comunicano i quindici punti essenziali delle regole per una corretta convivenza. «Bene inteso che ciascuno è libero di accettare o no. L’offerta di cui facciamo parola non è che un atto di filantropia e non nasconde nessun inganno». Ci sono altri brevissimi capitoli che fin dai titoli comunicano il contenuto: «Lo sbarco in Buenos Aires degli immigranti», dove si spiega che le navi possono ancorare solo lontano da terra, che lo sbarco è costoso e che perciò la Commissione Centrale provvede anche a questa spesa per coloro che non hanno possibilità. Interessante è «Tariffa de’ salari di vari mestieri», che indica gli stipendi al mese comprensivi dei costi di vitto e alloggio per giardinieri, ortolani, fiorai, arboricoltori (100 a 120 Lire it.), per fornai, confettieri e pasticcieri (150 Lire it.). Figura anche un elenco di salari al giorno senza vitto e alloggio; in questo caso si inizia con la categoria di «sarto e cappellaio» (10 a 12 Lire it.) per finire con i «Lavoranti per gli sterri delle vie ferrate» (6 a 8 Lire it.). Si tratta di un indice importante per comprendere le regole del mercato del lavoro dell’epoca, dell’economia del paese e dei suoi usi e costumi, come si capisce da quanto segue: I prezzi segnati in questa tariffa non sono punto esagerati, anzi si può guadagnare qualcosa di più, e talora meno, secondo l’abilità della persona. Fra le industrie più produttive sono annoverate: la fabbricazione della birra, del sapone, delle candele di sego, e steariche, dei mattoni e delle stoviglie; e così pure la prepara- zione del tabacco, la fattura de’ sigari, e i diversi lavori dei Saladeros. Tutto ciò che si prepara nelle Cascine, latte, burro, e cacio, e offre buona occasione di be’ guadagni. Nei numerosi giardini e orti dei dintorni di Buenos Aires, e così anche negli stabilimenti agricoli v’è posto per molte famiglie di persone capaci del relativo genere di coltura, alle quali sono pagati vistosi salari. Durante la raccolta del mais o gran turco, del grano e del fieno, i giornalieri guadagnano 10 lire italiane al giorno e sono mantenuti e alloggiati. La spesa giornaliera d’un operaio, compreso l’alloggio e il vitto può calcolarsi fra le 3 e le 4 lire italiane; e vivendo in fami- glia non è esagerato il dire che la spesa si può ridurre dalle 1.50 a 2 al giorno per ogni persona.

Appena vi mettete piede, v’accorgerete subito della numerosa presenza de’ nostri compatrioti, e l’attuale Presidente della Repubblica, il sig. Sarmiento, rilevava con parole lusinghiere per noi, l’influente azione degli italiani in quella città, allorché, rivolgendosi al rappresentante d’Italia, diceva: ‘Voi l’avrete notato, signor Ministro, nei vostri monumenti, nelle nostre arti, nella massa del nostro popolo, l’Italia si confonde colla nostra popolazione in guisa da non formarne che una sola. Se i nomi di Colombo e di Amerigo Vespucci si trovano nella prima pagina della storia di questo paese, la storia del Regno di Italia ha pure i suoi fasti sulle rive del Rio de la Plata. Fu su queste sponde che il genio italiano preparò le armi che servirono in seguito a ricostruire la sua nazionalità. Gli italiani più d’una volta ci aiutarono nelle lotte per la libertà, come noi li abbiamo aiutato coi nostri voti più ardenti seguiti durante i nobili sforzi che essi fecero per costruire in libera nazione’. Alle lodi del Presidente facciamo seguire quanto ci scriveva recentemente la Commissione Centrale sulla operosità degli italiani in quel paese.
Il tono celebrativo continua, sottolineando il progressivo estendersi del- la presenza degli italiani nei più svariati mestieri e della capacità lavorativa oltre al senso del risparmio che li caratterizza. In relazione a quest’ultimo punto, lo scrivente segnala l’importanza delle rimesse che arrivano in Italia, opinione suffragata dalla citazione del giornale inglese Standart, dove sono confermati l’attivismo e la parsimonia, aggiungendo: «a che stato si troverebbe ridotta questa città domani senza la popolazione italiana? – Tutto ciò che riguarda l’edilizia a Buenos Aires è nelle sue mani, e così tutto quanto concerne la navigazione de’ fiumi; e gli ortolani e i contadini sono per tre quarti italiani». Il riconoscimento dell’importanza delle ricchezze accumulate dagli italiani nel nuovo paese e con una descrizione entusiasta del clima di Buenos Aires. «La temperatura di Buenos Aires può dirsi davvero che si merita il bel nome che porta ha dunque aria ed acqua purissima, e alimenti azotati in gran copia». In conclusione, si tratta di un testo molto breve, semplice, basato sulla spinta propagandistica, teso ad attrarre le masse contadine, affamate e in difficoltà di sopravvivenza, al richiamo del mito dell’America, la terra promessa, ricca e dov’è possibile crearsi una posizione agiata, evitando accuratamente di avvertire sulle difficoltà e sulle frustrazioni che spesso accompagnano la controversa esperienza.
Con uno stile dal tono vagamente moralista e molto paternalista, con consigli pratici per il viaggiatore ingenuo e impreparato, desideroso o costretto a muoversi per raggiungere l’Argentina. Emigranti italiani del grande esodo in cui si offrono informazioni concrete e semplici sull’espatrio, sul viaggio e sull’immigrazione, insieme ad altre di carattere economico e agricolo e culturali di varia indole sulle destinazioni. Come acquistare il biglietto, quali bagagli portare, quali precauzioni prendere contro i numerosi truffatori, come trovare lavoro o imparare la lingua.

Le fasi del viaggio; accanto a dati e a numeri relativi ai consigli, ci sono anche brevi brani più sentimentali come quando si allude a ‘L’addio al paese’: Ma io ritengo che tutto sia ormai disposto per la partenza, tutto sia andato per il meglio. Una bicchierata d’addio coi parenti e i migliori amici, molte lagrimucce per il distacco, gli addii in quantità e auguri al prossimo e felice ritorno, la locomotiva fischia e il treno si muove. Per dove Non so. È per Genova, Napoli, Palermo? Certo, per la più vicina delle tre al vostro paese.
Molte pagine sono dedicate all’attraversata con raccomandazioni di vario tipo che vanno dall’importanza dell’uso dei limoni, alle indicazioni per accaparrarsi i migliori posti per prendere aria, alle attenzioni che bisogna riservare ai bagagli e agli oggetti di valore. Poi c’è la parte riservata alla discesa a terra, con la relativa visita sanitaria, con lo sbarco che avviene direttamente nel porto della città (non più come indicato nel testo del 1870, quando l’arrivo avveniva in mare e si arrivava a terra grazie a piccole imbarcazioni), e con il successivo passaggio per la dogana. A questo punto è interessante evidenziare la messa in guardia relativa ai possibili imbrogli, come la ‘Truffa all’americana’ o Cuento del tío, ai rischi di contrabbando: si raccomanda di non portare niente che non sia di proprietà perché c’è il pericolo «di andare innocentemente in carcere come contrabbandiere. Avete capito il mio latino?».
Il paragrafo seguente descrive l’Albergo degli immigranti dove il nuovo arrivato sarà ospite per cinque giorni, e come si legge: L’attuale Albergo degli Immigranti non è più l’antico baraccone di legno alla stazione Retiro; esso sorge contiguo alla Dogana di sbarco ed è di materiale, assai decente e comodo. Ha vaste sale da pranzo, dormitori pei due sessi, infermeria, lavatoi e bagni, sa- la di lettura, giardini di ricreazione, ufficio di cambia valute e postale.
Speciale esortazione viene data a mantenere «In alto il buon nome italiano», poiché: Benché il Regolamento non lo dica, ma come regola di elementare correttezza, aggiungerò che, essendo l’Albergo aperto ad ogni specie di nazionalità. Dovrete trovarvi subito in contatto con immigrati di altra nazionalità, spagnuoli il più delle volte ed anche turchi, siri, ecc. Col vostro contegno educato e rispettoso saprete mostrarvi degni del nome italiano di fronte a quegli stranieri e molto più col personale interno dell’Hotel.
Il paragrafo dal titolo «Immigrante in Argentina» fornisce una se- rie di informazioni circa il significato di emigrante italiano e quello di immigrante in Argentina accompagnate da una quantità di chiarimenti sulla legge argentina.
immigrante è qualunque operaio, agricoltore o no, che avendo meno di 60 anni d’età e, provando la propria moralità, salute e le attitudini al lavoro, sbarchi nel territorio della Repubblica per stabilirvi, avendo viaggiato nella seconda o terza classe di un piroscafo […] per essere immigrante […] è necessario, come ho detto, anche volerlo, cioè aver dichiarato o imbarcandosi, o a bordo durante il viaggio di voler sbarcare in Argentina in qualità d’immigrante.

Il vantaggio di dichiararsi emigrante risiede nella possibilità di essere ospitato nell’Hotel de emigrantes, di ricevere un’offerta di lavoro e il biglietto gratis verso la destinazione assegnata. Accanto a queste specifiche, si aggiunge anche che per coloro che hanno subito condanne o commesso delitti sarà vietato entrare nel paese su indicazione della Ley de Defensa Social e Ley de Residencia. Stesso impedimento subiranno gli anarchici e gli elementi sovversivi. Infine, per completare le informazioni di questo capitolo, è interessante segnalare che si contempla l’eventualità di tornare in Italia, qualora non si trovasse il miglioramento desiderato. Esisteva, infatti, a Buenos Aires, fin dal 1887, una Società di beneficenza che facilitava il rimpatrio degli italiani bisognosi, in seguito affiancata da Reale Commissariato dell’Emigrazione, istituito nel 1901.
Le notizie riportate nel capitolo III, «La Repubblica Argentina», sono relative al paese di destinazione: geografia, storia, sistema poli- tico, informazioni urbanistiche su Buenos Aires, indirizzi utili all’immigrante, descrizioni delle più importanti province come Santa Fe, Córdoba, ecc., mentre il capitolo IV, «La produzione argentina e il lavoro», tratta l’economia del paese. Il capitolo successivo, il V, «Informazioni varie», si occupa dei Regi agenti consolari, della moneta, delle unità di misura, della posta e delle sue tariffe, del risparmio, delle banche, del servizio militare, delle scuole, della società di mutuo soccorso; il capitolo VI descrive «Scambi e comunicazioni» e l’ultimo ca- pitolo, dedicato alla lingua spagnola, riporta un piccolo vocabolario.
Le conclusioni offrono uno spaccato interessante dell’epoca sotto l’aspetto storico-sociale, mutato con l’arrivo degli italiani: All’Argentina vi sono quasi due milioni di sudditi di razza italiana, in parte nati in Italia, in parte sbarcati in poco più di mezzo secolo. Molti degli immigrati già non sono più tra i viventi, ma gli spariti hanno creato tutt’un popolo di origine italiana. Oggidì il numero di residenti, nati in Italia veramente, si avvicina al milione. Sono professionisti di ogni genere, industriali, commercianti, agricoltori, operai d’ogni arte e mestiere, stabilitisi nei grandi e piccoli centri di popolazione, e un po’ dovunque nelle campagne. […] Questi connazionali, vostri precursori, sono stati, è cosa or- mai riconosciuta ed indiscutibile, un potente fattore del progresso in Argentina. I ‘figli del paese’ – hijos del país – che sono stati loro costanti compagni di lotta nella grande opera del consolida- mento economico della patria loro, votano agli emigrati italiani, stima, amicizia e riconoscenza.

LA VITA QUOTIDIANA
La raccomandazione di restare legati alla patria d’origine è un elemento presente in tutto il manuale, rafforzato dalla conclusione che esprime l’augurio di un ritorno, poiché «possa l’immane sacrifizio che fate, abbandonando il suolo nativo, essere soltanto temporaneo, e v’irrida la più rapida e prospera fortuna, sì che possiate ben presto, raggiunto lo scopo che vi eravate proposto, emigrando, rivedere l’azzurro del bel cielo italiano».
Le guide offrono senza dubbio anche una testimonianza della campagna di alfabetizzazione, iniziata all’epoca per contrastare la man- canza di cultura degli emigranti che, in compenso, disponevano di competenze linguistiche articolate secondo uno «spazio trilingue», composto da dialetto, italiano e lingua d’adozione. Una di tali competenze è l’italofonia passiva, vale a dire la capacità di leggere contenuti in italiano, poi trasmessi attraverso il dialetto, lingua madre per eccellenza, grazie alla ripetitività delle informazioni. Ciò favorisce la costruzione di canoni ed è testimonianza indiretta di un bilinguismo italiano/dialetto presente nella maggioranza de- gli emigranti.
L’analisi testuale, negli aspetti sintattici, lessicali e relativi al regi- stro, consente di valutare la sensibilità linguistica dell’Italia ufficiale nei confronti di quella reale, ovvero la capacità della prima di farsi capire da un pubblico eterogeneo per istruzione, per origini regionali e per condizioni sociali. Di fatto si tratta di un meccanismo non sempre così lineare, in quanto l’unità d’Italia si realizza politicamente e geograficamente, ma di sicuro non linguisticamente. Molti italiani, che mai avrebbero potuto conoscersi in patria perché provenienti da regioni lontane e con dialetti assai diversi, entrano in contatto all’estero, comunicando a volte in un italiano fortemente storpiato. In altre occasioni essi scelgono direttamente lo spagnolo appreso rapidamente proprio per dialogare con i connazionali. Così facendo es- si realizzano la vera unità dell’Italia in Argentina, grazie all’incontro fortuito di piemontesi, lombardi, veneto, calabresi, siciliani, ecc.
Elevato è il grado di attenzione verso le possibili problematiche relazionate con un viaggio all’estero presente nel Manuale dell’emigrante italiano all’Argentina scritto con frasi semplici e con una lingua vicina al parlato per indicare, inoltre, la neutralità dello Stato, il cui obiettivo è quello di informare tramite un «italiano unitario medio». Un registro impersonale, tra l’altro comune agli scritti istituzionali, dove in alcuni casi, il tono colloquiale comprende l’intenzione moraleggiante. Evidenti esempi si possono individuare in determinati passaggi della guida, caratterizzati da sentimenti umanitari e patriottici, come si coglie da quanto segue: La nave si è staccata dalla banchina che è piena di gente che sven- tola fazzoletti e cappelli ai partenti. È un momento d’emozione. Quella banchina è l’ultimo lembo della vostra cara patria che s’allontana. Addio! Addio! Di lì a poco le figure salutanti divengono confuse: siete in alto mare.
Dovrete trovarvi subito in contatto con immigranti di altre nazionalità. Spagnuoli il più delle volte ed anche turchi, siri, ecc. Con vostro contegno educato e rispettoso saprete dimostrarvi degni del nome italiano di fronte a quegli stranieri e molto di più col personale interno dell’Hotel.
Se avete cari i vostri sudati risparmi, non speculate mai, sotto for- ma alcuna, e contate solamente sulla robustezza delle vostre braccia e sulla temperanza della vostra vita per accrescere il vostro gruzzolo. Al di là di tutto ciò è facilmente intuibile la percezione del contesto linguistico italiano nel periodo del grande esodo, che del resto coincide con quello del dibattito sulla lingua nazionale e che in Argenti- na viene alimentato proprio dalla traduzione, realizzata nel 1983. La prefazione del traduttore riflette sull’impatto dell’ondata migratoria dal punto di vista dei paesi d’accoglienza, ponendo l’accento sulla trasformazione economica realizzata a partire della fine del secolo XIX: Notevole è il peso economico sopportato dalla società argentina dato il considerevole numero di arrivi, ancor più straordinario in proporzione alla scarsa popolazione del paese all’epoca. Infatti, lo studioso spiega come dal poco più del 1.700.000 abitanti nel 1869, si arri- va ai 7.800.000 nel 1914. La percentuale degli stranieri aumenta più del doppio in quarantacinque anni, passando da un 12,1% sul totale nazionale nella prima delle date indicate a un 29,9% nel 1914. I nuovi arrivati si stabiliscono soprattutto nella zona del Litoral, sede di vasti territori fertili disabitati, che segnano l’espansione agricola dell’economia. L’evento è talmente eccezionale che molti studiosi sono propensi a credere ad una vera e propria sostituzione della popolazione indigena con quella straniera. Infine, anche Diego Armus nota come circa l’ottanta per cento dei nuovi arrivi provenga dall’Italia e dalla Spagna.
Nelle indicazioni fornite dal manuale del 1913, è citato più volte il centro di accoglienza El Hotel de Inmigrantes, indicato anche come il luogo da dove iniziare la conoscenza del nuovo paese. Infatti, nel 1906 si inizia a costruire un edificio a Buenos Aires destinato ad accogliere, ad ospitare e poi a distribuire i nuovi arrivati. Il progetto del cosiddetto Hotel per Immigranti, predisposto dal Ministero dei Lavori Pubblici, prevede un complesso di padiglioni destinati allo sbarco, al collocamento, all’amministrazione, alle cure mediche, ai servizi, all’alloggio e al trasferimento degli stranieri in arrivo nel nuovo Paese.
L’immigrazione italiana, insieme a quella spagnola, rappresenta più dell’ottanta per cento del totale dei giovani uomini singles, in età lavorativa e che costituiscono quella marea umana che tanto ha contribuito al carattere nazionale. Disperati, audaci, ambiziosi o imbroglioni, essi hanno lasciato Lombardia, Piemonte, Calabria e Sicilia per rincorrere un sogno di benessere. La loro prima casa è El Hotel de Inmigrantes, costruito vicino al porto della capitale proprio per accogliere direttamente dalla nave i nuovi arrivati: tra il 1911 ed il 1953 è il principale punto d’ingresso per coloro che approdano in Argentina. Una volta registrati, curati, sfamati, formati, gli stranie- ri vengono infine indirizzati alla loro destinazione finale nel paese. Anche nella città di Buenos Aires, all’angolo tra le odierne avenidas Corrientes e Leandro N. Alem, nel 1857 si inaugura uno stabile, descritto nel manuale del 1870 e la cui chiusura avviene nel 1874 per alloggiare le persone che arrivano in ondate sempre più numerose. L’iniziativa prosegue nel 1888, nel barrio di Retiro, sulle sponde del Río de la Plata, con la realizzazione di un nuovo edificio, volgarmente chiamato Rotonda, ovvero un poligono di diciassette lati che si rivela ben presto insufficiente, come obsoleto diviene il porto, per cui in quegli stessi anni si avvia la costruzione di un nuovo porto della capitale.
Le opere edilizie continuano a succedersi in un vortice di iniziative che contribuiscono a dare un volto del tutto nuovo alla città. Nel 1906, su incarico del Ministero delle Opere Pubbliche, inizia la co- struzione del nuovo Hotel de Inmigrantes, situato sul lato settentrionale della Darsena Nord, a breve distanza dal precedente Hotel, e inaugurato nel 1911, durante la presidenza di Roque Sáenz Peña. La costruzione si compone di una serie di strutture volte a facilitare lo sbarco di grandi masse di immigranti: un imbarcadero, dove attraccare i transatlantici, controllare i documenti dei passeggeri; un ospedale, per curare quanti contraggono malattie prima o durante il viaggio; la di- rezione; una succursale del Banco de la Nación, l’Officina del Lavoro, dove gli immigrati vengono formati professionalmente; e infine l’hotel vero e proprio.
In quest’ultima sezione, costruita interamente in cemento armato, vi sono i dormitori comuni per una capacità ciascuno di 250 persone, cucine, forni e bagni. Una volta uscito dallo stabile, l’immigrato è indirizzato alla sua destinazione finale, missione peraltro facilitata dalla vicinanza con le tre stazioni ferroviarie di Retiro. In seguito, con l’aumento degli arrivi, sorgono altri fabbricati in punti diversi della capitale. Nel 1953, quando ormai l’Argentina non è più una meta privilegiata per gli immigrati provenienti dall’Europa meridionale e orientale, l’Hotel de Inmigrantes viene chiuso. Parte dei suoi locali, nel 1974, sono adibiti a Museo dell’Immigrazione, dichiarato Monumento Nazionale nel 1990, durante la presidenza di Carlos Saúl Menem.
La spina dorsale dell’attuale società argentina è formata, dunque, dall’insieme di coloni europei, principalmente spagnoli e italiani, di indigeni e infine di africani portati come schiavi, giunti tra la fine del XIX secolo e l’inizio-prima metà del secolo successivo. Comunque, va sottolineato l’apporto culturale italiano in termini di lingua, di costumi e di tradizioni; da qui le importanti connessioni esistenti tra Argentina e Italia, incrementate nell’attualità dalla consistenza numerica della comunità italiana in Argentina. Si tratta di una delle comunità straniere più rappresentative del Paese dal XIX secolo ad oggi; infatti, secondo le stime ufficiali, il 50% della popolazione, circa 27 milioni, è prevalentemente di origine italiana. In proposito si attribuisce a Jorge Luis Borges la celebre frase «l’argentino è un italiano che parla spagnolo», potrebbe essere «l’unica repubblica italo-spagnola del pianeta».
L’arrivo di tale massa di individui va di pari passo con la lotta all’analfabetismo, problema difficile da combattere, perché generalizzato, e alla scarsa scolarizzazione tra le classi italiane più umili (che costituiscono la quasi totalità della popolazione). In simile contesto prevalgono le varietà dialettali, esclusivamente orali, delle lingue regionali italiane, rispetto all’italiano standard, lingua, usata fino ad allora da chi ha potuto permettersi un corso di scolarizzazione. Inoltre, nonostante l’unità, l’Italia inizialmente non dispone di un’infrastruttura statale in grado di risolvere i problemi locali dei cittadini, che passano in secondo piano dinanzi alla corruzione, alla disoccupazione (per lo più rurale) e alla disuguaglianza sociale. Una situazione di grande debolezza destinata a durare a lungo nel tempo.
Dall’altra parte del mondo, il governo argentino ha acquisito territori con la Guerra della Triplice Alleanza (1860-70) contro il Paraguay, oltre alle zone aride e disabitate della Patagonia, per cui è necessario creare nuovi insediamenti per fissare la presenza della nazione all’interno dei rinnovati confini, e per definire l’immagine europea dei territori conquistati. Lo Stato argentino vede accolte le richieste di manodopera dal governo, composto per lo più da persone di discendenza iberica, che non si fidano dei popoli indigeni, refrattari al concetto di stato-nazione sul modello europeo. Entra in gioco, in tal modo, la politica immigratoria alimentata dalla differenza di salario tra lavoratori agricoli italiani e quelli argentini. Nascono così i lavoratori golondrinas (rondini, in quanto stagionali), impiegati nei mesi del raccolto di entrambi i paesi, i quali viaggiando costantemente nella terza classe delle navi, arrivano a Córdoba e a San- ta Fe ad ottobre per la raccolta del grano e del lino, per ritornare in Italia pochi mesi dopo.
In un primo momento la maggior parte degli italiani, contadini provenienti da Piemonte, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, si stabilisce principalmente nelle zone della Pampa Húmeda, per essere sostituiti, già nel XX secolo a causa dell’industrializzazione, dai lavoratori provenienti da tutto il nord d’Italia e da braccianti appartenenti al Sud Italia. Campania, Calabria e Sicilia, essendo regioni particolar- mente colpite da problemi strutturali e dalle maggiori condizioni di povertà, sono letteralmente svuotate e persone disperate si riversa- no nelle grandi città.
Considerata l’elevata percentuale di rimpatriati, si può proporre una correlazione positiva o negativa tra la regione di origine e quella di destinazione a seconda delle persone coinvolte. Si pensa che la società argentina nella sua componente italiana sia il risultato di influenze provenienti più dal Sud che dal Nord Italia, data la durata degli insediamenti, praticamente permanenti. Vale la pena fornire alcuni numeri: dei 2.386.181 italiani giunti in Argentina tra il 1876 e il 1930, il 47% (1.116.369) proviene dal Sud Italia (in particolare dalla Calabria), il 41% (988.235) dal Nord (soprattutto dal Piemonte) e il 12% dal Centro (281.577). Riguardo agli immigrati calabresi, la loro migrazione non si modifica molto nel tempo, in quanto continuano a trasferirsi sempre in gran numero, mentre gli immigrati dalla Sicilia, praticamente inesistenti fino all’inizio del XX secolo, cominciano ad arrivare massicciamente a partire dal 1895, al punto che, nel 1914, un immigrato su sei è siciliano. Si susseguono abruzzesi, molisani per completare il quadro, così negli anni Cinquanta del XX secolo la situazione è la seguente: più del 65% degli immigrati italiani proviene dal Sud, il 30% è calabrese, il 15% campano e il 12% siciliano. Del restante 35%, il 21% proviene dalle regioni centro-meridionali, in particolare Abruzzo e Molise (in questo caso il 14%); soltanto il 13% proviene dal Nord, principalmente dal Veneto e dal Friuli-Venezia Giulia.
Lo straordinario fenomeno dell’emigrazione, tra l’Ottocento e il Novecento, che cambia l’Argentina, dove gli italiani sono tra i protagonisti di questa trasformazione deve essere ricordato in questo XXI secolo. Da alcuni anni, infatti, l’Europa vive l’esperienza di una realtà sempre più multiculturale, dovuta a più ragioni, tra cui emergono crisi economiche e ambientali, carestie, guerre, catastrofi sofferte dai paesi del sud del mondo che si spostano a nord. Si tratta di un fattore che alimenta una globalizzazione già in atto e che ha cambiato la storia del mondo. Questa realtà poliedrica è accompagnata da un concetto di identità che diviene variabile, plurale e composito, proprio perché in un solo luogo esistono mondi culturali diversi. In relazione a questo straordinario fenomeno attuale, in passato definito valanga migratoria per quanto riguarda il territorio americano, bisogna osservare come una delle conseguenze sia data dalla trasmigrazione della cultura sul piano immateriale che si estende dai contributi individuali degli immigrati alla vita culturale e sociale del nuovo paese in cui essi abitano. Un’ibridazione culturale che, definisce quei processi socioculturali in cui strutture o pratiche discrete, un tempo separate, si combinano per generare nuove strutture, oggetti e pratiche. Vettore essenziale dei processi culturali globali, andando oltre qualsiasi rigidità culturale e identitaria, mettendo in discussione i concetti di purezza identitaria, di origine, di autenticità culturale. Dall’altro lato sono favoriti incontri, scontri e tensioni fra esseri umani, etnie e storie che si realizzano attraverso i continenti e che modificano il lavoro dell’immaginario per la produzione culturale e sottolineano il processo dinamico collegato a realtà discontinue e contraddittorie. A questo proposito gli studi post-coloniali e culturali offrono interessanti chiavi di lettura a partire dalla nozione di ‘poetica della relazione’, proposta aperta e multilinguistica. La storia sociale e culturale della regione può offrire un’interessante esperienza. Per alcuni aspetti, essa è assolutamente esemplare, in quanto comprende i concetti di nazione, di frontiera e di culture. Più specificamente, il panorama europeo, nuovo per quanto riguarda la dimensione della globalizzazione contemporanea, può trovare elementi di riflessione nel fenomeno migratorio italiano nelle Americhe e in Argentina in primis.
L’esperienza della (e/in)migrazione tra Italia e Argentina è stata, e continua ad essere, un fenomeno studiato da diversi punti di vista, tra cui spiccano quelli storici, sociali ed economici. Di particolare importanza è il racconto dell’evento da parte dei diretti interessati, che attingono a date e a informazioni, ereditate dal passato e riattualizzate nel presente della narrazione e dei luoghi attraversati, impressi in maniera indelebile nel ricordo individuale e nella memoria del gruppo. Grazie a questi elementi, alquanto significativi per i migranti e per i loro discendenti, viene modellata l’essenza individuale Il termine ‘migrazione’, infatti, quando non sia accolto come univoco e indifferenziato, allude solo allo spostamento nello spazio, ma le particelle proclitiche che nell’enclisi lo precedono sono chiamate inevitabilmente a qualificare le due direzioni in cui ci si muove, si va con quanto ne consegue non tanto o solo da un punto di vista geografico quanto politico, antropologico e culturale di ogni attore sociale che, sul mito delle origini, e delle sue evoluzioni, costruisce la storia identitaria dell’intera comunità. Per alimentare e per esprimere questa necessità, estremamente importanti sono le rappresentazioni simboliche che prendono consistenza nell’idea di patria, di terra d’origine, di lingua, di religione, di politica, di famiglia e di identità, per l’appunto. In un primo momento, l’arrivo degli italiani nel Nuovo Mondo è stato accolto in maniera favorevole; Questo straordinario intreccio culturale.
In un certo senso, questo generale interesse riscatta l’indifferenza manifestata dall’Italia di fine Ottocento, dove i testi relativi all’immigrazione sono pochi, dato lo scarso interesse da parte della cultura italiana egemonica verso la letteratura legata agli italiani all’estero, soprattutto in Argentina. Tale atteggiamento rispecchia la mancanza d’attenzione per il fenomeno migratorio in generale e per le motivazioni economiche ad esso collegate. Sembra che ci sia una sorta di rimosso nelle rappresentazioni dell’identità nazionale dell’Italia così fortemente condiziona- ta da questa emorragia di individui che partono in cerca di un destino migliore.
La emigración italiana en la Argentina, oltre a una serie di opere anonime e della cultura popolare canzoni, racconti orali e altre forme di espressioni scritte e orali, offre un affresco davvero dettagliato sugli italiani imbarcatisi nel 1884 a Genova con direzione Río de la Plata. In Argentina, la ricezione letteraria si rivela strumento interessante per approfondire i contenuti simbolici che si accompagnano allo straordinario incontro/scontro tra civiltà diverse in un contesto che subisce fasi alterne. Al tempo della così chiamata ‘alluvione migrato- ria’, l’iniziale e forte interesse politico viene offuscato dal crescente e incontrollato numero di persone che provocano problemi di vario genere con la conseguente ostilità dei nativi. Così, accanto all’immagine positiva emersa dagli studi storiografici che, il più delle volte, sottolineano il progresso economico e sociale connesso al fenomeno, vengono ricordate le inevitabili difficoltà implicite nello stravolgente fenomeno migratorio. Da una parte si evidenziano la sofferenza e la nostalgia di chi arriva, dall’altra la diffidenza, il sospetto e la discriminazione di chi accoglie, motivi spesso trascurati dalla storiografia ufficiale, ma ben visibili nei testi letterari. Tra la gamma di reazioni provocate dall’arrivo dello ‘straniero’ emergono le molte polemiche implicite nei complessi problemi di assimilazione e di integrazione culturale e sociale, dovuti alla necessità di assorbire l’arrivo di persone assai diverse tra loro, anche se provenienti dallo stesso paese e con un livello culturale spesso basso.
Inevitabilmente si diffonde un malessere sociale, che le controversie di lavoro certamente non attenuano colto in pagine memorabili. Ad esempio, numerose e particolareggiate sono le descrizioni del conventillo, spazio eccentrico di marginalità sociale e di miseria, che testimonia il degrado urbano di Buenos Aires, dove le estreme condizioni di indigenza fisica e ambientale portano a povertà, sporcizia, delinquenza, prostituzione, malattie infettive, arretratezza economica e culturale. Ogni entusiasmo per l’arrivo degli europei viene smorzato per cedere il posto alla preoccupazione e al rifiuto: tipologia ‘nazionale’ che si va forgiando con i processi di assimilazione e integrazione in cui erano coinvolti immigranti di prima e seconda generazione. Alla base di tutto vi è la domanda relativa a quali popolazioni immigranti rispondano alle esigenze di progresso e modernizzazione della giovane nazione, tanto più che in Argentina, come nel resto del continente, il pensiero positivista si orienta sull’antropologia sociale che stabilisce una relazione tra l’evoluzione sociopolitica di un paese e la composizione etnica della sua popolazione.
In questa situazione sorgono una serie di testi teatrali, poetici e narrativi dove il fastidio per lo straniero è intensificato dall’attacco xenofobo, dal ricorso al grottesco e al sarcasmo, riservati esclusivamente a personaggi maschili, mentre le donne brillano per la loro assenza. A documentare il disagio e l’inquietudine a livello nazionale imperniato sullo scontro tra il gaucho e l’immigrato.
Conventillo (dal diminutivo di convento) è un tipo di edilizia urbana collettiva, rica- vato da residenze in quartieri decaduti o abbandonati dove una famiglia o un gruppo di uomini single affitta stanze. I servizi (come cucina, sala da pranzo e bagni) sono comuni a tutti gli inquilini e presentano cattive condizioni igienico-sanitarie, a causa del sovraffollamento. In genere, sono strutturati in gallerie attorno a uno o più patii centrali, le pareti e il tetto sono costituiti da lastre metalliche, mentre la struttura poggia su travi di legno sostenute con pietre o mattoni.
I rapporti fra l’Italia e l’Argentina e la costruzione di un’identità, frutto dell’incontro tra i due mondi, simboleggiata dalla figura del migrante analizza con attenzione questo passaggio. Egli sottolinea che l’episodio, vale a dire l’incontro casuale tra il protagonista e il napoletano, personaggio del tutto secondario nell’insieme del poema, all’interno di un fortino, sperduto nella immensità della pampa, cristallizza l’immagine che verrà utilizzata per lungo tempo come modello estendibile a tutti i gringos.
Il primo aspetto ad emergere è quello linguistico, ovvero l’incapacità da parte dello straniero di capire e di conseguenza di esprimersi. Tale ignoranza appare dalla confusione semantica che dapprima rende impossibile l’azione e, in seguito a numerosi tentativi, stravolge completamente l’interpretazione. Il secondo elemento si focalizza sull’assenza di tutte le abilità che accompagnano la vita del gaucho: mancata manualità, nessuna familiarità con gli animali, incapacità di cavalcare e di sopportare il clima rigido. Infine, la contrapposi- zione tra l’abitante autoctono e l’‘altro’ è totale, fissandone il modello che verrà replicato in altre occasioni.
La parola gringo viene usata per riferirsi allo straniero, in questo caso italiano, con disprezzo. In merito ci sono varie teorie, per lo più si intendeva con gringo lo straniero che parla una lingua incomprensibile.L’immigrante e il gaucho e politici, dall’immigrazione europea che ha trasformato Buenos Aires in una nuova Babilonia. Tuttavia,sarà considerato il poema nazionale anche dai figli degli immigranti, in quanto simbolo ed espressione di un passato che si vuole patrimonio comune della memoria collettiva argentina».
È evidente il richiamo alla questione dell’immigrazione, che continua ad essere fonte di preoccupazione per il governo sin dall’inizio del processo di ammodernamento. L’istruzione, considerata più che mai uno strumento essenziale per l’integrazione, è divenuta obbligatoria, oltre ad essere gratuita e laica, nella scuola primaria.
L’immigrazione era una delle condizioni fondamentali della costituzione di una nazionalità moderna e, in quel movimento di importazione economica e culturale, era una promessa priva di minacce. Mezzo secolo dopo, ciò che era stato considerato positivo, diventa pericoloso e gli stranieri sono i nuovi responsabili della crisi morale che sta attraversando la repubblica.
Da qui la necessità di contrapporre all’immigrato, arrivato per risolvere i propri problemi economici, un valore spirituale autoctono, vale a dire l’archetipo del gaucho quale essenza dell’Argentina. In tal modo il gringo ‘avido e lavoratore’, sarebbe divenuto portatore di quel materialismo decadente diffuso nella cultura nativa, dove tutto si può comprare e tutto si può vendere. A questo nuovo sentire, lo stato liberale risponde con un misto di repressione e di riformismo. Nel 1902 viene sancita la Ley de Residencia, usata come strumento legale per poter espellere gli stranieri che disturbano l’ordine con azioni sovversive. In questo contesto nasce il movimento creolo in cui si esaltano le caratteristiche dell’uomo naturalmente nato in Argentina, aprendo la via ad una nuova opposizione tra criollos e gringos: il lavoratore autoctono, onesto, sottomesso, politicamente neutrale e argentino, si oppone al rivoluzionario e allo straniero eversivo, ingrato verso la nazione che lo ha accolto generosamente.
Per realizzare questo processo di ‘appropriazione, risignificazione e spostamento’ è necessario svuotare il gaucho da certe connotazioni storiche peggiorative. Ecco perché, prima di contrastare la sua immagine a quella dell’immigrato, bisogna confrontarla con la figura del grande nemico ottocentesco: l’indiano, ovvero, la positività del primo nei confronti della barbarie del secondo. In definitiva, l’esaltazione del gaucho coincide con la glorificazione dell’essere argentino dotato, di serenità, di coraggio, d’ingegno, di meditazione, di sobrietà e di vigore. Tali doti contribuiscono a forgiare con la nuova immagine del gaucho, spirito libero, l’identità dei ‘veri’ argentini.
È da rilevare, che l’immagine dell’immigrante italiano non proviene solo dal riflesso delle circostanze storiche da cui ha origine, attraverso la relazione dialettica fra realtà sociale e testo drammatico. Pertanto, è interessante e utile collegare la nozione di segno con il fenomeno sociale, compresi il conseguente sviluppo e la sua problematizzazione. Siassocia l’immigrante con la presentazione negativa del paese, scenicamente utile, come già evidenziato, per innalzare di contrasto la figura del gaucho, relazionato a un modello economico concreto, ossia all’allevamento di bestiame. L’opera, inoltre, offre un’immagine idealizzata e facilmente riconoscibile di nazione basata sul coraggio e sull’orgoglio. Una nazionalità che si modella in contrapposizione allo straniero, mediante il racconto della sua vigliaccheria, della sua disonestà, della sua cattiveria e, in seguito, ricorrendo all’uso di una lingua castigliana deformata e storpiata.
A partire dalla metà del secolo scorso il tema migratorio diviene sempre più evidente nella letteratura argentina, tanto da costituire una vera corrente, a differenza di quanto accade nella letteratura italiana dove il fenomeno occupa uno spazio più marginale. Si propone una basilare differenza tra emigrati e immigranti: i primi sono presenze invisibili, negate nell’immaginario del paese di provenienza, mentre i secondi sono percettibili e condizionano in molti modi la cultura d’arrivo. Infatti, gli emigrati, assenti concretamente e in astratto dal paese d’origine, rappresentano l’unica fonte di sostentamento dei familiari rimasti in patria. Di contro, gli immigranti sono una presenza, rifiutata in un primo momento perché vissuta come minacciosa, e poi controllata attentamente.
È soprattutto negli ultimi anni che il tema della migrazione esplode dato che, l’emigrante assurge a figura centrale o qualificante del XX secolo. Gli sconvolgimenti subiti da parte di queste persone sono tali da essere al centro di ogni pensiero poiché le radici, la lingua e le norme sociali risultano gli elementi più importanti per la definizione dell’individuo che, in quanto migrante, spesso è costretto a scordare il vecchio modo di essere per apprenderne uno nuovo. In ogni caso, la sua è una condizione di attraversamento, di traduzione, poiché egli non appartiene alla nuova patria e, ormai, neanche a quella di provenienza, pur sognando un mitico ritorno, il più delle volte irrealizzabile. Detta condizione lo porta inevitabilmente a cercare un legame nel tentativo di recuperare, cioè, la costruzione concreta e simbolica di uno spazio da rivendicare come proprio, capace di riassumere il percorso culturale e, allo stesso tempo, identitario, relazionale e storico di ogni essere.
In tale panorama le donne giocano un ruolo secondario, sia dal punto di vista cronologico che culturale e politico. All’inizio non viaggiano e, se lo fanno, agiscono all’ombra di un uomo, padre, marito, fratello, come anonime figure di accompagnamento, con un livello culturale molto basso, prive di diritti politici, almeno fino agli anni Cinquanta del XX secolo. Inevitabile la loro condizione di marginalità all’interno della vita sociale e pubblica del Paese, sia pure con delle eccezioni.
Figure cresciute in epoche differenti e unite dalla necessità di ricomporre una memoria in grado di riparare le lacerazioni provocate dal distacco della patria. Esse sono legate dalla medesima emozione, la nostalgia, tratto comune e consustanziale all’emigrazione stessa: «Italiani che, come lei, vivevano di ricordi e di lunghi sogni per un viaggio di ritorno che tutti rimandavano a un futuro lontano a cui nessuno credeva, ma che comunque serviva ad accettare un presente fatto di scontentezze». Costanti sono il ricordo della terra abbandonata e il sogno di un ritorno, tuttavia impossibile perché, nel caso di un rimpatrio, sarebbe impossibi- le recuperare il tempo perduto.
Donne e uomini pregni di sogni, ignari della realtà che li attendeva nonostante il manualetto dell’emigrante, ricevuto all’imbarco di Genova, non sapevano che migratio in latino significa viaggio, spostamento, ma anche fatica, onere: che mai sarebbe stata felice, che avrebbe patito la nostalgia e si sarebbe pentita di aver detto sì alla richiesta in sposa, che in Argentina la aspettava la stessa povertà che in Italia. […] Che aveva fatto né più né meno quello che facevano gli altri, partiti col sogno di affrancarsi nel cuore e poi rassegnati a fare i servi, finendo per mettere radici nel fango di questa città.
Giunge in Argentina come tanti altri italiani che hanno deciso di lasciare la propria terra alle spalle per cercar fortuna in un mondo nuovo, «Era nel 1898, e qui si faceva la fame», «dicevano che là in America c’era un futuro migliore…», per poi subire la delusione delle promesse e delle attese: «– È la disperazione di affrontare un mondo di cui non si sa niente, neanche il paesaggio e la lingua; è il crollo dei sogni di una ricchezza facile; il tormento degli atti definitivi». Difficile anche sopportare il peso di aver abbandonato la propria patria, di averla tradita: «Ma soprattutto si soffre nel profondo, sentendosi colpevoli di aver abbandonato la propria casa; aspettando la punizione. La nostra colpa è stata quella di aver tradito la casa dove eravamo nati, la nostra terra. Terra è una di quelle parole che contengono un mucchio di cose».
Per tutto ciò l’emigrante è colpevole, quindi deve essere punito: muore, infatti, in solitudine dopo aver contratto una malattia che lo divora inesorabilmente. Sino alla fine dei suoi giorni egli avverte il peso di una terribile colpa, convinto «che la sua malattia fosse un castigo che Dio gli aveva mandato per il fatto di aver lasciato l’Italia, abbandonando una moglie e delle bambine.
È il destino degli emigrati, delusi e traditi, che devono misurarsi con una «doppia vita d’inferno: doppia terra con cui fare i conti, Argentina e Italia, e doppia lingua; il più delle volte anche doppia famiglia. Come se vivessero contemporaneamente in due mondi paralleli». Il dilemma delle duplici radici, impara a guardare il mondo dell’emigrazione da una diversa prospettiva, in quanto ha vissuto un doppio sradicamento e ha «sperimentato sulla propria pelle cosa si prova a vivere in una terra dove non si è nati, parlando un’altra lingua con un accento mai perfetto, quasi fosse un marchio di diversità». Infatti, la donna nel 1978 è costretta a lasciare il paese dove è nata per sfuggire alla dittatura militare che le ha ucciso il marito. Il pensiero e la nostalgia saranno sempre rivolti alla terra abbandonata e la sua condizione rappresenta un altro tipo di migrazione, altrettanto doloroso. Attraverso la vita di una famiglia, Quando Dio ballava il tango racconta un secolo di storia argentina: la strage di indios, gli scioperi della Patagonia negli anni Venti, la morte di Evita, il terrore della giunta militare, i mondiali di calcio del 1978, il tracollo economico del 2001. Tuttavia, l’Italia è sempre presente come un miraggio per un futuro di serenità.
Pochi anni dopo, una sorta d’inchiesta, a metà strada tra narrativa e antropologia in cui affiora il ricordo di antenati lombardi alla rincorsa del benessere e della dignità nella remota ‘Mèrica’. Anche in quest’occasione, si tratta di una storia corale, ambientata a Buenos Aires nei primi anni del Novecento: in un quartiere miserabile, vicino a un fetido macello, si ammucchiano, in una degradante promiscuità, decine di famiglie di immigrati, la maggior parte italiani. Gli uomini sono spesso disoccupati e alcolizzati, privi di interessi, mentre le donne reagiscono alla difficile situazione, sopportando storicamente dolore e sofferenza, capaci ancora di qualche manifestazione di tenerezza. Pertanto i bambini, lasciati a sé stessi e riuniti in bande avventurose, sono costretti a guadagnarsi precocemente il pane. Non possono contare nemmeno nell’aiuto della polizia, che si limita a reprimere scioperi o a stanare gli anarchici rifugiatisi tra gli emigrati.
La spiegazione dell’abbandono e della ferocia si trova nella legge ferrea di un determinismo che costringe gli indigenti – questa volta italiani, ma in altre occasioni provenienti da qualsiasi parte, a macchiarsi dei crimini più svariati, causa dell’ostilità razziale verso gli immigrati. La xenofobia dilagante, ampiamente documentata nel corso del romanzo, trova espressione soprattutto nel pensiero del vice- : questi italiani protestano perché vogliono cambiare la propria condizione, fare come i padroni, ma essere capi non è da tutti, bisogna nascerci col sangue adatto, studiare, educarsi. Certo che ci stanno cose che dovrebbero essere cambiate, chi lo nega, ma con calma, perdio, non si può guidare un cavallo da corsa con mano inesperta, solo chi ha le redini in mano sa la strada, mica la bestia nata per il lavoro, gli immigrati la politica non la capiscono, cosa possono sapere con quel cervello da gallina. Perfidi, capaci di fartela sotto il naso, in quello sono davvero esperti. Il ‘babau’ infanticida, il ‘lupo mannaro’ attratto dal sangue perché ‘fa sangue’ è in realtà uno sfortunato ragazzino segnato da un’infanzia priva di affetti e marchiato da una gravissima malattia che ne deforma il corpo e ne devasta la mente. Egli concluderà prematuramente la sua dannata esistenza, destinata ad alimentare una triste e duratura leggenda, in un carcere di massima sicurezza della Terra del Fuoco.
Questo viaggio chiamavano amore, dove narra il viaggio in Sud America. Questa volta l’impresa è motivata dalla possibilità di riscatto, come emerge dalla riflessione del protagonista: «ho imparato che sono strane le faccende di questo nostro mondo. In America ancora di più. Ché laggiù la gente è senza passato. Il futuro è l’unica cosa che ti rimane, quando scendi da un bastimento». I ricordi del Sud America si associano alla ricerca della libertà e alle immense estensioni geografiche che permettono al poeta di ritrovare sé stesso e di vivere pienamente la vocazione al nomadismo e alla letteratura: «ho sem- pre odiato le barriere. Per questo venni in Argentina: volevo la pampa infinita, senza termine tranne che il cielo».
La sensazione provocata dalla sconfinata pianura si accompagna al sentimento di rinascita sperimentato dal poeta mentre attraversa il territorio argentino: Ti senti vivo. […] non hai casa o campo a cui restare abbarbicato, sei libero come un uccello. Le stelle fuggono sopra la tua testa, la pampa nera e selvaggia ti abbraccia. Tale sensazione di assoluta libertà durò una settimana intera. La macchina via via s’impossessò di me, facendomi dimenticare me stesso: mi sembrava quasi di non sapere più chi fossi stato un tempo e dove. Cancellate di colpo tutte le pene dell’anima…
Il viaggio in Uruguay e in Argentina rappresenta, quindi, un’esperienza di libertà da rivivere in seguito, nei momenti più difficili della reclusione in ospedale. Il dato interessante da sottolineare è il cambiamento in relazione al tema ampio e complesso degli italiani in Argentina. Racconto della difficile emigrazione di fine Ottocento, inizi Novecento all’avventura del viaggio verso terre mitiche, ai paesaggi infiniti racchiusi nell’immagine della pampa. Come si cercherà di dimostrare nel capitolo successivo questo slittamento sarà evidente anche in altri te- sti pubblicati recentemente in Italia.
LA NARRAZIONE
A partire dal 1950, essa si stabilisce a Buenos Aires dove dichiara che intraprende l’attività di giornalista, oltre ad iniziare a scrivere, emerge la continua: «determinazione di un’ottica autobiografica fondamentale per comprendere il cosciente rapporto fra passato e presente, dove l’emigrazione funge da cerniera della sua esistenza». Si tratta per lo più di personaggi al femminile, inseriti nei modelli e nei ruoli tradizionali della letteratura d’inizio secolo XX, emarginati, quasi sempre legati alle problematiche dell’immigrazione e perciò al confine tra la nostalgia di quanto lasciato e la fatica dell’inserimento.
L’America, o meglio l’Argentina, diviene ben presto la sua nuova patria, tema costante di tutti gli scritti, e la lingua del paese il nuovo mezzo di comunicazione fino al punto che, oggigiorno, la si considera una scrittrice argentina a tutti gli effetti, e molti dei suoi testi fanno parte delle antologie scolastiche. La nuova terra diviene la sua terra; infatti, confermano la nuova identità argentina. In realtà, il desiderio ancora più forte della scrittrice, e ben visibile nell’attività di promozione, è teso al riconoscimento italiano e non tanto all’inserimento argentino, già raggiunto. Rimane il fatto che, al di là di vedere i propri libri nelle librerie della sua patria d’origine, la migrazione italiana è da lei vissuta in prima persona come frutto della persona- le biografia, come parte del patrimonio della sua gente e anche co- me fattore costitutivo della storia dell’Argentina.
Quest’ultimo elemento è più che mai presente nel libro finale, esclusi i racconti per l’infanzia, che appare come il miglior risultato di una nuova fusione tra tematica letteraria ed esperienza autobiografica, fattore importante nella costruzione dell’identità nazionale. Segna anche una diversa maturità dell’autrice che si svincola da moduli narrativi precedenti e sperimenta sentieri inesplorati. Costituito da un collage di scritti diversi, esso offre, pionieristicamente, una pa- noramica di vari generi: racconto, narrazione autobiografica o auto- narrazione, lettera, intervista. Si tratta spesso di intrecci storici dove il tema dell’immigrazione italiana in Argentina si configura come motivo letterario piuttosto che esistenziale.
La trama si snoda sull’iniziale racconto della leggenda legata alla madonna di Bonaria, ritrovata miracolosamente nei pressi di Cagliari, in una zona chiamata ‘Malaria’ per l’aria malsana, che ben presto non sarà più tale in quanto si compie l’antica profezia. Llegará con una navecilla en la mano. Entonces, soplarán buenos vientos y los pantanos se secarán. Nuestra Señora Santa María se quedará en nuestro cerro, pero también se irá lejos, llevada por los navegantes, porque ella los protegerá con Buenos Aires.
Viene eretto in suo onore il santuario di Santa Maria di Bonaria o del Buen Aire, dove si venera la patrona dei marinai di tutta Europa. La devozione alla Vergine, giunta miracolosamente dal mare, accompagna la storia della Sardegna dall’epoca della dominazione catalana fino alla conquista meridionale dell’America Latina. A Don Pedro de Mendoza, suo devoto, si deve la fondazione, nel delta del Río de La Plata, della futura metropoli con il nome di Santísima Trinidad y Puerto de Santa María de los Buenos Aires. Nel 1580 arriva un altro conquistatore, Juan de Garay, che battezza nuovamente l’insediamento con il nome di Santa María de los Buenos Aires. La scrittrice conclude il racconto, definendo poeticamente gli stretti legami dei due paesi che, risalenti alla notte dei tempi, assumono il carattere sacro del mito: Il racconto, completamente ambientato in Italia, e precisamente a Nicotera nella provincia di Catanzaro: nella scuola di suore si decide di mettere in scena l’operetta di Pinocchio, per presentare le doti di cantante di un alunno speciale. Il protagonista, che è anche la voce narrante del testo, è un’alunno della stessa scuola, la quale per molti versi ripropone un personaggio ricorrente di Pino De Pietro, il ragazzino docile e curioso. Bello, volitivo, intelligente, ma irrimediabilmente stonato, poiché è innamorato della bambina prodigio, vuole partecipare a tutti i costi alla recita, incurante del buon esito della rappresentazione. Il tono comico domina il registro narrativo del racconto offrendo momenti del tutto esilaranti.
La scelta di emigrare in Argentina coincide con la decisione di diventare scrittrice, poiché «Al radicarme en la Argentina y al pretender escribir para los argentinos, quise asumir toda la realidad del país y me preparé para escribir como el mejor de los escritores». Si tratta di una serie di brani estrapolati da varie interviste in tempi e luoghi diversi e non specificati, e da lei scelti, organizzati e riordinati. Tecnica narrativa curiosa che ancora una volta sottolinea il progetto di costruire e di promuovere una reputazione letteraria attorno alla propria opera. La protagonista spiega la sua esperienza pensando all’interlocutore e al potenziale lettore. Evidente risulta la manipolazione di chi racconta, la quale svolge anche il ruolo di organizzatrice e interlocutrice. Il ritratto della testimone viene più volte modificato: in primis dalla protagonista stessa.
Riflessione personale sulla scrittura, memoria: …y llegarán bueno aires è uno scritto di difficile catalogazione, a cavallo tra varie tipologie letterarie. Genere impuro, e per questo ricco di spunti, particolarmente interessante. È una scrittura, costruita con frasi semplici, brevi, sempre aderenti a un modello narrativo poetico, favolistico. La facile caduta in una serie di stereotipi è riscattata dall’eleganza e dalla scioltezza dell’eloquio e dal tono umoristico che supera i pregiudizi e il luogo comune del povero immigrante.
La giovane nel viaggio in America Latina perde l’identità e per sfuggire al destino di immigrante si dedica intensamente a costruirsene un altro, un nuovo ruolo sociale e quindi una personalità vergine. Di qui lo sforzo immediato per imparare correttamente un’altra lingua, per costruire la professione di scrittrice-giornalista, romanziere, scrittrice per l’infanzia… Questa nuova attività riesce a coniugare le due realtà caratterizzanti la sua esistenza: dall’infanzia all’adolescenza trascorse in Italia, alla nuova vita in Argentina.
Recuperare la memoria significa trovare parole per esprimere l’esperienza dolorosa della famiglia lontana, il trauma dell’arrivo in un nuovo continente, la perdita della propria identità, la capacità di reagire al difficile destino di immigrante; esperienze dolorose che l’autrice supera attraverso il processo catartico della scrittura. Una testimonianza che nella sofferenza creativa ricollega alla tradizione delle donne, destinate a ricordare per sé e per gli altri.
Ordinare i fatti della vita in un’autobiografia risponde al desiderio inconscio di mostrare l’esistenza in tutta la sua varietà. Tuttavia, l’operazione è impossibile perché quanto presentato nella pagina scritta si riduce a una serie di frammenti passati e riproposti nell’attualità di chi scrive, sovente condizionati dalla nostalgia e dall’autocensura. Il brutto, il ridicolo, l’ironico, vengono perciò rimossi trasferendo così il genere in una categoria speciale, appartenente in qualche modo all’irreale, proteso alla ricerca del bello e dell’autentico. Questi due criteri estetici hanno preso un posto permanente nella coscienza della stragrande maggioranza del pubblico lettore e sono i motori della scrittura di …y llegarán nuevos aires. Un’opera che dimostra ancora una volta come letteratura e vita non possono procedere per strade diverse e che la scrittura, a volte, può raccontare la realtà e la confusione vitale, nel tentativo di narrare la vita.
Il nostalgico ritorno alle origini. La crisi economica del 2001 che ha sconvolto l’Argentina) e le conseguenze da essa derivate hanno portato a un ripensamento della sua storia e a una rinnovata ottica relativa all’apporto del- la comunità italiana in questo scenario. Nel processo di recupero del passato e nella rivalutazione dell’apporto italiano, essenziale è la funzione della letteratura, in quanto: «Si tratta di narrazioni che, basandosi su vicende personali o familiari, tessono storie di e/immigranti nel loro distacco dal paese d’origine e, più spesso, nel radicamento in Argentina. Una narrativa che non si può, a rigore, catalogare nel genere della biografia o dell’autobio- grafia, ma che si caratterizza per la sua alta referenzialità». Tale tendenza trova ampia risonanza tra gli autori di ascendenza italiana.
Nella trepidante vigilia della finale del campionato mondiale di calcio del 1978 tra Argentina e Olanda, e ha come protagonista uno scrittore, che lavora per un giornale, in evidente crisi d’ispirazione. Angosciato dalla pagina da scrivere, egli osserva scorrere la propria vita dall’esterno, privo di un minimo segnale di partecipazione o di emozione. Nemmeno la mi- nacciosa presenza, mai resa esplicita, della dittatura esercitata con violenza dalla Giunta Militare Iniziata il 23 marzo 1976, la dittatura finisce nel dicembre del 1983 con le elezioni che portano al governo democratico di Raúl Alfonsín e con la creazione della Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas, guidata dallo scrittore Ernesto Sábato, il cui compito è indagare sul destino degli scomparsi nel corso di questi terdo per i desaparecidos e per le manifestazioni delle madres-abuelas de la Plaza de Mayo, sembra scuoterlo dall’apatia. Un pieno il clima di violenza generale, subendo in prima persona la particolare repressione riservata agli intellettuali – da sempre temuti in Latinoamerica per la tradizionale funzione critica e di opposizione al governo –, il tema non può passare sotto silenzio. Egli fa parte di quegli scrittori che si dedicano alla riflessione della realtà nazionale e testimonia- no una ben precisa fase storica del proprio paese, quando cioè cade ogni speranza nel progresso. Terribili anni di vita nazionale. La relazione finale Nunca más è diventata con ben ventuno riedizioni fra il novembre del 1984 e l’aprile del 1986. Di seguito sono riportate le funzioni della Commissione: «a) Si tratta di una narrazione spontanea, normalmente incentrata su un solo personaggio, cittadino non problematico, senza particolari qualità proprio è subito presentato con la borsa della spesa mentre fa ritorno a casa, tra un assordante rumore di clacson e di voci concitate ed eccitate per la mitica partita di calcio. Si insegna, questo sport, in particolare, ha un’importanza speciale per la società argentina; non per nulla la Giunta Militare si è appropriata del suo valore simbolico per fare bella mostra dei risultati raggiunti dal Proceso de Reorganización Nacional, quali l’introduzione della televisione a colori, la costruzione di auto- strade e di nuovi alberghi per turisti. Nonostante l’esultanza per la vittoria della squadra argentina, il fallimento sociale ed economico del governo militare emerge nella sua drammatica realtà: l’inflazione, la disoccupazione e la povertà in aumento – oltre alla repressione – smentiscono qualsiasi posizione trionfalistica e sono soltanto il preludio della guerra Malvinas/Falkland.
Egli racconta, pertanto, l’infanzia e la giovinezza della madre in Italia, il viaggio migratorio in Argentina nel dopoguerra e il ritorno impossibile al paese dell’infanzia dopo una vita trascorsa all’estero. Nei primi due libri la protagonista Agata è ispirata alla mamma e, come spiega l’autore, al viaggio di ritorno fatto da lui adulto in Italia. Compiuti ottant’anni, spiega le ragioni per cui la necessità di fare un bilancio della propria vita e di lasciare in eredità il ricordo di un passato per i nipoti: Le memorie della donna acuiscono la sensazione di lontananza e il sentimento di nostalgia verso una terra ancora profondamente radicata nelle emozioni di chi racconta in successione cronologica un’intera esistenza, a partire dalla difficile infanzia segnata da una madre inferma, dal duro lavoro iniziato proprio in quegli anni, dall’affetto severo e profondo del padre oltre a quello caldo e generoso di una nuova madre, fino alla partenza per un’altra vita in Argentina, in- sieme al marito e ai due figli piccoli. Sullo sfondo, appare la storia dell’Italia della prima metà del Novecento lacerata dal fascismo e dalla guerra.
Il lento riandare agli episodi trascorsi viene interrotto bruscamente dall’imminenza della partenza improvvisa, resa ancora più rapida dalla descrizione concitata dei preparativi: La scrittura scarna e rigorosa, attenta ai particolari, senza alcuna concessione all’emotività, pur scuotendo il lettore, si presenta ancora una volta nella descrizione della partenza, resa definitiva e totale. Il tema della memoria, e in questo caso dei ricordi dell’immigrante italiano, oltre ad essere elemento fondante nella configurazione dell’identità dell’Argentina di oggi come ormai accertato, risulta essenziale per ripensare il passato e per interpretare la realtà del presente. Un’operazione che Antonio De Pietro compie con estrema abilità elevando il ricordo personale a esaltazione collettiva.
Altre rimembranze sono vincolate al viaggio di ritorno, alla ricerca di un paesaggio che già non esiste. Infatti, il dramma del migrante risiede nell’impossibilità di ritrovare un luogo e un tempo inevitabilmente perduti, sia per il progresso sociale sia perché è mutata la percezione individuale, in una intervista realizzata alla fine degli anni Novanta, spiega la strategia da lui utilizzata ne La tierra incomparable, per raccontare le sensazioni di straniamento della protagonista: Le stesse che egli sperimenta sulla propria pelle fin dall’arrivo in Argentina. Il dolore e l’amarezza dinanzi al rifiuto dei compagni di scuola, che lo considerano straniero, è un potente stimolo per accettare la nuova realtà, per farne parte integrante. Da qui l’assiduità delle letture, utili per imparare la lingua, primo mezzo di comunicazione e di scambi di idee. Con la scoperta del lessico, egli scopre anche la letteratura, alla quale si appassiona, e la scrittura di cui subisce un crescente fascino: entrambe sono un viaggio verso la conoscenza di sé, della propria condizione di migrante in senso lato. Ciò piega la ricorrenza, nei suoi libri, delle tematiche del viaggio e dell’identità che ritornano ad essere centrali. Qui l’io narrante è l’alter ego dell’autore, che ormai non ha più bisogno di filtri per raccontare la sua storia, le emozioni di una vita da trasmettere alla figlia, come egli stesso afferma: Grazie alla madre prima e alla figlia, in seguito, egli riconquista una parte della storia personale, assopita a lungo, ma mai dimenticata; ciò sottolinea il potere della memoria, la sua capacità di rimodellare identità celate da sovrastrutture sociali e da angosce personali, di farle emergere in un processo di maturazione consustanziale al luogo in cui ognuno vive. Ancora una volta, la letteratura è uno strumen- to prezioso e un sostegno imprescindibile per penetrare all’interno del sé, per ritrovare equilibri smarriti e per dare senso all’esistenza.
Una famiglia fra due mondi, tuttavia, la migrazione si esprime con forza anche nei romanzi che, in molti casi, trattano episodi costruiti attraverso un duplice sguar- do comprendente aree geografiche diverse, dato che le persone ap- partengono a un là e a un qua dell’oceano e condividono la medesima esperienza. Essi s’inseriscono nella nuova ondata di romanzi sulle migrazioni per indicare la volontà di ripensare l’esperienza migratoria, dopo gli anni terribili, di recuperare il passato in cui gli immigrati italiani giocano un ruolo fondamentale. Esplicite sono le considerazioni quando dichiara: La scrittrice recupera anche la presenza femminile, neutralizzando l’assenza di studi di tipo storico-sociale. Tale aspetto è comune a narratrici e narratori discendenti da emigrati che ripercorrono mentalmente l’esperienza degli antenati. Esemplare in questo senso è trasforma il ricordo di una ragazza nel racconto di una donna, ormai matura che ‘in- venta’ una storia.
Il romanzo ripercorre le tappe della vita di una famiglia stabilitasi in Argentina, dopo l’arrivo solitario di una donna italiana, immigrata alla fine dell’Ottocento e ripartita quasi un secolo dopo. Suo elemento strutturante è il mare, evidente fin dal titolo, che, con la speranza ‘cieca’ secondo la nota tradizione classica, porta desideri, attese, amori separando e al contempo unendo i suoi protagonisti. Nonostante l’intensità del racconto, la trama è molto semplice e presenta le principali linee guida del processo migratorio: il viaggio come morte rituale, la rinascita nel nuovo orizzonte, l’abbandono simbolico e rea- le della vita passata, il ritorno impossibile.
Lui è un marinaio di un piccolo villaggio di pescatori il quale, nel 1889, decide di salpare per l’Argentina, terra di promesse e di prosperità, lasciando il luogo di origine e la moglie da poco sposata. L’universo argentino rappresenta un nuovo inizio per il giovane: dopo aver incontrato una fiorentina, che gli fa dimenticare la donna lasciata in Italia, inizia una nuova vita, affrontando le difficoltà implicite in ogni processo di ingresso in un diverso orizzonte socio-culturale. Pochi mesi dopo nasce la figlia, il cui nome emblematico suggella l’avvio di una nuova genealogia, eminentemente italo-argentina. L’entusiasmo dei primi tempi si affievolisce, lasciando il posto alla fatica e alla sofferenza, ma l’amore per il frutto della sua carne riesce ad alleviare tutti i problemi della situazione: ‘la sua barchetta’, gli dona felicità e realizzazione. Dopo quattro anni, questa situazione di apparente serenità viene sconvolta dall’arrivo improvviso dei fratelli – la moglie italiana che lo costringono a ritornare in Italia, senza poter salutare la sua famiglia argentina.
Dopo lunghi giorni di disperata ricerca, si rassegna all’idea dell’abbandono del marito e prosegue la sua vita, insieme alla figlia. È un momento decisivo in cui si dipanano i fili narrativi: cerca di riprendere la storia italiana, senza riuscire a sintonizzar- si con il vecchio territorio perché il ricordo è troppo presente, una ferita permanentemente aperta, che rende impossibile qualsiasi tentativo di reinserimento. Solo la nascita del figlio italiano, gli dà un’illusione di felicità. Ricostruisce invece la sua vita con l’altro uomo del Sud Italia, e dà alla luce due bimbe. La presenza del calabrese non apporta alcun sollievo economico e la famiglia si sostiene solo grazie al duro lavoro della donna, che soffrirà gravi disturbi di salute. Pian piano lascia il ruolo centrale nella narrazione alla figlia, disposta a sacrificarsi per il benessere delle sorelle.
Anni dopo, le due famiglie si ritrovano, incaricato dal padre di andare a cercare la sorella. L’incontro tra i due fratelli, uno di qui e uno di là dell’oceano, sembra finalmente offrire alla donna la possibilità di un’emozione: Accanto alla sorella ritrovata, oltre a rafforzare l’esistenza delle radici italiane. I destini dei due fratelli si incontrano, si uniscono nella stessa saga familiare, in una storia condivisa.
La narrazione si chiude con la già ricordata citazione metanarrativa: la nipote si occupa di raccogliere il trascorso dei suoi antenati, conservando per sempre la memoria della famiglia. Questo finale racchiude un forte simbolo di trasmissione: la figlia di Isabella, nel recuperare i ricordi familiari, li trasforma in eredità del passato, a partire dai lineamenti fisici trasmessi dal nonno calabrese fino all’esperienze di tre generazioni afferenti al gruppo a cui appartiene.
Si fa riferimento a temi che considerano l’individuo nella società, il sentimento di appartenenza o di esclusione, il bagaglio di tradizioni e di memorie alternative che lo determinano, presentati da un protagonista il quale, senza esibire un sé autobiografico, mostra chiari elementi autoreferenziali. Le grandi famiglie composite, le cui vicende intrecciate fanno da sfondo alla sto- ria nazionale, si sviluppano tra giovinezza e vecchiaia, in un ampio arco temporale e all’interno di una vasta geografia: l’Italia, anteriore e posteriore alle migrazioni, la provincia e la metropoli argentine. Emerge, inoltre, la selezione di fatti e di esperienze, di sensazioni e di eventi, importanti nel mettere in discussione la trasmissione dell’eredità e la percezione dell’origine. Con il termine eredità mi riferisco alla trasmissione di saperi e di tradizioni, all’accettazione consapevole di un bagaglio culturale interpretato, selettivamente accettato, e infine elaborato e ridefinito. Tuttavia, va ricordato che solo pochi autori e autrici che si sono misurati con il tema della migrazione, individuale o familiare, hanno rivendicato il carattere autobiografico del proprio lavoro, nonostante la narrazione rimandi naturalmente alla vita dell’autore. D’altra parte, l’autoreferenzialità è tipica di un determinato genere narrativo, che coincide perfettamente con la scrittura migrante.

Come si è visto, numerosi scrittori italo-argentini o loro discendenti hanno fatto proprio il tema migratorio, rielaborando storie orali ascoltate in famiglia, per esaltare le avventure di tanti anonimi protagonisti che hanno vissuto in prima persona le difficoltà di un viaggio faticoso e di un arrivo ostile. Attraverso logiche e tradizioni di ciascun nucleo, fondamentali per modellare la memoria collettiva, viene assicurata la continuità e la coesione del gruppo oltre a regolare i rapporti tra la ristretta comunità e la società tout court. Reminiscenze individuali, collettive, nazionali, che, attraverso la letteratura, permettono di accedere alla conformazione della cultura argentina, alla quale gli immigrati italiani hanno contribuito in maniera consistente, come più volte sottolineato.
Nel peculiare momento di dispersione e di frammentazione delle società occidentali, il peso regolatore e destrutturante delle migrazioni, volontarie e forzate, che la società postmoderna è costretta a subire, insieme al recupero del trascorso, motivano l’approfondi- mento del fenomeno, anche se è sempre meno eccezionale. Comunque, la massa numerica di italiani arrivati nel Nuovo Mondo è stata determinante in tal senso, anche per l’insistenza di mantenere viva la propria cultura in modo da poter offrire elementi della terra d’origine in grado di rimodellare la nuova realtà. È una storia in parte finita e in parte ancora vitale, che presenta indubbiamente dei tratti utili per affrontare le nuove e difficili esperienze migratorie vissute oggi dall’Europa e dall’Italia, in mezzo a terribili guerre, carestie e crisi economiche.
A partire dagli ultimi anni del XX secolo e, soprattutto, dai primi due decenni del XXI, lo scenario della narrativa migratoria italiana sta ulteriormente cambiando, in quanto la migrazione entra nell’immaginario collettivo e nelle proprie strutture politiche ed economiche in virtù di una rinnovata valutazione del tema. Esso viene affrontato dal punto di vista sociale e politico, dato che l’Italia si è trasformata in meta d’approdo per migliaia di persone che viaggiano dal sud del mondo e dal vicino oriente, in fuga dalla fame, dalle guerre e dalle violenze. Allo stesso tempo, in Argentina vi è un’abbondante fioritura di opere sull’argomento, poiché la popolazione ha assunto sempre più l’identità complessa, propria del mosaico culturale, derivato dalle ondate di stranieri giunti, in fasi diverse, sul territorio. Ora il discorso è affrontato dai discendenti degli immigrati di un tempo, dotati di maggiore preparazione critica e spronati dalla necessità di ripensare alle proprie origini, inserite in un natura- le processo di evoluzione. I nipoti, infatti, tendono a rivalutare ciò che i figli hanno provato a dimenticare, a tal punto che l’esperienza dei genitori, spesso poveri e bollati con il marchio infamante di immigrati, si trasforma in motivo di orgoglio per il coraggio dimostrato di fronte a tante avversità. Un esempio da seguire in tempi difficili di crisi politiche e amministrative.

La letteratura argentina, a differenza di quella italiana, non è mai stata definita dal luogo di nascita degli scrittori. A tal proposito, sono esemplari il caso di Silvia Parietti, nata in Italia, arrivata in Argentina all’età di vent’anni; la letteratura dell’esilio che rimonta alla generazione dei ‘proscritti’, per proseguire con gli scritti degli esiliati durante l’ultima dittatura militare; la narrativa degli autori argentini residenti in Spagna da molti anni: tutti appartengono al canone della letteratura argentina. Al di là degli interrogativi sulla problematizzazione del concetto di letterature nazionali, l’obiettivo di questo lavoro è quello di studiare i diversi modi in cui la narrativa riformula i temi tradizionali della rappresentazione di una storia condivisa tra i due paesi, evidenziandone le rispettive ragioni.
Ad affascinare la ragazza è l’esterno, la strada da dove arrivano i suoni di un’altra lingua, quella di un ambiente maschile in cui azione e lavoro prevalgono sul ricordo nostalgico di terre lontane. Tuttavia, vi è un luogo speciale, all’interno dell’abitazione, in fondo al cortile: si tratta di una casetta dalle pareti rustiche, dove la ragazza gioca ed esegue complessi ‘interventi chirurgici d’urgenza’ mentre, nella sala d’attesa, una famiglia di bambole attende il risultato. Non per questo, Nina si rifugia nella solitudine, ma frequenta al contrario altre donne che lasceranno un segno: le compagne, la sorella, le amiche, le scrittrici che legge da adulta ne modellano l’identità. Grazie al loro involontario e inconscio aiuto, la protagonista affronta difficoltà senza perdersi d’animo, subisce cambiamenti e trasformazioni alimentati anche dalla sua attività di attrice che riconosce il ruolo e l’importanza delle maschere. Tuttavia, quando si accinge a scrivere, Assunta entra a pieno titolo nella prima persona, utilizzando diversi generi narrativi: memoria, diario personale, e, infine, racconto storico. Sembra diffidare di tutto ciò che è normativo, stretto o rigido, alla costante ricerca del movimento e dell’azione, come appreso dal padre, un lavoratore appassionato, instancabile artigiano che ama la terra e le piante.

Fu quello un periodo indimenticabile, nonostante le mille difficoltà pratiche e non con cui dovetti confrontarmi. Appena sposata vivevo in questa terra sconfinata senza una casa vera e propria. Quella arrivò qualche anno dopo. L’acqua l’attingevo da un pozzo, tramite una pompa, quando serviva. Una notte mi venne a fare visita uno scorpione mentre una mattina un cavallo decise di grattarsi il dorso sulla finestra della mia camera da letto. C’era molta solidarietà fra le varie famiglie e ci si aiutava a prescindere dal luogo di nascita. Sembra un sogno ma sono solo ricordi. Nel 1953 nacque Carmine e poco più di un anno e mezzo dopo Rosario. Hanno vissuto un’infanzia invidiabile. Liberi di scorrazzare in uno spazio infinito a contatto con una natura incontaminata. Nel 1959 decidemmo di tornare in Italia per andare a trovare i genitori di mio marito, che non godevano di buona salute. Eravamo partiti con l’intenzione di starci un mese ma invece fu un viaggio di solo andata. Decidemmo infatti di non ritornare più a Catanzaro. Tramite Benito e Iiliana vendemmo la casa e tutto quello che c’era dentro. Fu una scelta sofferta ma dettata in parte dal cuore e in parte dalle circostanze, contrassegnata da una certa dose di incoscienza. Ci lasciavamo alle spalle un paese meraviglioso in cui ho vissuto come meglio non potevo. Qualche anno dopo la nostra partenza anche Berto e Ilia ritornarono in Italia e, come accadde a noi, iniziarono anche loro una nuova vita.
